PD e M5S, la trappola di Nash sulla politica estera
Le primarie non possono decidere il sostegno all’Ucraina: serve un accordo che leghi aiuti difensivi, controllo parlamentare e iniziativa diplomatica europea.

ANSA
Le primarie possono scegliere la guida di una coalizione, misurare i rapporti di forza tra le sue componenti e mobilitare un campo politico. Non possono però diventare il luogo nel quale decidere, attraverso una contrapposizione plebiscitaria, la politica estera dell’Italia, il sostegno all’Ucraina o il futuro della sicurezza europea.
La politica estera implica continuità dello Stato, diritto internazionale, interessi nazionali, appartenenza europea e una determinata concezione dell’ordine mondiale. Le forze che aspirano a governare insieme devono perciò definirne preventivamente i principi essenziali. Non possono affidarla all’esito contingente di una competizione tra leader.
È precisamente questo il rischio che si manifesta nel rapporto tra PD e Movimento 5 Stelle. Il PD tenta di vincolare Giuseppe Conte attraverso un programma preventivo, temendo che una coalizione priva di una linea comune sull’Ucraina sia destinata a dissolversi una volta giunta al governo. Conte, al contrario, cerca di sottrarsi a un accordo che percepisce come la semplice ratifica della posizione democratica e tende a trasformare le primarie in un referendum sugli aiuti militari a Kiev.
Siamo dentro una trappola di Nash: ciascuno persegue una strategia razionale dal punto di vista della propria organizzazione, ma l’interazione tra le due strategie produce un esito distruttivo per entrambi. Il PD non può pretendere la preventiva capitolazione del Movimento sulla questione che maggiormente ne caratterizza il profilo politico; Conte non può utilizzare le primarie per imporre unilateralmente alla coalizione una rottura rispetto agli impegni internazionali dell’Italia.
Se questa dinamica fosse portata fino in fondo, le primarie non selezionerebbero una leadership: dissolverebbero l’alleanza. E a vincere sarebbe la destra, non soltanto alle elezioni politiche. Un’altra legislatura di centrodestra le consegnerebbe anche un peso determinante nell’elezione del prossimo presidente della Repubblica. La mancata mediazione sulla politica estera rischierebbe dunque di affidarle Palazzo Chigi e il Quirinale, consolidando per un intero ciclo una trasformazione degli equilibri politici e istituzionali del Paese.
Per uscire dalla trappola bisogna cambiare il gioco. La politica estera deve essere sottratta alla competizione per l’investitura e affidata a un accordo preventivo che non cancelli le divergenze tra PD e M5S, ma le renda governabili.
Il punto più difficile riguarda gli aiuti militari all’Ucraina. La proposta avanzata da Bruno Gravagnuolo su Rinascita è largamente condivisibile, ma non basta dichiarare irricevibile il no assoluto di Conte agli aiuti militari. Ribadire questa posizione senza indicare una via d’uscita non sposta il confronto di un millimetro. Una mediazione credibile deve ridefinire politicamente il sostegno militare, subordinandolo a finalità difensive, a una durata circoscritta, al controllo parlamentare e a una concreta iniziativa negoziale europea.
Il primo principio è la destinazione esclusivamente difensiva delle forniture italiane. Non esiste una distinzione tecnica assoluta tra armi offensive e difensive: molti sistemi possono assumere funzioni diverse secondo l’impiego, la gittata e gli obiettivi. È però possibile stabilire che i mezzi italiani siano utilizzati soltanto per difendere il territorio ucraino, la popolazione civile e le infrastrutture essenziali, escludendone l’impiego per attacchi strategici in profondità nella Federazione Russa.
Difesa aerea e antimissile, contrasto ai droni, sminamento, protezione elettronica, mezzi sanitari, logistici e di evacuazione rispondono a questa finalità. Una simile delimitazione è coerente con l’articolo 11 della Costituzione: riconosce il diritto dell’aggredito alla difesa senza trasformare l’Italia in parte di una strategia di escalation potenzialmente illimitata.
