Legge elettorale, cronaca di un suicidio annunciato

Il governo battuto per un voto sulle preferenze: la destra si spacca, il centrosinistra esulta e alla Camera si materializza lo spettro di una crisi di governo.

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ANSA

Sono pressappoco le 20 di martedì 14 luglio. Alla Camera dei Deputati si vota la riforma elettorale.

In mattinata i gruppi del Partito Democratico, di Camera e Senato, si sono riuniti nella sala intitolata a Enrico Berlinguer, per fare il punto della situazione ed è emerso, dalle informazioni più riservate, un panorama difficile per la maggioranza. L’accordo sull’emendamento per la introduzione delle preferenze, fortissimamente voluto da Giorgia Meloni, potrebbe ballare in aula. Le ultime dichiarazioni di Salvini sono suonate come un nefasto presagio nella loro cruda sintesi: «non c’è problema».

Ma il problema c’è, eccome. Lo percepisci nei corridoi, nei capannelli del Transatlantico. Decodifichi chi parla con chi. Scruti le facce alla buvette, interpreti gli sghignazzi nemmeno tanto nascosti, dei “vannacciani” e capisci che l’imboscata potrebbe starci. Il problema sta nel capire se qualche sparo amico avrà la forza di varcare la soglia della schiacciante maggioranza del Governo.

Verso le 8 il lavoro d’aula avanza sui binari di un ordinario confronto tra maggioranza e opposizione. Su diversi telefonini scorrono le immagini di Francia- Spagna, la semifinale dei mondiali. I Galletti si giocano l’onore nel giorno della loro festa nazionale. Mai esporre pericolosamente la bandiera! La bandiera va difesa, preservata e protetta, non esposta alla mitraglia del nemico! Infatti la Francia sta perdendo.

Più o meno alla stessa ora arriva il voto sull’emendamento fatidico di Fratelli d’Italia per la introduzione delle preferenze. È una cosa curiosa perché nel testo del governo le preferenza non ci sono ma Meloni ha voluto comunque provare a metterle chiedendo al suo partito di riproporle in aula. È un emendamento farlocco in realtà perché sulla base dei tecnicismi previsti dalla legge, riguarderà un numero limitato di candidati: una sessantina su 600.

Meloni è furba però, gioca una carta win win. Se l’emendamento passa, sarà lei la meritoria paladina del diritto dei cittadini a esprimersi (anche se nelle forme minimali poc’anzi descritte). Se non passa le resterà il potere di nomina assoluto al quale forse davvero mira. Crede, almeno crede, di incassare comunque.

Il centrosinistra ha i suoi emendamenti sulle preferenze che non prevedono capilista bloccati. Sono emendamenti trasparenti e veri. Sui banchi del PD, Federico Fornaro, il regista del lavoro di aula, mormora con voce baritonale ai colleghi in postazione: «Attenti, compagni, qui c’è voto segreto sulle preferenze. Emendamento FdI. Si vota rosso. Non sbagliate…» Tutti in trincea…Carichiamo le pallottole e puntiamo il modello 91.

Si Vota.

Il Presidente di turno Rampelli legge l’esito del voto: il Governo va sotto per un voto. Un’onda anomala travolge la cavea del Parlamento. Come se uno tsunami fosse partito da sinistra l’ondata si frange sulla scogliera dei banchi del centro destra accompagnato dall’eco di urla e grida in tripudio dei deputati del centro sinistra, quasi a sostenerla. L’onda sbatte violentemente sulla scogliera a destra e trascina tutto verso l’alto e poi verso il basso.

I deputati di Fratelli d’Italia lasciano il posto e si disperdono nei corridoi che dividono gli scranni, disordinatamente. Cercano i colleghi, poi si riaggrumano, si squassano le fila. Curiosamente i leghisti stanno fermi, non si muovono, come se la cosa non li riguardasse. Anche Forza Italia assiste con tono moderato, alla scena. I “vannacciani” ridono. Il fuoco amico ce l’ha fatta.

A sinistra parte il grido “Elezioni, elezioni”, sul banco del Governo gli sguardi sono terrei. Meloni non c’è, non è venuta. Col suo voto avrebbe potuto salvare quell’emendamento.

Nella confusione il Presidente di turno Mulè, di Forza Italia, in genere accorto, corretto e sagace perde il controllo della situazione. Vorrebbe andare avanti con gli altri emendamenti ma si invoca un’interruzione, quanto meno un confronto sull’ordine del giorno… La sinistra occupa l’emiciclo. È successo un fatto grave, il Governo ha preso un uppercut pesante e balla sulle corde del ring, bisogna sottolineare questo passaggio, esaltarlo.

Il dibattito si apre e tutti i leader del centrosinistra chiedono le dimissioni di Meloni: “A casa, a casa!” Lupi, dei Moderati, minimizza.«Capita che una maggioranza vada sotto e qui non c’è un colpo al governo. Il testo del governo è integro!». Meloni batte un’agenzia: «Ci ho messo la faccia… peccato. Ma la sinistra esulta contro le preferenze. C’è un problema politico nella maggioranza».

Nella baraonda ormai incontrollabile, Mulè naviga come un nocchiero che ha smarrito il timone. La destra interviene, Bignami fa un discorso livoroso contro la sinistra e sfodera l’orgoglio di Fratelli d’Italia ma Lega e Forza Italia non applaudono. Tutto è chiaro. Nello schieramento della destra si è aperta una faglia come quella di San Francisco.

Il centrosinistra ritira tutti i suoi emendamenti. Toglie l’ultimo orpello di legittimità ad una legge orribile. La Russa annuncia cerotti da applicare nella prossima discussione al Senato. Un Deputato di Futuro Nazionale inneggia a Hitler e viene sommerso da un a valanga di grida trasversali. Cominciano a girare sul web le immagini di deputati di destra che violando il regolamento hanno filmato il loro voto per dimostrare di essere stati leali.

È la miglior prova del loro tradimento.

Nel frattempo la buvette si è riempita e i colleghi di vecchia esperienza seppur avversari si confrontano. La possibilità di un crash del governo è reale, molti lo temono. Molti lo auspicano. Meloni ha sbagliato mossa stavolta. Tra decine di interruzioni regolamentari la seduta si trascina fino a mezzanotte poi viene interrotta con l’appuntamento alle 9 del giorno dopo.

Sintesi: la destra ha assaggiato la “fine del regime”, quasi come il 25 luglio del ‘43…. Come allora i traditori si sanno e non si sanno. Come allora il capo – o la capa – lo sapeva ma ha azzardato per scansare l’onda crescente. Ma stavolta dietro le quinte non c’è un Re piccolo, timoroso e infingardo. C’è un Generale che vuole dare le carte e dei compari che vogliono riprendere spazio. L’onda anomala ha spazzato la scogliera, restano arbusti spezzati, case scoperchiate ma le persone si rimettono in moto. A sinistra il modello 91 ha fatto la sua parte. Era un fucile di precisione, il migliore dei suoi tempi. Speriamo tra poco di usarlo in piazza Per sparare fiori

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