Intervista a Roberto Morassut: «La sinistra oggi deve osare di più»
Dal Pd alle alleanze, dalla sicurezza alla patrimoniale: Roberto Morassut indica le sfide della sinistra tra Costituzione, pace, giovani e riformismo radicale.

ANSA
Dal futuro del centrosinistra alla sfida di costruire un’alleanza costituzionale capace di parlare al Paese: Roberto Morassut affronta i nodi decisivi della politica italiana. Riflette sulle fragilità della destra, sul ruolo del Pd, sulla sicurezza nelle periferie, sulla giustizia fiscale e sulla condizione dei giovani. Lo sguardo si allarga poi all’Europa, alla pace e all’attualità del riformismo radicale di Giacomo Matteotti. Una conversazione netta, tra memoria e futuro.
Nel centrosinistra è un florilegio di denominazioni: dal campo largo all’Allenza costituzionale. Ma il consenso si costruisce indicando e praticando politiche di cambiamento. Il Pd è attrezzato a farlo?
Se facessimo un Almanacco delle denominazioni che nel tempo sono state utilizzate per definire formule politiche sostanzialmente simili, ne avremmo un lungo elenco. In Italia, potrei dire, la sinistra ha sempre cercato, fin dal dopoguerra, di muoversi dentro una strategia che ampliasse il più possibile lo schieramento delle forze democratiche di varia ispirazione e ne consolidasse l’unità e la solidarietà per tenere a bada quel grumo reazionario, antiliberale, antipopolare e antidemocratico che con varie fortune e tragedie ha caratterizzato la storia politica italiana dal Risorgimento in poi.
Questo grumo si formò in epoca coloniale con Crispi che realizzò una strana saldatura tra pezzi di tradizione repubblicana e mazziniana e quella prima borghesia industriale che si andava formando e che sognava un’Italia forte, protagonista nel concerto europeo. Furono gli albori del Nazionalismo. Mussolini si ispirò a Crispi pur venendo dalle fila socialiste. Questo grumo non è mai scomparso nemmeno dopo il crollo rovinoso del fascismo perché, mentre in altre nazioni è la proiezione di una storia imperiale potente, in Italia è, al contrario, il prodotto di una frustrazione nazionale latente e diffusa che ci vede esterofili ed esterofobi allo stesso tempo e che si basa sulle nostre incancellabili fragilità strutturali, perché non siamo una potenza.
Un qualcosa che quando ha gestito il potere, in anni lontani o più vicini, ha fatto solo disastri. Ed è contro questa immondizia che la sinistra italiana cerca da sempre di costruire delle ampie alleanze a volte anche sacrificando qualcosa della propria natura. Quindi… una volta chiamiamo le cose in un modo a volte in un altro a seconda delle stagioni politiche e dei soggetti politici che si formano… ma gli obbiettivi sono quelli: alleare le forze democratiche, socialiste, laiche, cristiane e civiche in un progetto comune di pace e giustizia sociale. Detto questo, dire oggi che occorre un’Alleanza costituzionale mi pare adeguato all’attuale momento politico perché il cosiddetto Campo largo non è più largo dopo il referendum se diventa un “caminetto”, cioè se perde il respiro che Bettini gli volle dare quando ne parlò per primo. Adesso il problema è come trasferire sul piano politico ed elettorale le forze che si sono espresse al referendum e che hanno proposto un’opzione costituzionale per affrontare questa crisi nazionale e internazionale. Si parte dalla Costituzione e dai suoi principi intoccabili e si costruiscono le politiche. Non è una cosa semplice ma a me sembra una strada obbligata e che può farci vincere.
Però dopo il voto alla Canera sulla legge elettorale che ha mostrato crepe nella maggioranza le possibilità di vittoria per il centro sinistra sono maggiori o no?
Il centro destra e la premier, Giorgia Meloni, hanno i loro problemi, il principale dei quali è la rincorsa di Vanncci. Direi che loro, in questo momento, sono nella condizione di dover rincorrere la “rabbia” che, come le serpi, cambia pelle ma non la carne a seconda delle stagioni. Noi dobbiamo rincorrere la speranza ed è sempre più difficile… Il voto alla Camera ha provocato una scossa di cui al momento non saprei valutare gli effetti sul Governo. Certo se si ripeterà il Governo cade e le nostre chance saranno immediatamente accresciute. Ma guai illudersi che noi si possa vincere solo contando sui loro problemi.
Ecco…ma, ripeto, il Pd è attrezzato per vincere?
