Intelligenza artificiale, la lezione politica di Leone XIV

L'enciclica di Leone XIV sull'IA sfida il capitalismo digitale e richiama la politica a governare algoritmi, lavoro e democrazia.

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ANSA

Mentre i partiti progressisti occidentali e le istituzioni democratiche faticano a elaborare una visione organica, coraggiosa e strutturale capace di governare la transizione digitale in corso, finendo troppo spesso per subirla passivamente o per inseguirla con timidi correttivi burocratici, si consuma un paradosso politico e culturale che il pensiero laico contemporaneo ha il dovere di guardare in faccia con estrema onestà: una delle critiche più radicali, profonde e filosoficamente attrezzate al modello di sviluppo tecnocratico e al capitalismo delle piattaforme arriva, ancora una volta, dalle stanze del Vaticano. La presentazione della Nuova Lettera Enciclica Magnifica Humanitas del Santo Padre Leone XIV, avvenuta nell'Aula Nuova del Sinodo, non può e non deve essere liquidata come un semplice e polveroso documento catechistico o dottrinale destinato esclusivamente alla cerchia dei fedeli cattolici; al contrario, questo testo si configura come un vero e proprio manifesto politico, sociale e filosofico universale, capace di interpellare direttamente chiunque abbia a cuore i valori della giustizia sociale, dell'uguaglianza sostanziale e della difesa intransigente della dignità umana nell'epoca della diffusione pervasiva dell'Intelligenza Artificiale.

Firmata non a caso in una data dall'altissimo valore simbolico, il 15 maggio 2026, in occasione del 135° anniversario della promulgazione della storica Rerum Novarum di Papa Leone XIII, la nuova enciclica compie un'operazione intellettuale del tutto analoga a quella che, alla fine del diciannovesimo secolo, aprì la strada alla moderna dottrina sociale della Chiesa di fronte ai drammi sociali della prima rivoluzione industriale. Oggi le fabbriche fumose della Manchester ottocentesca e i primi telai meccanici che terrorizzavano i lavoratori sono stati visivamente e materialmente sostituiti dalle asettiche server farm sparse per il pianeta e dagli algoritmi predittivi di machine learning, ma la sostanza ultima del problema economico e antropologico rimane esattamente la stessa: il rischio concreto e imminente di un'alienazione totale dell'essere umano, che viene sistematicamente ridotto da soggetto cosciente della produzione a mero ingranaggio invisibile, o peggio ancora, a semplice "fornitore di dati" grezzi da spremere, profilare e dare in pasto alla macchina estrattiva per garantire l'accumulazione capitalistica e il profitto privato di una manciata di giganti monopolistici globali della Silicon Valley e di Shenzhen.

Per un pensiero laico, socialista e di sinistra che nel corso degli ultimi decenni ha progressivamente smarrito le proprie lenti analitiche sul conflitto capitale-lavoro, lasciandosi ammaliare dalle sirene della deregulation e della modernizzazione acritica, l'asse concettuale di questo testo pontificio rappresenta una salutare scossa elettrica, poiché ha il merito storico di ricordarci che la tecnologia e l'innovazione scientifica non sono mai vettori neutrali o forze della natura prive di direzione, ma sono sempre il prodotto storico di precisi rapporti di forza economici e politici e che, di conseguenza, se lasciate alla totale anarchia del cosiddetto "libero mercato", non faranno altro che amplificare a dismisura le disuguaglianze esistenti, precarizzare ferocemente il lavoro cognitivo e intellettuale e atomizzare i legami di solidarietà dei corpi sociali e delle comunità.

La proposta centrale del Papa, esplicitata fin dal sottotitolo, ruota attorno al concetto cardine della custodia della persona umana nel tempo dell'intelligenza artificiale, una formula teologica che, se tradotta in una prospettiva laica, materialista e legata alle dinamiche della storia, si converte immediatamente nella stringente necessità di affrontare collettivamente alcune delle sfide più cruciali e urgenti della nostra democrazia. La prima di queste sfide è senza dubbio la perdita progressiva della sovranità decisionale umana: l'automazione cieca dei processi decisionali, applicata già oggi nell'erogazione del welfare, nei processi di assunzione del personale o persino nei sistemi giudiziari predittivi, rischia di sostituire il discernimento etico, la compassione e la mediazione politica con la fredda ed efficiente spietatezza di un punteggio algoritmico, trasferendo di fatto il potere di scelta dalle istituzioni democratiche a chi detiene la proprietà privata dei codici e delle infrastrutture digitali.

A questo si aggiunge la dinamica perversa della mercificazione totale dell'esistente, ovvero la tendenza delle tecnologie digitali a ridurre l'intera complessità dell'esperienza umana, comprese le nostre emozioni, le relazioni interpersonali, i dubbi e gli slanci creativi, a semplici stringhe di dati quantificabili e monetizzabili, distruggendo alla radice l'idea stessa di sfera pubblica, di gratuità e di beni comuni non scambiabili sul mercato.

Infine, vi è l'impatto devastante sul mondo del lavoro: la critica non si ferma alla pur legittima preoccupazione quantitativa per i milioni di posti di lavoro che rischiano di essere cancellati dall'automazione, ma si spinge a contestare la qualità dei rapporti di lavoro che restano, denunciando la nascita di un proletariato digitale sorvegliato costantemente da occhi invisibili e privato della sua componente relazionale, empatica e cooperativa, che è l'unica in grado di conferire dignità al lavoratore. Certo, un lettore progressista e rigorosamente laico manterrà legittimamente le proprie distanze dalle premesse puramente teologiche, metafisiche e confessionali che muovono il Pontefice, ma** la convergenza strategica e ideale diventa totale** nel momento in cui l'enciclica smaschera e rifiuta l'illusione tecnocratica contemporanea, quel dogma neoliberale secondo cui i grandi problemi strutturali del nostro tempo, dalla crisi climatica globale alla povertà endemica, si risolveranno magicamente da soli grazie al messianismo tecnologico e all'avvento di un software o di un modello linguistico più potente.

La lezione politica che la sinistra deve trarre da questo documento è che la soluzione non è tecnica, ma è e rimarrà sempre squisitamente politica, sociale e culturale; per questo motivo, le forze progressiste devono urgentemente riscoprire la propria originaria vocazione umanista, conflittuale e di emancipazione, smettendo una volta per tutte di rincorrere l'innovazione tecnologica con la lingua felpata di chi propone solo timidi regolamenti burocratici ex-post o, peggio, di guardare con reverenziale subalternità culturale ai miliardari californiani che si atteggiano a nuovi profeti dell'umanità. L'appello morale alla custodia della persona umana lanciato da Leone XIV deve essere raccolto dalle forze laiche e tradotto immediatamente in un programma di lotta concreto: si tratta di imporre una governance pubblica, trasparente e democratica degli algoritmi, di rivendicare nuovi diritti digitali e sindacali contro il controllo biometrico e l'estrazione selvaggia dei dati, e di attuare una radicale redistribuzione fiscale della ricchezza immensa prodotta dall'automazione, riducendo l'orario di lavoro a parità di salario per liberare tempo di vita dal dominio della macchina.

Il Papa, parlando dall'alto di un'istituzione millenaria, ha avuto il coraggio di lanciare la sfida più alta e complessa del nostro secolo; ora spetta alla sinistra, ai movimenti sociali e al pensiero critico laico il compito storico di raccoglierla e darle gambe nelle piazze, nei parlamenti, nelle università e in ogni singolo luogo di lavoro, prima che sia il codice blindato di un'azienda privata a decidere definitivamente, e senza possibilità di appello, sul destino collettivo delle nostre società.

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