Papa Leone e la sfida umana dell’intelligenza artificiale

Nell’enciclica “Magnifica Humanitas” il pontefice legge l’IA come questione politica, sociale ed etica, non come semplice progresso tecnico.

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Non so dire quanto l'enciclica di Papa Leone XIV, Magnifica Humanitas, sia importante dal punto teologico o della storia della Chiesa. So però che, fin dal sottotitolo, "Sulla custodia della persona umana nel tempo dell'intelligenza artificiale", essa parla del mondo di oggi, agli uomini e alle donne di questo tempo, nel quale la potenza della tecnica si erge come dominatrice dell'umano.

Su questo tema si scrive moltissimo: letteratura scientifica (cito per tutti Yuval Noah Harari, "Nexus", "Sapiens"), romanzi distopici ("Diluvio" di Stephen Markley), e il dibattito pubblico è acceso, con la solita manichea suddivisione già individuata da Umberto Eco tra "apocalittici o integrati", ovvero tra coloro che rifiutano il progresso fino al luddismo e coloro che invece vi si adagiano tranquillamente, incuranti delle possibili conseguenze negative che ogni progresso porta con sé.

In questo contesto, l'enciclica di papa Prevost entra con una scrittura lucida, tagliente come una lama, ma anche immaginifica (la citazione di Tolkien), nella quale si nota tanto la sua inedita apertura a culture fantasy quanto la sua formazione scientifica di laureato in matematica. Una lettura affascinante nella quale il linguaggio sapienziale che promana dai testi biblici si alterna con la scrittura secca ed essenziale della lingua americana.

Con la solita pigrizia intellettuale alcuni giornali hanno titolato "il Papa contro l'IA", come se fosse un nuovo video gioco. La rivoluzione digitale che ha interconnesso il mondo causa un gigantesco accumulo di dati che sono il nuovo e prezioso capitale originario che assomiglia molto all'accumulazione originaria del capitale di cui parlava Marx, la cui lettura non sembra estranea al pontefice. Poiché l'economia globalizzata si fonda sull'efficienza e la velocità di scambio, per gestire questi dati l'IA usa degli algoritmi che potenziano la capacità di calcolo delle macchine che nel contempo consumano un'enorme quantità di energia per produrre la quale - dice Papa Leone – vengono usati metodi schiavisti, sicché nell'apice della modernità emerge il cuore di tenebra dell'umanità.

Ed è qui, secondo me, che l'enciclica diventa politica nel senso più alto del termine, nel suo significato etimologico: scienza dell'amministrazione della polis, che è la città degli umani. Per ragionare sui cambiamenti del nostro tempo il pontefice parte da un punto di vista preciso: quello del lavoratore solo di fronte alla potenza del nuovo capitalismo immateriale. Ripercorrendo l'evoluzione della dottrina sociale della chiesa, egli fa della Rerum Novarum una pietra miliare poiché Leone XIII (del quale non a caso ha preso il nome), fu il primo ad affrontare compiutamente il tema della "dignità" del lavoro. Attenzione: non solo il diritto al lavoro o all'assistenza quando lo si perde, diritti conquistati dalle lotte dei lavoratori, ma qualcosa di più profondo, il lavoro come condizione dello «sviluppo integrale della persona umana».

Ciò vuol dire che il lavoro non è solo salario, è ciò che completa l'essere umano nella sua socialità, ne fa "l'animale politico" di cui parlava Aristotele. O per dirla con i versi di Dante Alighieri: «Considerate la vostra semenza/fatti non foste a viver come bruti/ma per seguir virtute e canoscenza».

Dunque, non un lavoro comunque, ma un lavoro che tenda a realizzare l'essere umano, a generare ricchezza per tutti ("il bene comune") e non per pochi, che sia retribuito equamente, che, nel modo stesso di produzione rovesci quell'alienazione del lavoratore che nasce dall'espropriazione che il capitale fa delle merci prodotte dal lavoro umano per realizzare il suo margine di profitto.

Questa natura selvaggia è insita nella natura del capitalismo ( Marx nel manifesto del partito comunista per descrivere la forza distruttrice e innovativa del capitalismo scriveva che "tutto ciò che è solido si dissolve nell'aria), e ci è voluto tutto il '900 e due guerre mondiali per mettergli le briglie. Le lotte operaie e contadine, i sindacati, la dottrina sociale della chiesa, l movimento socialista, il liberalismo sociale (che è cosa ben diversa dal liberismo), il welfare state, gli hanno costruito attorno una gabbia e l'hanno piegato a una funzione sociale.

