Integrazione e multiculturalismo: oltre la propaganda
Dalla libertà di culto alla gestione dei flussi migratori, la sfida è costruire integrazione senza rinunciare ai principi costituzionali, evitando semplificazioni, paure e strumentalizzazioni politiche.

ANSA
A Venezia le consistenti comunità di lavoratori bengalesi hanno minacciato di incrociare le braccia: aspirano da tempo a costruire un proprio luogo di culto, hanno acquistato il terreno, hanno concordato il progetto con la precedente giunta comunale e ritengono del tutto strumentali le tergiversazioni dell’attuale sindaco che ha raffreddato i loro entusiasmi, sollecitandoli a raggiungere prima un più elevato livello di “integrazione”.
Qui la politica, anche quella che da destra indugia volentieri sulla propaganda, rischia di provocare un cortocircuito: lo sciopero di migliaia di lavoratori che rivendicano uno spazio di culto e di aggregazione rischia di creare gravi disagi nel settore turistico e nelle fabbriche di Marghera.
È una vertenza emblematica: chiama in gioco i diritti costituzionali ed evoca, inoltre, alcune complesse questioni collegate al tema dell’immigrazione.
Proviamo a fissare qualche punto fermo.
La libertà di culto è un principio garantito dalla nostra Costituzione (art. 19) e contestarlo equivale a mettere in discussione un fondamento democratico della nostra convivenza civile.
Inoltre, è sicuramente preferibile avere luoghi deputati al culto religioso, debitamente autorizzati in base a norme e regolamenti amministrativi, piuttosto che lasciare che i cittadini, di fede islamica ma anche di altre fedi religiose, si riuniscano in spazi informali o - peggio - clandestini, privi delle necessarie condizioni di sicurezza.
Qui però viene sollevata un’obiezione, che generalmente ha buona presa nel dibattito pubblico: non possiamo rinunciare alla nostra originaria identità, alle radici cristiane che caratterizzano la nostra più profonda tradizione culturale.
Premetto subito che riconoscere il principio costituzionale della libertà di professare la propria fede religiosa non significa pianificare un nuovo skyline per le nostre città, con minareti, stupa e pagode destinati a sovrastare i campanili. È evidente che spetta alle amministrazioni locali valutare le richieste, considerare gli specifici contesti, le concrete circostanze, in definitiva operare le necessarie mediazioni.
Ma nel dibattito politico, spesso monopolizzato da valutazioni superficiali, si sta da tempo diffondendo la convinzione che alcune professioni di fede e pratiche religiose siano poco compatibili con i nostri principi costituzionali. Ernesto Galli della Loggia ha affrontato questa questione in modo molto diretto, interrogandosi sui “limiti del multiculturalismo”, con un editoriale pubblicato sul Corriere della sera, il 27 agosto 2026. A suo avviso, l’Islam non conosce il principio di laicità e l’Islam italiano non farebbe eccezione. Il percorso del multiculturalismo, di fatto, consentirebbe alla vasta comunità islamica di regolarsi, anche qui da noi, secondo la propria cultura di cui è parte decisiva la religione e i suoi precetti. L’interesse dell’Italia, suggerisce invece Galli della Loggia, dovrebbe spingerci a privilegiare il percorso dell’integrazione, che è esattamente opposto.
Se però guardiamo alla realtà della storia islamica, va rilevato che certe semplificazioni risultano fuorvianti. Come hanno dimostrato i lavori di Olivier Roy e altri studiosi, fin dalla fine del periodo dei primi quattro Califfi (dopo il 661 d.C.), il mondo islamico ha vissuto una secolarizzazione pratica: i governanti (Sultani ed Emiri) detenevano il potere politico, mentre i religiosi (Ulema), che spesso si mantenevano indipendenti dal sovrano, agendo come un contropotere o come giudici, detenevano il monopolio dell’interpretazione della fede e della giustizia. Nel XIX e XX secolo, il crollo dell’Impero Ottomano e l’influenza occidentale hanno portato alla laicizzazione formale di molti paesi, dall’Indonesia fino alla Turchia, a maggioranza musulmana. Oggi le nuove generazioni di musulmani nate in Europa non legano più la fede alle tradizioni culturali dei paesi d’origine dei genitori. Certo, come in tutto, esistono delle eccezioni, ma la quasi totalità dei giovani musulmani europei vive l’Islam come una scelta di fede puramente individuale e interiore.
L’assunto secondo cui l’Islam non conosce il principio di laicità è dunque più una petizione di principio - indirizzata alla pancia e dunque agli istinti delle persone - che una realtà della storia, passata e presente.
Più in generale, chi ama la politica e non le vuote coreografie, chi lavora per soluzioni plausibili e non si affida alla retorica degli slogan, sa bene che non esistono risposte semplici a problemi complessi.
Non credo neppure basti predicare il cosmopolitismo per pervenire a società “aperte” dove prevalgono modelli di convivenza caratterizzati dal libero scambio delle idee politiche, religiose, culturali, e dal reciproco riconoscimento di identità, visioni, abitudini di vita differenti.