C’è stata una campagna di ascolto in tutto il Paese che ha prodotto un insieme di proposte di merito in tanti campi della vita economica e sociale. Ci sarà un confronto nella coalizione. Saremo pronti. Se per programma intendiamo una visione, questa si può anche riassumere in una parola, paradossalmente. In questi giorni ho riletto il discorso di Enrico Berlinguer al teatro Eliseo di Roma sull’austerità. Un discorso molto complesso, segnato da una torsione teorica, coraggiosa e faticosa ma in quella parola c’era una visione. O pensiamo alla “forza tranquilla” di Mitterrand. Che potenza di messaggio! Oggi la parola chiave mi sembra “Giustizia”. Viviamo in un mondo ingiusto. Certamente a questa parola insorgono i tifosi di un “garantismo” che non si sa mai se è un “garantismo” per le élite o anche per chi e debole e indifeso. Allora decliniamo in una nuova e più pura forma la parola “Sicurezza”.
Sicurezza …Non posso allora non chiederti una considerazione sul caso Roggero.
C’è una sentenza che non voglio commentare perché mi affido alla ponderazione dei giudici nel valutare l’eccesso o meno della legittima difesa posta in essere da Roggero. Però la vicenda mi ha colpito, non lo nego. E scosso. In casi come questo si rimescolano le posizioni tra giustizialisti e garantisti. Chi è giustizialista e chi è garantista? Qui le parti possono sembrare invertite. Mi immedesimo e dico: una mente sconvolta e sovraccarica di esperienze già subite per rapina o aggressione violenta è in grado di “valutare” razionalmente i limiti dell’eccesso di difesa? Cioè è in grado di scalare in un attimo da una condizione emotiva potente ad una valutazione ragionevole? C’è qualcosa nella nostra posizione che alla fine non mi convince. Semmai si dovrebbe partire dalla efferatezza dell’aggressione subita confrontata con il carico di eventuali precedenti situazioni. Tuttavia, ripeto, non me la sento di commentare una sentenza.
Avverto però il bisogno, per noi, di offrire dei messaggi più efficaci su queste situazioni. La sicurezza è un bisogno popolare sentitissimo al quale occorre dare delle risposte che agiscono su piani diversi e integrati. In una recente audizione presso la Commissione d’inchiesta sulle periferie di cui sono capogruppo per il Pd, alcuni tra i massimi rappresentanti dell’ordine pubblico in Italia, rispondendo ad una mia domanda sulle risorse necessarie per coprire adeguatamente il territorio, hanno detto che il problema non è la capacità di risposta delle forze dell’ordine ma il recupero di alcuni quartieri o territori da parte dei Comuni. Invece io credo che occorra un programma di potenziamento delle forze dell’ordine in termini di risorse umane e di mezzi.
Questo governo, aldilà delle parole non lo ha garantito. E occorra mettere gli enti locali nelle condizioni di intervenire con politiche di breve, medio e lungo periodo per trasformare alcuni territori che sono collassati socialmente e urbanisticamente. Il Pnrr ha dato qualche piccolissimo aiuto ma bisogna continuare anziché investire risorse per la armi in un modello di difesa sbagliato e dispendioso. Nelle periferie bisogna adottare la regola salesiana e trasferirla sul piano civile: sport, comunità, lavoro e se serve assistenza elementare. Ai grandi Comuni metropolitani vanno dati maggiori poteri, anche legislativi, a partire da Roma.
Per parafrasare Nanni Moretti; «Morassut dì qualcosa di sinistra». Lo dica qui a “Rinascita”.
Moretti disse quella frase in Aprile, film del 1998. C’era il governo D’Alema. Una stagione difficile. Si cercava sostanzialmente di evitare un ritorno al governo di Berlusconi che poi avvenne per via elettorale nel 2001, regalandoci altri 5 anni di disastri. La sinistra italiana, proprio in virtù della forza popolare di una destra anticostituzionale, ha spesso dovuto abbassare l’asticella delle sue aspirazioni. Dopo le guerra c’era la situazione internazionale dei due blocchi contrapposti. Si lottava per la democrazia e meno per la riforme strutturali, come le chiamava Lombardi.
