Le radici immaginarie dell’Occidente

Da Venezia al dibattito tra Galli della Loggia e Conte, Franco Cardini smonta l’idea di un’identità europea pura: cristianesimo, Islam e culture mediterranee sono il prodotto di secoli di scambi, conflitti e contaminazioni.

RIVRINASCITA_20260906120720956_c7ee865bcf00a2806d2ccf0c633078e1.jpg

ANSA

A Venezia, a partire dalla fine dell’agosto di questo 2026, una comunità di operai bengalesi che ha regolarmente acquistato un terreno e concordato un progetto con la precedente giunta si è vista raffreddare gli entusiasmi dal sindaco attuale, che ha subordinato la concessione del luogo di culto al raggiungimento di un più alto grado di “integrazione”: un obiettivo così denominato ma non specificato nei particolari. La minaccia di sciopero ha riportato il caso sui giornali, e con esso una discussione che merita di essere guardata con la lente lunga dello storico: quella aperta da Ernesto Galli della Loggia sui “limiti del multiculturalismo” (Corriere della Sera, 27 agosto) e la replica che vi ha opposto Giuseppe Conte (Rinascita, 1 settembre 2026). Vale la pena entrare nel merito senza schierarsi per acclamazione: perché entrambi gli interventi, pur muovendo da premesse opposte, condividono un presupposto che alla verifica storica non regge.

Conviene però una premessa, perché “multiculturalismo” è parola che nel dibattito italiano viene usata come se indicasse una cosa sola. Non lo è. Il modello britannico, costruito a partire dai Race Relations Acts fra il 1965 e il 1976 e teorizzato nel Parekh Report del 2000, riconosce la differenza di gruppo e vi costruisce attorno un diritto antidiscriminatorio. Il modello francese, erede della legge del 1905 sulla laïcité e del cittadino universale spogliato in pubblico di ogni appartenenza, esige invece che la differenza sparisca dallo spazio comune; e quando quella promessa di eguaglianza non viene mantenuta, lascia dietro di sé le banlieues e le rivolte del 2005. Il primo, con tutti i suoi problemi, è stato meno escludente del secondo, per la ragione semplice che non ha chiesto a nessuno di cancellarsi per essere ammesso. Ora, l'Italia "multietnica ma non multiculturale" che Galli della Loggia propone come alternativa virtuosa è, riconosciamolo, il modello assimilazionista francese ridipinto: e non è affatto ovvio che abbia la storia di successo che gli si attribuisce. Il rovescio dell'assimilazione non è l'ordine: è il risentimento della periferia. Ma il cuore della questione sta altrove, nell'appello alle “radici cristiane” e a un' “identità originaria” che non potremmo tradire. È qui che lo storico ha qualcosa da dire: e non per relativismo, bensì per amore di verità e di precisione.

L'identità europea invocata come confine è, storicamente, una stratificazione. Il cristianesimo che chiamiamo radice è esso stesso un sedimento: quando nel 601 Gregorio Magno scrive a Mellito di non abbattere i templi pagani dei Britanni ma di riconsacrarli e di lasciar sopravvivere le feste convertendone il senso, sta descrivendo con candore un metodo consistente non nella sostituzione di una cultura a un'altra, ma l’obliterazione dell'una sull'altra. È un “metodo mediterraneo”: e non lavora in una sola direzione. A Damasco la Grande Moschea che al-Walid I completa nel 715 sorge sopra la basilica cristiana di San Giovanni Battista, la quale a sua volta occupava un tempio romano di Giove: tre culti sovrapposti nella stessa pietra. I suoi minareti nascono dalle torri campanarie delle chiese, la sala di preghiera a tre navate ricalca la basilica cristiana, i mosaici sono opera di maestranze bizantine; e ancora oggi l'edificio custodisce la reliquia della testa del Battista, venerata dai musulmani non meno che dai cristiani. Se il cristianesimo si era “laminato” sul paganesimo cercando di obliterarlo”, l'Islam si “laminava” sul cristianesimo: la “sostituzione” pura, l'origine incontaminata, non esisteva in nessuno dei due sensi.