Il cosmopolitismo ha riguardato, in passato, soprattutto le classi aristocratiche e coinvolge, oggi, soprattutto le fasce più abbienti della popolazione, che studiano all’estero e hanno frequentazioni e legami transnazionali.
Ma la politica deve mostrarsi capace di comprendere anche le preoccupazioni dei ceti popolari, che - a differenza delle élite, ben protette nei loro circoli esclusivi e nei quartieri residenziali - vivono con diffidenza la diffusione nei loro quartieri decentrati di nuove abitudini di vita, di nuove lingue, e non ricevono nessuna rassicurazione dai pubblici poteri, anzi si avvertono completamente abbandonati a se stessi.
Questi temi sono completamente saccheggiati dalla propaganda, che - attraverso rappresentazioni troppo semplicistiche - inquina anche il tema dell’immigrazione, allontanando così le soluzioni e producendo facili illusioni.
Il governo Meloni ha preso molti voti, alle scorse elezioni politiche del 2022, promettendo - tra le altre cose - il blocco navale. Una soluzione incostituzionale sul piano giuridico, e inattuabile sul piano pratico.
I fallimenti del governo Meloni sono evidenti: numeri record dei migranti (326.000 in quattro anni); i centri in Albania, non solo vuoti e costosi, ma anche inutili visto che i migranti vanno comunque riportati in Italia, per la protezione internazionale o per i rimpatri); il piano Mattei, tanto osannato mediaticamente quanto vuoto di contenuti; la stolta sospensione di Schengen contro la Spagna, un paese di primo approdo che vive i nostri stessi problemi e si è dimostrato più capace di gestirli del nostro governo; l’ingenua sottoscrizione del nuovo Patto europeo sulla migrazione e l’asilo, che contiene regole più severe che scoraggiano i c.d. “movimenti secondari” (procedure di registrazione più sofisticate ed estensione del periodo di responsabilità del paese di primo ingresso, limitazione dei vantaggi per chi si sposta in altri paesi dell’Unione e velocizzazione delle procedure burocratiche per farli rientrare).
Negli anni passati all’opposizione, Giorgia Meloni ha veementemente denunciato l’“invasione pianificata” e il rischio della “sostituzione etnica” di fronte alla decisione dei governi di centro-sinistra di far entrare e regolarizzare 500.000 migranti in tre anni. Da quando si è insediata a Chigi ha programmato, attraverso i decreti-flussi, 950.000 ingressi in 6 anni.
Ma la propaganda non si ferma e produce sempre nuove illusioni. Adesso è la volta di Vannacci, che rilancia il fallimento del blocco navale sotto mentite spoglie, con la remigrazione. E qui l’inganno è ancora più scoperto, perché suggerisce la possibilità - anch’essa incostituzionale e impraticabile - di effettuare rimpatri di massa, su base etnica, di intere comunità di migranti.
Come risolvere tutti questi problemi, e come affrontare il tema dell’integrazione delle comunità esistenti a partire da quella ben consistente di fede islamica?
Dobbiamo avere sempre a mente il fondamentale principio di ogni Costituzione democratica: la dignità di ogni essere umano.
Non possiamo però scaricare tutto sui ceti meno abbienti, a partire dal costo sociale dell’immigrazione.
Il modo migliore per governare i flussi migratori è alimentare i corridoi umanitari per consentire a coloro che hanno diritto alla protezione internazionale, a causa di persecuzioni, torture, guerre etc., di trasferirsi in Europa in piena sicurezza, evitando di cadere nelle mani delle organizzazioni criminali che gestiscono i traffici di esseri umani.
È poi assolutamente necessario rafforzare la cooperazione con i paesi di origine e di transito dei flussi migratori per provare a rendere effettivo quel che papa Leone XIV, dal porto di Arguineguín nelle Isole Canarie, ha definito “il diritto di non dover migrare, di rimanere nella propria casa senza fame, senza guerra, senza persecuzione, senza che la corruzione rubi il pane ai poveri e le armi distruggano il futuro dei bambini”.
Ultimo ma non meno importante, è necessario conoscere e affrontare le cause strutturali legate ai movimenti migratori, compreso il fatto che le risorse naturali (petrolio, gas, oro etc.) presenti nella quasi totalità dei paesi africani e in un numero significativo di stati del Mediterraneo orientale vengono ancora oggi trasferiti attraverso società off-shore che, in larga misura, sono collegate a imprese e uomini d’affari operanti in Europa e in America.
Sul fronte interno, non ho dubbi: nessuna comunità che qui si è formata può rivendicare una propria identità culturale e l’applicazione di propri precetti di vita se contrastanti con i nostri principi costituzionali.
Ma su questo aspetto occorrono due precisazioni, onde evitare che le correnti semplificazioni ottundano un serio ragionamento.
