Primarie di coalizione, una gara che il centrosinistra non può vincere

Bettini le considera inevitabili, ma tra partiti autonomi la competizione non unisce: produce leader sconfitti, gerarchie interne e una coalizione più fragile.

Michele BocchiolaApprofondimenti
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ANSA

In un recente articolo, Goffredo Bettini riconosce che far rappresentare la coalizione da una grande personalità culturale e istituzionale — anziché da un capo scelto attraverso una competizione — avrebbe avuto il merito di non riprodurre la logica presidenzialista contro cui la sinistra si è appena battuta nel referendum sulla giustizia.

Constatato, però, che né il PD né il Movimento 5 Stelle ritengono praticabile questa soluzione, conclude che le primarie siano ormai inevitabili: si facciano al più presto e si vivano come una festa di generosità e responsabilità, perché la conta interna è «niente» rispetto alla conta elettorale che dobbiamo vincere.

È una premessa giusta da cui si trae la conclusione sbagliata.

Le primarie non sono un rischio che possa essere governato con lo spirito adatto: sono un dispositivo che produce, per come è costruito, l’effetto opposto a quello che gli si chiede.

Il malinteso sta nell’analogia americana. Negli Stati Uniti le primarie selezionano il candidato migliore all’interno di un partito. Chi perde resta dov’era: stesso apparato, stesso simbolo, stesso elettorato. Il giorno dopo, il partito si ricompone attorno al vincitore: è insieme il campo di gara e il premio.

Da noi no.

A competere non sarebbero aspiranti candidati, ma capi di partito e di sotto-coalizione, ciascuno alla testa di un’organizzazione che continuerà a esistere, autonoma e concorrente, anche il giorno dopo il voto.

Nulla si fonde.

La vincitrice o il vincitore non eredita la coalizione: eredita un titolo da rinegoziare ogni mattina con gli sconfitti, che conservano tessere, gruppi parlamentari, liste e interessi elettorali distinti.

Qui sta il punto che l’ottimismo di Bettini rimuove: chi vince darà inevitabilmente una spinta al proprio partito. Se non a danno degli altri, quasi certamente non a loro vantaggio.

La vittoria verrà letta — dagli osservatori, dai militanti e dagli alleati — come la prova di una gerarchia interna al campo. E il consenso ai gazebo si mobilita attraverso le macchine organizzative: vince chi ha più struttura.

Si spera in una razionalità diffusa: che l’elettorato delle primarie indichi il candidato più competitivo. Ma elettrici ed elettori selezionano per intensità e identità, non per eleggibilità. Premiano chi entusiasma i già convinti, mentre il problema del campo sono i milioni di elettrici ed elettori che alle urne non vanno più.

E c’è un’asimmetria crudele: dopo il voto, ogni partito sconfitto avrà il proprio leader pubblicamente ridimensionato. Si chiederebbe a un capo battuto di fare campagna per chi lo ha sconfitto, mentre compete con lui o con lei per i seggi del proporzionale.

Nel 1996 — l’unica grande e solida vittoria progressista costruita, e non ereditata — andò diversamente.

Massimo D’Alema, segretario del partito maggiore della coalizione, non disse: il capo lo faccio io, perché il mio partito ha più consensi. La candidatura di Prodi non fu il risultato di una gara, ma di una costruzione politica.

D’Alema non entrò nemmeno nel governo, perché aveva chiarissimo che il suo ruolo fosse guidare un partito che, come recita l’articolo 49 della Costituzione, «concorre a determinare la politica nazionale».

Concorre, non comanda.

La differenza tra concorrere e comandare è esattamente ciò che le primarie di coalizione cancellano, trasformando il primato relativo di un partito in un titolo personale al comando dell’alleanza.

Bettini teme la critica di non aver saputo scegliere un candidato di fronte a una Meloni indiscussa. Ma la leadership di Giorgia Meloni non nasce dalle primarie: nasce da un risultato elettorale e da un patto di coalizione.

Le primarie sono una festa solo dove non producono sconfitti veri. Qui ne produrrebbero tre o quattro, tutti necessari.

L’amicizia di cui Bettini parla, quella che si costruisce nei momenti di pericolo, non si prova accettando sportivamente una conta. Si prova evitando di indirne una che nessuno può permettersi di perdere.

Prima il programma, poi il nome: negoziato, non conquistato.

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