Lo stesso vale per le parole con cui pensiamo. Le cifre con cui numeriamo queste righe sono indiane, ci arrivano chiamate “arabe” col Liber abaci di Leonardo Pisano nel 1202, e soppiantano quei numeri romani con cui in Occidente si era continuato a far di conto fino al Duecento; “algebra” è il titolo — al-jabr — del trattato che al-Khwarizmi scrive tra l'813 e l'833, e “algoritmo” è la latinizzazione del suo stesso nome; “chimica” viene da al-kimiya, e con essa “alcol” e “alambicco”, il lessico di una disciplina che Jabir ibn Hayyan — il Geber dei latini, morto verso l'815 — cominciò a spostare dall'alchimia verso la sperimentazione. Il linguaggio stesso della scienza esatta, alla radice, è arabo.

E lo è il sapere che per secoli si è insegnato. La medicina delle università europee fino al Seicento è il Canone di Avicenna, morto nel 1037, tradotto nel XII secolo da Gerardo da Cremona e adottato come testo di base a Salerno, a Bologna, a Padova; già nell'XI secolo Costantino l'Africano aveva portato a Salerno la medicina araba. L'Aristotele che fonda la scolastica torna in Occidente per la stessa via: dalla Toledo riconquistata nel 1085, dove Gerardo da Cremona volge in latino quasi novanta opere, e dai commenti di Averroè — "il Commentatore" — che alla corte di Federico II Michele Scoto traduce. Tommaso d'Aquino costruisce su Avicenna e discute con Averroè: la teologia cristiana per eccellenza nasce come una conversazione con l'Islam.

Erano, quei luoghi, il centro del mondo: non la sua periferia. Nella Córdoba del X secolo — che si è calcolato arrivasse a diverse centinaia di migliaia di abitanti, quando Parigi e Roma erano borghi — c'erano acqua corrente e bagni pubblici; la biblioteca del califfo ibero-musulmano al-Hakam II raccoglieva centinaia di migliaia di volumi mentre studiosi musulmani, ebrei e cristiani lavoravano fianco a fianco; da Córdoba vengono, a dodici anni di distanza l'uno dall'altro, il musulmano Averroè e l'ebreo Mosè Maimonide. La Sicilia normanna di Ruggero II ha una cancelleria trilingue e affida a un geografo musulmano, al-Idrisi, il libro che porta il nome del re. E persino ciò che sentiamo come nostra seconda natura porta quella segnatura: l'abbigliamento per stagioni, il pasto diviso in tre portate che crediamo tipicamente occidentale, il bicchiere di cristallo in tavola, la quinta corda che dall'oud passa al liuto e poi alla chitarra, li introduce a Córdoba, nel IX secolo, un musico venuto da Baghdad, Ziryab. È questo che conta: culture che si scambiano numeri, farmaci, filosofie e strumenti musicali, e insieme si combattono, non sono "fatalmente estranee l'una all'altra". Chi dice “radici cristiane” indica, senza saperlo, un albero i cui fusti vengono da Gerusalemme, da Atene, da Baghdad e da Córdoa. Lo aveva capito Dante, che nel Limbo dei virtuosi colloca accanto ad Aristotele il persiano Avicenna, il cordobano Averroè e il condottiero curdo Saladino (Inferno, canto IV): la Cristianità, nel suo poema più alto, fa sedere i sapienti dell'Islam al tavolo della ragione.

Va detto, per non cadere nel mito speculare, che non fu una pacifica convivenza da cartolina. Nella Spagna delle tre religioni vigeva la subordinazione giuridica dei non-musulmani ai musulmani, i pogrom cristiani del 1391 contro gli ebrei precedettero di un secolo l'espulsione del 1492, ma anche altrove l'Europa cristiana aveva provato a cacciare i suoi ebrei: dall'Inghilterra nel 1290 e dalla Francia a più riprese fino al 1394. La coesistenza e il conflitto erano simultanei; e i conflitti non nascevano dai soli contrasti religiosi o culturali, ma avevano radici profonde nelle lotte fra ceti sociali, dei quali facevano spesso le spese le minoranze. Ma è precisamente questo il punto: culture che si scambiano numeri, medicine, filosofie e insieme si perseguitano non sono “fatalmente estranee l'una all'altra”, secondo la formula di Galli della Loggia. Sono intrecciate. L'estraneità radicale non è un dato di partenza: è un prodotto.