Innanzitutto, quando si parla della nostra comunità nazionale e si allude a una specifica identità bisogna avere la responsabilità di rappresentare la ricchezza e varietà delle nostre tradizioni e le composite influenze che hanno contribuito a produrle. Anche nel dibattito pubblico va sempre sottolineato che le nostre storie, le nostre identità sono frutto di contaminazioni che si sono intrecciate nel corso dei secoli, con debiti e crediti culturali ormai indistinguibili. Eduardo Galeano ricorda che nel quartiere del Raval, a Barcellona, una mano anonima ha scritto su un muro: «Il tuo dio è ebreo, la tua musica è nera, la tua macchina è giapponese, la tua pizza è italiana, il tuo gas è algerino, il tuo caffè è brasiliano, la tua democrazia è greca, i tuoi numeri sono arabi, le tue lettere sono latine». «Io sono il tuo vicino. E tu mi chiami straniero?» (E. Galeano, Il cacciatore di storie, trad. it. di M. Trambaioli, Sperling & Kupfer, 2019). Un’altra mano anonima, questa volta a Londra, continua da anni a tappezzare i muri della città con una scritta che suggerisce atteggiamenti più umili: “Non siamo noi a essere venuti in Gran Bretagna. È la Gran Bretagna a essere venuta da noi”.
In secondo luogo, non è accettabile l’assunto di Galli della Loggia secondo cui tutto il mondo religioso islamico sarebbe connotato da un accentuato fanatismo, fondamentalista e integralista. Se la conferma fosse davvero rimessa, come opina Galli della Loggia, alla mancanza di una condanna dei regimi di Kabul (il movimento dei Talebani è nato nell’India occidentale ed è tornato al potere con modalità che in qualche misura ci coinvolgono) e di Teheran (dove è al potere un regime la cui ascesa deve molto ai colpi di Stato e alle politiche statunitensi e britanniche nella regione), allora cosa dovremmo concludere sui governi occidentali che rimangono in un complice silenzio di fronte al genocidio di Gaza e chiudono gli occhi di fronte a guerre illegali condotte per ragioni soprattutto economiche e commerciali?
Se poi allarghiamo il raggio delle riflessioni e proviamo a ricostruire i fili della storia, fermo restando che condanniamo con la massima fermezza tutte le forme di terrorismo e di violenza, non possiamo non ricordare che al-Qaeda non esisteva nell’Iraq pre-2003, né l’Isis nella Siria pre-2011. Non c’era Hezbollah prima dell’invasione del Libano del 1982 e neanche Hamas nel 1967, anno di avvio dell’occupazione israeliana della striscia di Gaza.
La verità è che dovremmo imparare a essere più umili davanti agli insegnamenti della storia e saper distinguere con più attenzione la complessa realtà islamica, che riguarda due miliardi di persone, dove non esistono solo regimi teocratici, ma dove è avviato da tempo un processo di secolarizzazione - come accennato supra - che ha già prodotto risultati degni di nota: 14 donne di paesi a maggioranza musulmana, ad esempio, hanno ricoperto il ruolo di capo di stato o di governo dal 1988 a oggi, mentre negli Stati Uniti si attende ancora oggi la prima presidente della storia.
Ma torniamo al tema chiave dell’integrazione.
Integrazione non può essere l’opposto del multiculturalismo, secondo il ragionamento manicheo proposto da Galli della Loggia. Integrazione significa politiche caratterizzate da seri e cospicui investimenti puntando sui percorsi più sperimentati che comportano dialogo e riconoscimento reciproco: scolastici, professionali, sportivi, valorizzando qualsiasi contesto che indirizzi i migranti in percorsi inclusivi, ponendoli in costante contatto con la nostra cultura, i nostri valori, le nostre abitudini di vita. Sono questi i percorsi con cui si decide se la diversità diventa una risorsa o un punto di frattura. Dobbiamo investire stabilmente in corsi di lingua, mediatori culturali nelle scuole, programmi di formazione professionale legati ai bisogni dei territori, incentivi reali all’assunzione regolare nei settori che dipendono dalla manodopera migrante. Se la politica, per meri tornaconti elettorali, continuerà a soffiare nella pancia del Paese l’islamofobia produrremo effetti perversi.
Quel che va detto con chiarezza è che tutti coloro che vivono in Italia devono rispettare la nostra Costituzione, e quindi devono garantire il massimo rispetto nei confronti delle donne, non possono rivendicare nessuna forma di potestà maritale, devono assicurare che la crescita dei minori avvenga nel rispetto della loro personalità, non possono indulgere in nessuna forma di discriminazione, a partire dagli orientamenti sessuali, religiosi e culturali, come pure devono riconoscere il principio della libertà di coscienza e della laicità dello Stato.
Su queste basi si possono creare solide forme di convivenza e di dialogo, attraverso il riconoscimento reciproco, che significa nessun rigetto delle tradizioni culturali altrui, ma anche giusta pretesa di rispetto per il patrimonio storico e valoriale della società italiana, tenendo sempre bene a mente che l’integrazione non è un favore che si concede: è una politica pubblica che rende possibile la partecipazione economica e sociale, riduce ai margini l’illegalità e allarga la base della solidarietà.
Se hai trovato utile questo articolo, sostieni Rinascita: abbonarsi significa sostenere il pensiero critico e ricevere la rivista cartacea direttamente a casa
Abbonati