La promessa della Costituzione

Il voto ha mostrato che la Costituzione continua a parlare al Paese. Non solo come presidio democratico, ma come idea di futuro.

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AI

Il referendum ha riportato la Costituzione nel cuore della vita pubblica. Non come reliquia, ma come linea di frattura politica. Quando gli elettori percepiscono che è in gioco l’equilibrio tra i poteri, il funzionamento stesso della nostra democrazia, si mobilitano. Questo è il dato politico più interessante lasciato in eredità dal voto: la Carta non appartiene soltanto alla memoria istituzionale del Paese, ma resta un terreno vivo di partecipazione e di scelta.

Non è la prima volta che accade. Ogni volta che la Costituzione è stata percepita come posta in gioco, la partecipazione è cresciuta. È un tratto ricorrente: la Carta è sentita come un patto vivo, non come un testo notarile. Per il centrosinistra, però, questo passaggio conta davvero solo se viene letto fino in fondo. La Costituzione non è soltanto l’argine che ha fermato una riforma sbagliata. È anche il luogo in cui esiste già un’idea di Paese, e dunque una possibile base programmatica. Per molti anni è stata evocata soprattutto in chiave difensiva: come presidio, come limite, come garanzia da opporre alle forzature. Tutto questo resta fondamentale. Ma una forza politica che vuole governare ha bisogno di una direzione, non solo di un recinto da custodire.

È qui che la Costituzione può tornare a essere un programma. Non nel senso povero di un elenco di articoli da citare, ma nel senso forte di un impianto capace di tenere insieme lavoro, uguaglianza, equilibrio democratico, collocazione internazionale. Già nei suoi principi fondamentali essa offre una trama politica più coerente di molte piattaforme elettorali costruite a tavolino. L’articolo 1 definisce l’Italia una Repubblica democratica fondata sul lavoro; il 3 affida alla Repubblica il compito di rimuovere gli ostacoli economici e sociali che impediscono libertà ed eguaglianza; l’11 lega la sovranità nazionale a un ordinamento internazionale rivolto alla pace e alla giustizia fra le Nazioni. Dentro queste tre coordinate c’è già un’idea di società.

Il lavoro, innanzitutto. Non come semplice fattore economico, ma come fondamento della cittadinanza democratica. In una stagione segnata da precarietà, salari bassi e lavoro povero, prendere sul serio l’articolo 1 significa riconoscere che la dignità del lavoro è oggi una delle principali fratture del Paese. Qui una proposta progressista ha un punto fermo già chiaro: il salario minimo legale a 9 euro lordi, costruito in rapporto ai contratti collettivi maggiormente rappresentativi, insieme al rafforzamento della contrattazione e a strumenti che accompagnino il rinnovo dei contratti scaduti. Non è una misura tra le altre. È il modo più diretto per tradurre nella realtà l’idea di una Repubblica fondata sul lavoro.

Poi c’è l’uguaglianza. L’articolo 3 non fotografa un principio astratto; assegna un compito. Dice che la libertà, da sola, non basta se gli ostacoli economici e sociali la svuotano nei fatti. È una formula che parla direttamente al nostro presente: scuola, sanità, casa, mobilità sociale, divari territoriali, condizione femminile, precarietà generazionale. La Costituzione offre un filo che tiene insieme questi temi e li riporta a una responsabilità pubblica.

Anche qui il centrosinistra ha già un terreno concreto su cui misurarsi: un piano per il diritto alla casa, il rilancio dell’edilizia pubblica e sociale, il recupero del patrimonio inutilizzato, il sostegno agli affitti e agli strumenti che impediscano a intere fasce sociali di scivolare nella povertà abitativa. Rimuovere gli ostacoli, oggi, significa anche questo.

E poi c’è la democrazia come equilibrio. Il referendum ha mostrato che su questo terreno gli italiani sono molto meno distratti di quanto spesso si creda. Hanno colto che il rapporto tra i poteri dello Stato non è materia secondaria. E hanno giudicato anche il metodo: una revisione di questo peso è stata portata avanti dal governo senza un vero coinvolgimento delle opposizioni, come se la Costituzione potesse essere riscritta da una sola parte politica. E quando si toccano gli equilibri fondamentali della Repubblica, il metodo conta quasi quanto il merito.

La qualità della democrazia dipende anche da questo: dalla capacità delle istituzioni di essere credibili e di riconoscere che le regole comuni chiedono un consenso più largo della maggioranza del momento. Per il centrosinistra questo dovrebbe valere come un punto di ripartenza: la questione democratica non è un capitolo separato dalla questione sociale, ma una sua condizione.

Infine, la collocazione internazionale. È forse il punto su cui il lessico costituzionale appare più attuale. L’articolo 11 non parla il linguaggio della chiusura, ma quello della cooperazione, della pace e della condivisione di sovranità per obiettivi più alti. In un tempo in cui la guerra genera crisi energetica, alimenta l’inflazione, indebolisce le filiere produttive e incide così direttamente sulla vita quotidiana, questo principio rivela tutta la sua attualità politica. Da qui può prendere forma una politica estera coerente, capace di tenere insieme interesse nazionale e responsabilità internazionale.

Per il centrosinistra questo implica un impegno chiaro per un’Europa autonoma e capace di decidere. Solo così l’Unione può smettere di essere il luogo in cui si compongono interessi nazionali divergenti e diventare finalmente un soggetto politico capace di esprimere una direzione comune. Usare la Costituzione come direzione non significa trasformarla in un oggetto di devozione civile o in un manifesto astratto. Significa adottare un metodo: partire dai principi, tradurli in priorità, costruire politiche coerenti. Per questo occorre coinvolgere territori, corpi intermedi, perché la Carta è un patto che vive solo se diventa pratica istituzionale e discussione pubblica. In due parole: responsabilità di governo.

Il punto, allora, è molto concreto. Il referendum ha riaperto la possibilità di leggere la Carta come una direzione politica. E questa, per il centrosinistra, può essere un’occasione importante. Perché una proposta di governo credibile non nasce solo dalla somma dei nomi o dalla definizione delle alleanze. Nasce dalla capacità di offrire al Paese un’idea riconoscibile di convivenza, di sviluppo, di giustizia, di equilibrio democratico. Quell’idea, se la si prende sul serio, è già lì. Perché oggi la Costituzione è molto più di un argine. Può essere una promessa politica.

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