Vale la pena spendere due parole sull'argomento che entrambi gli schieramenti maneggiano con disinvoltura: la protezione delle donne. La sociologa Sara Farris ha dato un nome a questo dispositivo — femonazionalismo — e ne ha descritto l'anatomia. È l'inedita convergenza di attori che altrove si combattono: la destra nazionalista, che dell'emancipazione femminile non si è mai occupata; una parte del femminismo e delle sue istituzioni, disposta a farsi arruolare; e la razionalità neoliberale, sempre in cerca di manodopera a basso costo. Ciò che li salda è l'uso dei diritti delle donne come confine: non più una battaglia interna alla nostra società, ma un test di appartenenza civile, un metro con cui stabilire chi può entrare e chi no. L'Islam viene così riscritto come essenza del patriarcato: e la donna musulmana come vittima da liberare; se necessario, da liberare da sé stessa, dal suo velo, dalla sua fede, voglio o no accettare questa che noi abbiamo stabilito la sua “liberazione” Il punto più tagliente dell'analisi di Farris sta però nel rovescio economico di quella retorica. La stessa migrante che il discorso pubblico dipinge come vittima da soccorrere viene, nella pratica, assorbita in massa nel lavoro di cura di cui l'Europa che invecchia ha bisogno: badante, colf, custode di case e di anziani altrui. Salvata ed emancipata a parole, impiegata e subordinata secondo norme necessità altrui nei fatti.

E la spia decisiva resta, come sempre, la selettività. Non è un meccanismo nuovo: se ne riconosce la matrice in quel “femminismo coloniale” che Leila Ahmed ha ricostruito, quando Lord Cromer (console generale in Egitto fino al 1907 e poi, in Inghilterra, fondatore e primo presidente della National League for Opposing Woman Suffrage) denunciava il velo delle egiziane come marchio di arretratezza per giustificare la tutela britannica sull'Egitto, salvo essere, in patria, tra i fondatori e primo presidente della lega contro il suffragio femminile. Gayatri Spivak ne ha dato la formula definitiva: "uomini bianchi che salvano donne brune da uomini bruni". Smascherare il dispositivo non significa negare che esistano soprusi reali dentro alcune comunità — negarlo sarebbe un'altra forma di cecità —, ma distinguere chi delle donne si cura davvero da chi se ne serve come argomento.

Resta il fondamento non negoziabile, e va ribadito senza ambiguità: chi vive in Italia deve rispettare la Costituzione, la parità fra i sessi, la libertà di coscienza, la laicità dello Stato. Ma proprio qui si annida l'equivoco più rivelatore del discorso sulle “radici”. Perché la laicità e i diritti che oggi si brandiscono contro l'Islam non vengono affatto dal cristianesimo: sono stati strappati alla Chiesa, non ereditati da essa, nel lungo conflitto che va dall'Illuminismo alla Costituzione repubblicana. Invocare nella stessa frase le “radici cristiane” e la “laicità dello Stato” è tenere insieme due cose che la storia ha messo obiettivamente l'una contro l'altra salvo poi elaborare continui sistemi per farle convivere: e magari riuscendovi, ma a prezzo di un difficile e delicato equilibrio, di una risistemazione continua. Il patrimonio che dobbiamo chiedere di rispettare non è un lascito etnico o confessionale: è una conquista politica, e in quanto tale è offerta a chiunque voglia farla propria. Esattamente quel che una “radice”, per definizione, non consente.

Conviene a questo punto essere altrettanto franchi con la sponda che qui si è preferita. Nel merito Conte ha ragione e Galli della Loggia torto: l'integrazione non è l'opposto del multiculturalismo, e l'Islam non è il monolite che il ragionamento manicheo presuppone (tanto è vero che manca di un’istituzione normativa e disciplinare fondamentale: non ha al suo interno alcuna “Chiesa”).

Ma anche la replica concede all'avversario più del dovuto. Concede, intanto, la domanda. Difendendo l'Islam come “anche laico”, “anche moderno”, capace pure esso di portare donne al vertice degli Stati, si ammette implicitamente che la questione sia se l'altro superi il nostro esame di compatibilità: quando è proprio quell'esame, e il metro fermo che lo sorregge, a dover essere messo in causa. E concede la geometria: l'integrazione, anche nella sua versione più generosa, resta un movimento a senso unico, il nuovo venuto accompagnato “in costante contatto con la nostra cultura, i nostri valori, le nostre abitudini di vita”, mentre a “noi” si chiede soltanto di non rigettare le sue. È molto più di quanto offra l'assimilazione; ma è ancora tolleranza, non metabolismo. Chi ha ripercorso questa storia sa che le culture, a contatto, non si limitano a sopportarsi: si modificano, si ricostituiscono a vicenda. Il “noi” verso cui si vorrebbe far convergere chi arriva è esso stesso il deposito di mille arrivi precedenti, e continuerà a mutare non malgrado i nuovi venuti, ma per mezzo loro. Non è la minaccia, ma il modo in cui l'Europa è diventata sé stessa.

