Calo demografico: in Italia la popolazione non scende ma il problema resta
Per la prima volta dopo ben 12 anni di declino demografico, la popolazione italiana non è diminuita, ed è solo grazie alla migrazione. Nonostante ciò, nel nostro paese mancano ancora delle politiche che possano realmente combattere il calo demografico.

ANSA
Al saldo del 1 gennaio 2026, la popolazione in Italia è di 58 milioni e 943 mila residenti, con una differenza di sole 636 unità rispetto al 2024; un dato al momento ancora provvisorio, ma che sembra difficile possa essere stravolto dal prossimo censimento permanente. A fornire il saldo è il rapporto Istat sugli indicatori demografici dell’anno 2025, che evidenzia come «l’Italia rimane un Paese nel quale una dinamica migratoria molto positiva riesce a contrastare un ricambio naturale ampiamente negativo, e nel quale la popolazione continua a invecchiare».
Il dato si inserisce in un contesto per il quale l’attuale governo ha concentrato una parte consistente del suo programma sul contrasto al calo della natalità e sulla lotta all’immigrazione irregolare, ottenendo in entrambi i casi risultati poco convincenti. A conferma di ciò, l’assenza di commenti pubblici da parte di esponenti di governo, di fronte ad un risultato ottenuto attraverso dinamiche opposte agli obiettivi dichiarati. Oltre al dato, tuttavia, l’Italia rimane totalmente allineata con quanto osservato negli anni dagli istituti statistici rispetto al calo demografico: con una differenza tra nascite e decessi di 296 mila unità, in peggioramento rispetto al dato del 2024. Non solo, l’Italia risulta coerente sul tema anche con il trend europeo, evidenziato nel rapporto Fertility statistics di Eurostat, per il quale il tasso di fertilità nell’Unione Europea andava ad attestarsi nel 2024 a 1,34 nati per donna, confermandone la diminuzione nel tempo.
Rispetto a ciò, l’Italia si colloca al di sotto della media dell’Unione Europea: tra il 2024 e il 2025 il tasso di fertilità è sceso da 1,18 a 1,14 figli per donna, definito come tasso di «fertilità estremamente bassa», specie se confrontato con i 2,1 nati necessari per mantenere stabile la popolazione. Ad aggravare il quadro è poi la sempre più frequente scelta di posticipare il parto, con un’età media nazionale che passa dai 32 ai 32,7 anni, mantenendosi ancora una volta in sintonia con i valori europei.
Il fenomeno del calo demografico si conferma quindi una dinamica strutturale, estesa e causata da più fattori, difficilmente modificabile senza politiche pubbliche incisive. In Italia al momento l’incisività e la strutturalità necessarie non sembrano esserci, nonostante le diverse misure che il governo Meloni ha tentato di attuare nel corso degli ultimi anni.
Un primo esempio è il cosiddetto “bonus mamme”, ovvero un contributo economico mensile per le donne con almeno due figli a carico, un lavoro a tempo determinato e un reddito annuo fino a 40 mila euro. Un altro esempio è il bonus “nuovi nati”, che corrisponde ad un versamento unico di mille euro alla nascita del bambino, anche in questo caso è richiesto un reddito pari o inferiore a 40 mila euro. Nonostante ciò, l’implementazione di queste misure risulta ancora essere frammentata ed inadeguata ai costi che le famiglie devono ogni giorno affrontare, anche considerando i recenti rincari.
Se compariamo poi l’Italia con gli esempi più virtuosi dell’eurozona, come Francia e Svezia, emerge la maggiore pianificazione in materia di politiche sulla natalità, con investimenti decennali nella formazione primaria e nella stabilità lavorativa giovanile. Queste misure non hanno chiaramente invertito completamente il calo demografico nei paesi che le hanno attuate, ma hanno ottenuto l’effetto di rallentarlo e, in particolare, di aumentare l’attrattività per le fasce più giovani della popolazione.
L’Italia risulta quindi essere un paese poco attrattivo, sia per i giovani che dall’estero potrebbero un giorno studiare e poi lavorare, sia — e soprattutto — per i propri giovani nati nel territorio. Si prospetta un quadro generale in cui a mancare è la volontà, da parte dell’attuale classe dirigente, di pianificare un futuro solido e sicuro per le prossime generazioni: compito troppo spesso rinviato ai ‘giovani’, chiamati a riparare i danni delle generazioni passate. È di fronte alla precarietà e all’immobilismo che la fiducia della fascia under 30 nei confronti del paese crolla, portando con sé la fuga all’estero delle menti più brillanti, un ricambio generazionale pressoché nullo e, infine, la rinuncia al futuro di un paese che, sul proprio futuro, non sembra voler investire.
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