La Spagna vince il mondiale, la Fifa perde la faccia

La Roja conquista il secondo titolo, ma le ingerenze di Trump e la subalternità di Infantino lasciano il calcio mondiale senza credibilità.

Marco ColomboApprofondimentiCALCIOTRUMP
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Domenica sera, nella cornice del MetLife Stadium di East Rutherford, la Coppa del Mondo 2026 si è chiusa con il trionfo della Spagna. La zampata di Ferran Torres al 106’ spezza i sogni di un Argentina rimasta in 10 uomini per tutti i supplementari e del suo capitano, Lionel Messi, all’ultima danza mondiale prima del ritiro. Ma se sul campo la Roja ha conquistato il suo secondo titolo, fuori dal campo resta un bilancio di tensioni diplomatiche e un j’accuse senza precedenti contro la FIFA. Il primo mondiale a 48 squadre, fortemente voluto da Gianni Infantino, è stato attraversato per settimane da polemiche e tensioni soprattutto per la presenza, a dir poco ingombrante, del presidente americano Donald Trump.

Le finaliste

Sul campo da gioco la cavalcata iberica è stata un manuale di controllo e coraggio. La squadra di Luis de la Fuente ha dimostrato una solidità totale in tutte le fasi del gioco come testimoniano i 14 gol segnati a fronte di un solo gol subito, quello segnato ai quarti dal belga Charles De Ketelaere. Eppure, fino alla fine in pochi avrebbero pronosticato una vittoria spagnola in un mondiale in cui le grandi attese erano altre. «Non l’hanno vista arrivare» direbbe qualcuno, a ragione. Anche perché il mondiale della Roja non è iniziato nel migliore dei modi, con un pareggio a reti inviolate contro l’esordiente Capo Verde. Eppure partita dopo partite è cresciuta in intensità, tecnica e coraggio mettendo in mostra un’intensità senza fronzoli. E lo ha fatto passando anche e soprattutto per i giovani: da Cubarsì, meritatamente miglior giovane del torneo, al fenomeno del Barcellona Lamine Yamal. L’età media della nazionale iberica è di soli 26 anni. A testimonianza di come, investire sul futuro e sui settori giovanili paga.

Di segno opposto invece il mondiale dell’Argentina. Trascinata dai lampi di genialità dei suoi fenomeni ha incantato sin dall’inizio – con avversarie per lo più modeste, va detto – inanellando vittorie a suon di gol. Ma se la Spagna è partita piano per poi ingranare nel finale, l’Albiceleste ha fatto il contrario e dalla semifinale sembra essersi spenta. Contro l’Inghilterra va sotto e la ribalta solo nei minuti di recupero, agguantando una finale che sembrava ormai lontanissima. Nell’atto finale, poi, è quasi impalpabile: per tutti i 90’ minuti regolamentari la squadra campione del mondo in carica non tira mai in porta. Zero tiri totali, un solo calcio d’angolo e una manifesta incapacità di reagire al dominio spagnolo. Si spezza così il sogno del numero dieci argentino e di quei tifosi che sognavano la coppa «por Malvinas, por el Diego e por la ultima di Leo». Con la sconfitta in finale si conclude anche la carriera di Lionel Messi in nazionale. Questa volta per davvero, non come quel giugno 2016 in cui annuncio il ritiro sentendosi inadeguato alla maglia albiceleste dopo l’ennesima delusione in Copa America. Le lacrime a fine partita raccontano di un sogno infranto: quello di vincere il secondo mondiale, superando Diego Armando Maradona, per diventare il più grande di tutti i tempi.

Le grandi deluse

Ma mentre Spagna e argentina si contendono il trofeo, c’è chi si lecca le ferite. La Francia arrivava in Nord-America con l’etichetta di favorita assoluta: rosa sterminata, Mbappé nel pieno dell’età d’oro, un c.t. – Didier Deschamps – maestro di pragmatismo. Eppure, dopo un girone passeggiato a punteggio pieno, le crepe hanno iniziato ad allargarsi: manovra prevedibile, poche linee di passaggio interne, pressing intermittente. Agli ottavi, contro un modesto Paraguay, la vittoria è arrivata solo dal dischetto, con un rigore trasformato da Mbappe al 70’ che ha tolto le castagne dal fuoco. In semifinale la Spagna ha spento ogni ripartenza costringendo i Bleus a costruire: il centrocampo è rimasto prigioniero del palleggio orizzontale e lo 0-2 finale ha sancito quella che in patria molti leggono come la fine di un ciclo iniziato nel 2018. Le dichiarazioni post-gara di Deschamps – accenni a “fattori esterni” e velate accuse alla FIFA per la designazione arbitrale – non hanno fatto che amplificare l’autoconsumo d’immagine di una squadra incapace di reinventarsi.

Ma tra le grandi sconfitte, ancora una volta, figura quell’Inghilterra ormai incapace di vincere trofei. Da anni il canto «Football is coming home» accompagna le apparizioni dei tre leoni a Mondiali ed Europei. Ma puntualmente la nazionale inglese si ritrova a perdere più o meno rovinosamente. Sconfitta in finale ad Euro 2020 e poi di nuovo quattro anni dopo, ora chiude terza il mondiale nordamericano a 60 anni esatti dal primo e unico trofeo che ha sollevato nella sua storia: la coppa del mondo vinta in casa nel 1966. Eppure le premesse per rompere questa maledizione sembravano esserci. La "golden generation” – Bellingham, Foden, Kane, Rice e via via gli altri fenomeni inglesi – aveva l’occasione di riscrivere la storia. Ai gironi si è consolidata l’illusione di una squadra finalmente cinica, capace di segnare con cinque uomini diversi e di concedere appena due reti. Poi la marcia della squadra di Sua Maestà si è fatta a ostacoli fino alla clamorosa eliminazione nel finale contro l’Argentina. A testimonianza che avere il campionato più importante, più ricco e più attrattivo del mondo non sempre porta ad una crescita reale.

