La contesa sulla leadership è un regalo alla destra
La contesa sulla leadership rischia di rafforzare soltanto la destra: prima dei nomi serve una piattaforma comune e verificabile su fisco e salari.

Archivio Rinascita
Il Partito Democratico ha davanti due mosse, non un ventaglio di opzioni tra cui scegliere con la leggerezza di chi ha tempo da perdere. Prima mossa: rivendicare la guida della coalizione, in virtù dei numeri, e scoprire poi — governando, o anche soltanto facendo campagna — che l’agenda reale la detta comunque chi, pur essendo guidato, resta un alleato indispensabile e, proprio per questo, sostanzialmente incontrollabile.
Seconda mossa: cedere la guida, lasciare che sia il Movimento 5 Stelle a intestarsi la sfida alla destra e osservare da vicino l’unico effetto sicuro di questa generosità: l’alleato minore ne guadagnerebbe in visibilità, elettoralmente e non soltanto simbolicamente.
Descritta così, la scelta ha la struttura di un dilemma autentico: qualunque opzione si scelga, il risultato immediato non è quello sperato. Guidare senza decidere logora chi guida. Non guidare rafforza chi decide al posto tuo.
Le simulazioni che circolano in queste settimane, per chi ha la pazienza di leggerle fino in fondo, confermano che l’esito elettorale cambia pochissimo nell’uno o nell’altro scenario: un paio di punti, all’interno del margine di errore statistico, a seconda di chi si trova in cima al simbolo.
Il che dovrebbe insegnare qualcosa a chi si accalora tanto sulla materia: se il risultato oscilla così poco, la domanda sulla leadership non è forse quella da porre con tanta urgenza, per quanto sia — comprensibilmente — la più divertente da discutere nei retroscena.
Perché è qui, bisogna dirlo con la franchezza che l’argomentazione richiede, che il dilemma tradisce il proprio limite. Non è falso: i due corni sono entrambi reali e chi li nega per convenienza di parte mente sapendo di mentire. Ma il dilemma è mal posto, perché presuppone che l’intera posta in gioco si trovi sull’asse della leadership.
Ogni ora spesa a stabilire chi comanda è un’ora sottratta a una domanda meno spettacolare, ma assai più utile a chi dovrà poi mettere una croce sulla scheda: quali problemi risolvere e con quali mezzi concreti, non con quale slancio identitario.
Vale la pena essere espliciti, perché l’astrazione è il rifugio preferito di chi non vuole rispondere nel merito. Nel 2025 la pressione fiscale ha raggiunto il 43,1% del PIL, il livello più alto da undici anni. Nello stesso periodo, secondo l’ultimo rapporto Istat, le retribuzioni contrattuali sono rimaste inferiori di circa l’8,6%, in termini di potere d’acquisto reale, rispetto al 2019: il recupero avviato con i rinnovi contrattuali non ha ancora compensato quanto eroso dall’inflazione.
Due fatti che si sommano nella stessa direzione e per la medesima platea: più tasse, meno potere d’acquisto. Non un’impressione soggettiva raccolta ai gazebo, ma un dato che l’istituto nazionale di statistica certifica trimestre dopo trimestre, con quella noiosa ostinazione che possiedono i numeri e non gli entusiasmi.
Chi si trova in questa condizione, penso che non abbia interesse a sapere chi, tra i due leader, accetterà infine di farsi rappresentare dall’altro. Ha interesse a sapere se una coalizione, una volta al governo, intenda intervenire sulla leva fiscale senza colpire ancora gli stessi redditi di sempre e se esista una politica salariale credibile che non si limiti — con encomiabile ma tardivo impegno — a rincorrere un’inflazione già consumata.
C’è una seconda argomentazione, distinta ma convergente. Catena, in un intervento pubblicato su questa rivista, ha osservato che il confronto tra PD e Movimento 5 Stelle rischia di trasformarsi in una situazione nella quale ciascuno, perseguendo razionalmente l’interesse della propria organizzazione, produce collettivamente l’esito peggiore per entrambi, mentre l’unico vincitore certo resta il campo avversario.
L’osservazione di Catena riguardava la politica estera. Ma la sua struttura logica non è affatto limitata a quel tema: vale, con lo stesso peso, per la disputa sulla leadership. Se il conflitto sulla guida della coalizione consuma tempo e credibilità che non tornano indietro, chi ne trae vantaggio non è né il PD né il Movimento 5 Stelle, ma il campo avversario, che resta comodamente a guardare senza doversi misurare su nessuna delle due questioni.
La via d’uscita, allora, non è diversa da quella che Catena indica per la politica estera: sottrarre alla competizione ciò che la competizione non sa decidere bene e restituirlo a un accordo che venga prima, non dopo.
Non chi guida ma, come sempre, che fare: una piattaforma comune verificabile su fisco e salari, che preceda e vincoli la scelta del nome. Soltanto a quel punto la domanda su chi guida torna a essere secondaria, come dovrebbe essere in ogni alleanza che si candidi a governare un Paese e non semplicemente a vincere una gara interna per il piacere di averla vinta.
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