Nenni, nel ’63, dovette abbassare “le penne” dopo il “tintinnar di sciabole” del Piano Solo e ridurre le ambizioni del primo governo di centro sinistra organico e via dicendo fino ad arrivare alla morte di Moro. Poi i condizionamenti sono stati di carattere economico e finanziario per tutti gli anni 90 e 2000, fin quasi a ieri. Bisogna osare un po’, oggi. Oggi dobbiamo avere più coraggio sulla questione fiscale. Ben due anni fa posi la questione della patrimoniale nei termini di un contributo temporaneo di solidarietà rivolto ai grandi patrimoni oltre i 5 o 6 milioni. Quelle risorse possono aiutare le politiche sociali di riforma che proponiamo. Non è vero che provocherebbe una “fuga di capitali”. È una misura popolare. Nient’affatto punitiva, In fondo anche chi ha avuto dei vantaggi di posizionamento dalla globalizzazione può partecipare alla ripresa del Paese. La vita è un pugno d’aria denso di senso. Lasciare qualcosa per una giusta motivazione è una cosa ben fatta. Il paese ne trarrebbe giovamento anche in termini di consumi. Non dico che tutto si esaurisce in questo ma se se non partiamo da lì mi pare difficile ottenere dei risultati anche parziali in tempi ravvicinati. Personalmente, poi, vivo con grande preoccupazione se non con angoscia la condizione giovanile. La sinistra deve assumerla con maggiore consapevolezza. Il futuro dei nostri ragazzi è sempre più stretto. Tutto dovrebbe essere declinato guardano alle ragazze e ai ragazzi: pensioni, case, salari, ambiente. Non abbiamo il diritto di prenderci la loro vita.
Sulla politica estera non si scherza. Soprattutto in un mondo dove impera la legge del più forte. Il centrosinistra ha, su questo tema della pace, del disarmo, sull’Europa, sui rapporti con gli Usa, una possibilità di costruire una linea comuna?
La difesa comune, attraverso una progressiva integrazione e coordinamento dei sistemi nazionali è la via maestra per rafforzare l’Europa e la sicurezza internazionale. Questa non è una posizione bellicista ma sono le parole di Ernesto Rossi nel Manifesto di Ventotene. La pace e la Nato assumono nel mondo di oggi significati completamente diversi se visti dalle diverse sponde dell’Atlantico. Ma qui il problema va oltre la coalizione del centro sinistra italiano e riguarda il coordinamento tra tutte le forze progressiste, democratiche e socialiste europee e del mondo. Il lavoro di raccordo è iniziato a Barcellona e in Canada in modo incoraggiante, per ora. Elly Schlein ne è protagonista.
La difesa comune presuppone una collocazione dell’Europa più forte e più autonoma. Ho fatto parte per cinque anni della delegazione italiana presso l’Assemblea parlamentare della Nato. Ho vissuto in diretta la crescita esponenziale della presenza militare Nato nei paesi dell’est europeo richiesta a gran voce dai baltici. In quegli anni la Nato era restìa a seguirli per i costi enormi che avrebbe comportato e per il timore di un eccesso di pressione sulla Russia. Poi vinse la linea baltica, la Russia fu anche espulsa dalla posizione di osservatrice delle attività dell’Assemblea. In questo momento verso la Russia noi europei abbiamo solo e soltanto una posizione di contrasto militare, che è giustificatissima, per l’aggressione in Ucraina. Ma non abbiamo una posizione comune e autonoma dagli americani che sul piano politico e diplomatico apra un canale vero di trattativa con la Russia. Questo è un problema enorme. E’ evidente che nel centro sinistra non ci sono posizioni condivise, su questo. Ma vanno assolutamente cercate e raggiunte.
Lei è Vicepresidente della Fondazione Matteotti. Matteotti, un grande socialista riformista, sarebbe oggi tacciato di essere un massimalista. Come la mettiamo?
Se Matteotti sedesse su quello scranno che gli abbiamo riservato, in memoria, alla Camera sarebbe una furia di interventi ma anche di proposte di merito. E catalizzerebbe l’Aula. Nonostante siano passati oltre cento anni non lo vedo tra quelli che oggi si affidano alla parola o a vaghe prospettive di massima, per l’appunto. Sarebbe con le sue cartelline piene di fogli di studio, statistiche, raffronti. Il riformismo è radicale quando resta fermo nei principi e pratico nelle risposte. Altrimenti si chiama opportunismo o ministerialismo. Noi dobbiamo restituire al riformismo il suo valore radicale. Quello che si è offuscato nei decenni del mondo diviso in blocchi ideologici e in quelli del mondo della globalizzazione e del ricatto finanziario mondiale. La sinistra deve osare di più, in Italia. Non solo sulla democrazia ma anche sulla proposta economica e sociale. Nel 1919 nel suo “La Riforma Tributaria” Matteotti propose l’introduzione di una imposta straordinaria sui grandi patrimoni. Oggi molti massimalisti storcerebbero il naso. Le ho risposto.
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