Il secondo principio è la temporaneità. Le forniture non possono essere autorizzate come una delega permanente. Ogni decisione dovrebbe avere una durata semestrale e ogni rinnovo essere sottoposto a uno specifico voto parlamentare, sulla base di una relazione del governo relativa all’impiego dei mezzi, all’evoluzione del conflitto e allo stato dell’iniziativa diplomatica. La temporaneità non implica l’abbandono automatico dell’Ucraina a una data prestabilita. Significa impedire che il sostegno militare continui per inerzia, senza una verifica democratica delle sue finalità e dei suoi risultati.
Il terzo principio è decisivo: la prosecuzione degli aiuti deve essere subordinata all’effettivo impegno negoziale dell’Unione europea. Finora la diplomazia è stata troppo spesso evocata come formula rituale, senza individuare un soggetto incaricato, un mandato e una sequenza politica.
Il governo italiano dovrebbe chiedere la nomina di un inviato speciale europeo per la pace in Ucraina, dotato del mandato di coordinare gli Stati membri e promuovere un gruppo internazionale di contatto. Il processo dovrebbe coinvolgere le Nazioni Unite e Paesi capaci di mantenere relazioni con entrambe le parti, come India, Brasile, Sudafrica e Turchia. L’Europa non può continuare ad attendere le decisioni di Washington o le iniziative bilaterali delle grandi potenze: deve esercitare una propria funzione politica.
L’Italia dovrebbe inoltre proporre in sede europea un piano di pace fondato su alcuni principi inequivocabili. L’invasione russa è illegale. I confini non possono essere ridisegnati con la forza. Nessun accordo può essere imposto all’Ucraina senza la partecipazione delle sue istituzioni. Al tempo stesso, la condanna dell’aggressione non può tradursi nell’obiettivo di una guerra indefinita, nella disgregazione della Russia o nell’imposizione dall’esterno di un cambiamento di regime.
A partire da questi principi, deve essere richiesta a entrambe le parti una disponibilità al compromesso. Non vi è alcuna equivalenza tra aggressore e aggredito: le responsabilità sono radicalmente differenti. Ma la differenza delle responsabilità non elimina la necessità che entrambi concorrano alla conclusione della guerra.
Alla Russia deve essere chiesto di riconoscere che l’occupazione militare non produce un titolo giuridico sui territori conquistati. All’Ucraina deve essere chiesta la disponibilità a discutere tutte le questioni controverse, senza che l’ingresso nel negoziato comporti la rinuncia preventiva ai propri diritti.
Occorre distinguere tra la linea provvisoria di un cessate il fuoco e i confini internazionalmente riconosciuti. La sospensione delle ostilità lungo l’attuale linea del fronte non implicherebbe il riconoscimento delle annessioni russe. Il contenzioso territoriale rimarrebbe aperto e sarebbe affrontato in una fase successiva. Pretendere di risolverlo prima della tregua renderebbe probabilmente impossibile qualsiasi negoziato; riconoscere le conquiste ottenute con la forza distruggerebbe invece il principio stesso sul quale la pace dovrebbe fondarsi.
Il piano potrebbe prevedere la cessazione degli attacchi contro le infrastrutture civili, una tregua verificata internazionalmente, lo scambio dei prigionieri, la restituzione dei civili deportati, l’accesso delle organizzazioni umanitarie, una missione internazionale di osservazione e l’apertura del negoziato sulle garanzie di sicurezza dell’Ucraina e sul futuro dei territori occupati.
A ogni passaggio attuato in modo concreto e verificabile dalla Federazione Russa dovrebbe corrispondere una graduale riduzione delle forniture militari italiane. Non sarebbero sufficienti dichiarazioni formali: occorrerebbero comportamenti osservabili, come il rispetto della tregua, la cessazione degli attacchi, l’accesso degli osservatori e la liberazione dei prigionieri. A ogni violazione grave dovrebbe invece corrispondere la sospensione della riduzione e una nuova valutazione parlamentare. Gli aiuti diverrebbero così uno strumento temporaneo, circoscritto e reversibile, subordinato all’avanzamento effettivo del processo di pace.
L’accordo tra PD e M5S deve però andare oltre l’Ucraina e definire una concezione generale della sicurezza europea. L’Europa non può costruire la propria sicurezza sotto il ricatto della Russia, ma non può neppure concepirla indefinitamente contro la Russia. Nel presente, il regime russo costituisce una minaccia: è autoritario e responsabile di una guerra di aggressione. La deterrenza e la difesa dei Paesi europei sono dunque necessarie.