Oggi il capitalismo di questo nuovo secolo ha spezzato la gabbia e si erge come un Prometeo libero dalle catene e pronto a sfidare l'ira divina proclamandosi onnipotente. L'onnipotenza, osserva il Pontefice, è solo di Dio. Perché l'uomo e la donna, pur se generati eguali tra di loro e a immagine di Dio, non sono perfetti, altrimenti sarebbero eguali a Dio. È l'imperfezione che rende l'uomo umano, e il libero arbitrio lo costringe alla scelta e dunque anche all'errore.

Così procede la conoscenza umana, per tentativi ed errori, i suoi risultati sono codificati e certificati attraverso metodi e regole condivise. L'IA è invece fatta per scartare l'errore, perché è stata addestrata per eliminarlo e rendere la procedura più veloce ed efficace. Ma la l'IA non ha in sé un criterio di scelta che non sia quella del calcolo e dunque i non scelti, diventano "uno scarto", come diceva Papa Francesco.

Si tratta, quindi di una sfida epistemologica, che riguarda il modo stesso in cui apprendiamo e certifichiamo la conoscenza. C'è chi si spinge a immaginare un futuro nel quale l'IA sostituisca l'intelligenza umana, determinando un mutamento antropologico, quasi un salto di specie in quel futuro "transumano" o "postumano" ipotizzato dai tecno oligarchi.

A questa visione l'enciclica oppone una visione opposta: l'IA può fare tutto a velocità supersonica, replicare e imitare all’infinito il comportamento umano, può simulare emozioni, empatia, clonare viso e voce, ma non vivrà mai l'esperienza umana che non è tanto e solo osservazione, quanto soprattutto, partecipazione al dolore, alla gioia, al godimento "integrale" della vita. E tutto questo fornisce all'intelligenza umana una conoscenza del limite e dunque un criterio morale che orienta le sue scelte. Sappiamo cosa è giusto e cosa no, e anche quando pratichiamo il male sappiamo che comunque il bene esiste.

L'enciclica pone domande cruciali a tutta la comunità umana, anzitutto ai legislatori e agli scienziati: in un mondo dominato da oligarchie economiche, finanziarie e tecnologiche sempre più ristrette, in grado di governare le nostre scelte e penetrare nel nostro intimo, cosa possiamo fare per evitare di finire un mondo dove sarebbe tutto deciso da un'intelligenza aliena che non prova sentimenti?

La via d'uscita proposta non è un codice moralistico, né un elenco di divieti, e tantomeno un appello antiscientifico, come negli anni bui dell'Inquisizione riconosciuti come errori fatali nella storia della chiesa, bensì un approccio insieme pragmatico nel metodo e radicale sui principi da salvaguardare, a cominciare dalla "dignità" dei lavoratori e degli esseri umani.

Disarmare l'IA, come dice il pontefice, non vuol dire solo rinunciare al suo utilizzo nelle armi, bensì ribaltare il paradigma: non l'uomo dominato dalle macchine ma le macchine al servizio dell'uomo. Sottrarre cioè, all''IA, ovvero ai suoi padroni, la decisione ultima sulle scelte, i criteri di valutazione, di addestramento.

Un percorso che richiede riforme che sarebbero vere e proprie rivoluzioni. La prima delle quali è pensare diversamente lo Stato, non un Moloch centralizzato, facile preda delle potenze oligarchiche, bensì una struttura capace di intervenire sulle scelte strategiche. Uno Stato (o una comunità di stati sovrani) tutt'altro che debole, capace di imporre trasparenza sulla proprietà dei mezzi di produzione, sui sistemi di produzione, di valutare il modo di addestramento dell'IA e di regolare tutti i mercati connessi. E di imporre valutazioni stringenti circa le conseguenze nel mondo del lavoro, della scuola, della difesa, fino al punto di rallentarne l'introduzione per renderle socialmente ed ecologicamente accettabili.

In Italia parole simili le ha pronunciate non a caso il capo dello Stato, Sergio Mattarella, interprete del cattolicesimo democratico italiano e garante della nostra costituzione: «Tutto questo in un orizzonte in cui l'Intelligenza Artificiale sta conquistando – ha detto parlando ai giovani delle scuole di giornalismo - un ruolo sempre più diffuso se non addirittura egemone nella nostra esistenza, rendendo ancora più urgente la riflessione sul rapporto con la verità. Occorre un'adeguata consapevolezza morale per rendere possibile il suo utilizzo a beneficio dell'umanità, con la definizione di regole. Come quelle messe in campo dall'Unione Europea per il governo dell'Intelligenza Artificiale senza che essa si trasformi in uno strumento di dominio da parte di giganti tecnologici che pretendono di sostituirsi agli Stati sovrani e all'ordinamento internazionale».

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