L'Italia non fa (più) figli: i numeri del collasso generazionale
Calo demografico e crisi sociale: l’Italia tra denatalità, precarietà e fuga dei giovani verso un futuro sempre più incerto e fragile

ANSA
Le proiezioni demografiche pubblicate da Eurostat in questi giorni producono una serie di ragionamenti proiettati verso il futuro. Ma soprattutto verso una società che cambia in maniera decisamente radicale. Partiamo dai dati. Stando alle analisi, entro il 2100 l’Europa perderà circa 53 milioni di persone, pari all’11,7% della popolazione continentale, passando dagli attuali 451 milioni a circa 398 milioni di cittadini. Al contempo l’età pensionabile subirà un progressivo innalzamento a discapito di giovani e natalità, il che porterà ad un innalzamento dell'età media a circa 50 anni.
In Italia la situazione resterà in linea col trend europeo per quanto concerne giovani e natalità ma con l’aggiunta di un progressivo peggioramento legato alla popolazione. Secondo le proiezioni dell'istituto statistico, il nostro paese Paese potrebbe passare dagli attuali 59 milioni di cittadini a circa 44 milioni entro il 2100. Si tratterebbe, insomma, di una vero e proprio crollo demografico con una diminuzione della popolazione di circa il 20%: quasi il doppio rispetto allo spopolamento europeo.
È inutile negare che, numeri alla mano, ci troviamo dinanzi a un vero e proprio disastro culturale, economico e generazionale, che rischia di condannare l’Italia all’irrilevanza su scala globale. Sotto ogni punto di vista. Tuttavia di fronte a numeri di tale portata occorre mettere in campo uno sforzo di natura intellettuale affinché si provi a comprendere l’origine di un declino quasi annunciato.
Punto primo. Fare figli è diventata un’impresa titanica. Soprattutto per una famiglia monoreddito, concezione diffusa soprattutto al Sud. Oggi un figlio o una figlia costa un occhio della testa, inutile girarci intorno. Sembra quasi che mettere su famiglia sia diventata una “minaccia” economica. Gli attuali sostegni pubblici, su tutti l’Assegno Unico, sono sicuramente un aiuto importante da parte dello Stato. Importante ma insufficiente se rapportato al costo della vita. Risultato? Un giovane marito e una giovane moglie, prima di mettere al mondo un figlio o una figlia, ci pensano svariate volte: latte, pannolini, pediatra, scuola, tempo libero. Ad ogni età corrisponderà un’esigenza. E a un’esigenza, chiaramente, un costo. Insieme a tutto il resto. Il costo della vita è così un ostacolo di grande rilevanza per la creazione di una famiglia. Ma non è l’unico.
Un altro dramma vivente che ha contribuito al crollo della natalità è rappresentato dal lavoro. Salari bassi o non regolarizzati da contratti a tempo indeterminato (o, peggio ancora, “a nero”) non aiutano le nuove generazioni in alcun modo. Con uno stipendio medio di 1400-1500 euro al mese, una famiglia fa molta, molta fatica se vuole garantire il massimo benessere ai propri figli. Se invece si lavora in 2, emerge il problema di affidare i propri figli ai nonni oppure, nella peggiore delle ipotesi, alla baby sitter. E qui subentra un ulteriore costo. Ovviamente tutto ciò va inserito insieme a un altro aspetto: la mancanza di serenità dovuta al contratto a scadenza dei genitori presso i rispettivi luoghi di lavoro. La domanda in quei casi sorge spontanea: “E se mi licenziano? Come farò?”
Ed ecco che ci troviamo in presenza di uno psicodramma di massa, generato dalle incertezze del nostro tempo. In ultima istanza prende forma sempre più negli ultimi anni un fenomeno storicamente all’ordine del giorno: la sicurezza urbana. Basta farsi un giro nelle aree interne, nelle periferie, nei luoghi in mano alle organizzazioni criminali, nei territori in preda alla guerra, all’odio dell’essere umano, lì dove sopravvivere diventa una missione, per comprendere tutte le insicurezze sulla crescita delle future generazioni: “Mio figlio/a in quale mondo vivrà?” Ebbene si, siamo dinanzi a un disastro di proporzioni gigantesche. L’odio perenne causato da guerre, femminicidi e così via sta provocando un grande campanello d’allarme capace di produrre a sua volta un’ulteriore decisione: cambiare vita e andare via dall’Italia.
Ora il concetto è chiaro. La politica fino a quando può lasciare inascoltata la grande emergenza? Fino a che punto può girarsi dall’altra parte? Qui non si tratta di un fenomeno passeggero, ma di un vero e proprio collasso del tessuto sociale italiano. Le istituzioni interverranno per garantire l’esistenza del Paese? Metteranno in campo una prospettiva di governo? Qui è in gioco la tenuta del Paese, che rischia di trasformarsi in un’insignificante provincia dell’impero. Per ora nessun segnale all’orizzonte. Anzi. La sensazione è che la destra di governo sia intenzionata ad accompagnare il declino fino alla fine. Occorre, dunque, garantire un’alternativa. Ora più che mai.
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