Ma il regime non coincide con il Paese, con il popolo russo, con la sua storia e con la sua cultura. La Russia è parte integrante dello spazio europeo e non può essere trasformata in un nemico metafisico ed eterno. Una politica progressista deve tenere insieme l’opposizione inequivocabile al regime attuale e la prospettiva di una futura reintegrazione della Russia in un sistema cooperativo di sicurezza continentale.
La sicurezza con la Russia non è una possibilità immediata, ma deve rimanere l’orizzonte strategico. Il governo italiano dovrebbe lavorare per una nuova architettura fondata sul rilancio dell’OSCE, sulla trasparenza militare, sulla prevenzione degli incidenti, sul controllo degli armamenti e su garanzie effettive per tutti gli Stati europei.
La stessa autonomia deve orientare i rapporti con gli Stati Uniti e con la Cina. L’Europa deve restare amica e alleata degli Stati Uniti, ma non subordinata a Washington. Un’alleanza tra soggetti autonomi è più solida di una relazione gerarchica e consente all’Unione di difendere interessi e priorità che non sempre coincidono con quelli americani.
Parallelamente, va rilanciato un rapporto positivo con la Cina. Pechino non può essere ridotta al ruolo di nemico sistemico dentro una nuova guerra fredda. È una potenza con la quale l’Europa compete, ma con la quale deve cooperare sul commercio, sul clima, sulla transizione energetica e sul governo delle crisi internazionali.
La cooperazione deve fondarsi sulla reciprocità, sulla tutela delle produzioni europee, sulla difesa delle infrastrutture strategiche e sulla riduzione delle dipendenze. Ma proteggere gli interessi europei non significa accettare il disaccoppiamento generalizzato o una strategia di contenimento della Cina elaborata altrove.
L’Europa dovrebbe infine svolgere una funzione di ponte tra l’Occidente e le potenze emergenti: India, Cina, Brasile, Sudafrica e quel vasto insieme di Paesi che non intende essere ricondotto a una nuova divisione bipolare del mondo. Non un’Europa equidistante o neutrale, ma una potenza autonoma di connessione, capace di trasformare il multipolarismo da competizione incontrollata tra grandi potenze in multilateralismo regolato dal diritto internazionale.
Su queste basi può nascere una politica estera comune tra PD e M5S: difendere l’Ucraina senza rendere permanente la guerra; negoziare senza legittimare l’aggressione; essere alleati degli Stati Uniti senza accettare la subordinazione; costruire nel lungo periodo una sicurezza europea che comprenda la Russia; cooperare con la Cina senza produrre nuove dipendenze; fare dell’Europa un soggetto autonomo nel mondo multipolare.
Non sarebbe una media aritmetica tra atlantismo e pacifismo, ma una sintesi più avanzata: ferma sul diritto internazionale, realista nei rapporti di forza e rigorosa nel subordinare gli strumenti militari agli obiettivi politici.
Le primarie potrebbero allora tornare alla loro funzione: scegliere chi guiderà la coalizione, non decidere la politica estera attraverso la sconfitta interna di uno degli alleati. Il PD deve rinunciare all’idea di costruire l’unità mediante l’assimilazione preventiva del Movimento alla propria linea. Conte deve rinunciare all’idea che l’investitura popolare possa sciogliere unilateralmente questioni che una coalizione di governo deve affrontare collettivamente.
Uscire dalla trappola di Nash significa comprendere che la cooperazione non è una concessione sentimentale, ma la sola strategia razionale quando la massimizzazione degli interessi particolari produce la sconfitta generale.
Dentro quella trappola, il PD non sconfiggerebbe Conte e Conte non sconfiggerebbe il PD. Sarebbe la destra a sconfiggere entrambi, conquistando non soltanto il governo, ma la possibilità di determinare per un intero ciclo politico gli equilibri istituzionali della Repubblica.
Prima di stabilire chi debba guidare l’alternativa, occorre dunque decidere se si vuole davvero costruirla.
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