Chiudo ricordando Jean Bodin, morto nel 1596, l'autore della Démonomanie des sorciers del 1580, uno dei più feroci manuali per la caccia alle streghe che l'Europa abbia prodotto. ÈEgli è anche l'autore del Colloquium Heptaplomeres, un dialogo in cui sette uomini di fede diversa — un cattolico, un luterano, un calvinista, un ebreo, un musulmano, un filosofo naturale, uno scettico — discutono a lungo delle cose divine e si separano amici, senza che nessuno converta nessuno, avendo scelto la convivenza sulla verità unica. Lo stesso uomo, la stessa penna: il persecutore e il tollerante. Non è una contraddizione biografica: è il ritratto dell'Europa. Le nostre due anime abitano da sempre lo stesso corpo; nessuna delle due è più “originaria” dell'altra. Decidere fra “integrazione” e “multiculturalismo” — cioè fra assimilazione e mosaico — è, in fondo, una domanda mal posta. La domanda vera è quale delle nostre due eredità scegliamo di attivare oggi: se vogliamo essere la società che s’inventa le streghe e il sabba, o quella che fa sedere sette fedi allo stesso tavolo. La demonizzazione del “nemico interno” sul quale scaricare le tensioni sociali è stata praticata per secoli in Europa. Cambia il nome del capro espiatorio, non la sua funzione. È stato l'eretico che trama nell'ombra, l'ebreo accusato di avvelenare i pozzi quando arrivava la peste, l'untore della colonna infame; è stato il gesuita nemico della libertà, l’anarchico che odia l’ordine e risponde con le bombe, il comunista, il fascista, il ”musulmano fondamentalista”; oggi sono appunto il migrante che “ci invade” e il musulmano che “non si integra”. È sempre, in fondo, la stessa figura — chi vive tra noi ma si suppone obbedisca in segreto a un'altra legge — convocata ogni volta a dare un volto a un disagio che nasce altrove. Ma un nemico costruito non risolve nessuno dei problemi che è servito a nascondere: i salari restano fermi, i prezzi salgono lo stesso, i ceti medi continuano a scivolare. Riconoscere il meccanismo — vedere che l'estraneo assoluto non è la causa della nostra paura ma il suo prodotto — è la prima difesa, e la meno costosa, che una società possa darsi.

C'è però un ultimo passaggio, e va oltre il capro espiatorio. Perché la costruzione del nemico interno, per reggere, ha bisogno di una seconda mossa più silenziosa: persuadere che fuori non ci sia nulla da guardare. È ciò che affiora dalle nuove “Indicazioni nazionali per il curricolo” volute da Giuseppe Valditara ed entrate in vigore il 1° settembre 2026, dove la storia insegnata ai più piccoli si stringe sull'Occidente e le civiltà “orientali” si riducono all'osso, fino alla formula, messa nero su bianco, per cui «solo l'Occidente conosce la Storia». Galli della Loggia, che quelle Indicazioni difende, rivendica che privilegiare la «civiltà che ha dominato il nostro mondo per quindici secoli» non sia nazionalismo ed etnocentrismo bensì buon senso. Senonché quel buon senso insegna ai bambini a vedere un muro dove c'era una porta. Un curricolo in cui l'Altrove è vuoto non può dire ciò che quelle radici, guardate da vicino, raccontano: che le cifre con cui i bambini fanno di conto sono arabe, che per cinque secoli la medicina si è studiata su Avicenna, che Dante colloca Averroè accanto ad Aristotele. Per difendere le “radici” se ne recidono quelle più profonde. Ed è qui l'impoverimento vero: non quello che la propaganda attribuisce ai nuovi venuti, ma quello che ci infliggiamo da soli, consegnando a una generazione un Occidente senza debiti, un centro senza margini, un mondo che comincia e finisce con noi.

Se hai trovato utile questo articolo, sostieni Rinascita: abbonarsi significa sostenere il pensiero critico e ricevere la rivista cartacea direttamente a casa

Abbonati