Le polemiche

Se il pallone ha parlato castigliano, la colonna sonora fuori dal campo è stata un brusio di polemiche. Le prime controversie sono nate già alla vigilia del mondiale quando alcuni tesserati – giocatori e staff – sono stati respinti dalle autorità americane per problemi con il rilascio del visto. Un caso scoppiato il 6 giugno quando all'arbitro somalo Omar Abdulkadir Artan, designato dalla Fifa per dirigere alcune partite della fase a gironi, è stato negato l’accesso negli Stati Uniti nonostante fosse in possesso di un visto valido. Le autorità hanno giustificato la decisione parlando di generiche questioni di sicurezza nazionale. Una situazione che ha fatto emergere immediatamente qualche crepa nella credibilità della Fifa, il massimo organismo del calcio mondiale. «Abbiamo cercato di trovare una soluzione, ma non possiamo controllare tutto. - ha detto il presidente Gianni Infantino - A volte cui si riesce e altre no». Una dichiarazione quantomeno curiosa da parte di chi i mondiali li ha organizzati, spingendo peraltro perché si disputassero negli Usa, e di conseguenza dovrebbe tutelare i propri tesserati garantendogli il diritto di parteciparvi.

Ma se c’è una cosa che è emersa con chiarezza nel corso questi mondiali è che a Infantino della riuscita del torneo sportivo importava fino a un certo punto. Per settimane il presidente della Fifa è stato il burattino di Donald Trump, suo «caro amico», a cui ha voluto concedere tutto quello che poteva pur di farlo felice. Anche quando le regole e il buonsenso avrebbero consigliato l’opposto, come nel caso della squalifica di Balogun, revocata dopo una telefonata del Tycoon. Così la Fifa ha garantito a Trump una presenza quasi costante sul più importante palcoscenico sportivo al mondo. Lo ha fatto lasciando il presidente Usa di fare il bello e il cattivo tempo. Come accaduto al termine della finale quando, per concessione di Infantino, Trump ha potuto consegnare il trofeo alla Spagna campione. Il tycoon consegna la Coppa del Mondo al capitano della Roja, si gira verso gli altri, finge di congratularsi. Ma non se ne va. Resta li, in piedi di fianco al capitano della squadra campione del mondo. Vorrebbe, con tutta evidenza, farsi immortalare nel momento più sacro di quella religione laica che è il calcio. Quel rito collettivo che consegna una nazionale alla storia e unisce in un solo colpo un intero popolo: sollevare la coppa del mondo al cielo. Chi non ricorda l’immagine di Cannavaro, che alza la coppa nel 2006 in piedi sul piedistallo bianco mentre i compagni lo tengono per le gambe? Una foto che resta nella storia. Proprio li voleva apparire Trump, al fianco del capitano, addirittura davanti ai giocatori. Rodri, però, non ci sta e gentilmente ma con decisione lo allontana. Non del tutto però: mentre la coppa viene alzata Trump è ancora li. Giusto il tempo di farsi immortalare poi si dilegua.

Ma, questa volta, il problema non sono solo le manie di grandezza di un presidente narcisista. È anche e soprattutto l’atteggiamento della Fifa e del suo presidente, prono al volere del presidente Usa. Viene da chiedersi, ad esempio, perché la coppa l’abbia consegnata Trump e non sia stato affiancato dai presidenti degli altri due stati organizzatori: Claudia Sheinbaum per il Messico e Mark Joseph Carney per il Canada. Forse perché quello che è stato raccontato come il momento in cui si ringrazia il paese ospitante permettendo al suo presidente di incoronare i vincitori, in realtà non era altro che il momento in cui la Fifa ha riconosciuto la sua sottomissione al presidente Trump.

Una sottomissione che ha fatto scalpore ed ha tolto ogni credibilità alla Fifa ed al suo presidente. La settimana successiva al fischio finale somiglia a un processo in contumacia. Aleksander Čeferin, che ha disertato la tribuna d’onore per la finale, a caldo dichiara che «la Fifa ha perso l’ultimo briciolo di autorevolezza piegandosi alle pressioni politiche». La Uefa non è sola: persino Sepp Blatter, tornato alla ribalta dalle colonne dell’Independent, chiede le dimissioni di Infantino, bollato come «burattino di poteri extra-calcistici».

Intanto, il numero uno della FIFA rilancia: per il 2030 – il Mondiale del centenario che comincerà a Montevideo e si concluderà tra Spagna, Portogallo e Marocco – trapela l’ipotesi di passare da 48 a 64 squadre, ammantata di retorica inclusiva ma letta dagli scettici come un ulteriore tentativo di rendere il torneo il più remunerativo possibile. Dentro la stessa Fifa cresce il malumoree diverse federazioni, tra cui Belgio e Germania, chiedono garanzie sulla separazione fra politica e giustizia sportiva. Infantino prova a blindarsi, promette una “revisione indipendente” dei protocolli disciplinari e assicura che la sua ricandidatura al vertice della Fifa non è in discussione. Ma la narrazione di una «FIFA fornitore ufficiale di felicità», come ha detto lo stesso Infantino, crolla di fronte alle immagini del capo dello Stato più contestato del pianeta che impugna la coppa altrui sotto una valanga di fischi. Il calcio globale, uscito teoricamente rafforzato dal mondiale con più spettatori e incassi della storia, rischia così di ritrovarsi politicamente più fragile che mai.

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