Il prezzo cinese della guerra di Putin
Dopo il vertice tra Trump e Xi, il leader russo va in Cina per riaffermare il peso di Mosca. Ma la guerra che doveva riportare la Russia al centro del mondo l'ha resa sempre più dipendente da Pechino.

ANSA
La visita di Vladimir Putin in Cina arriva pochi giorni dopo il vertice tra Donald Trump e Xi Jinping. La sequenza è significativa: prima Washington e Pechino si misurano sui grandi dossier globali, poi il Cremlino cerca di riaffermare il proprio spazio in quel nuovo equilibrio. L'obiettivo è evidente: mostrare che la Russia conta ancora, che non è isolata, che nessuna partita su Ucraina, energia, Iran e sicurezza può essere chiusa senza Mosca.
Ma proprio questo bisogno di esibire centralità rivela il punto debole. La guerra in Ucraina doveva restituire prestigio, profondità strategica e capacità di comando. Ha prodotto invece un conflitto lungo e logorante, separando la Russia dall'Occidente e spingendola sempre più verso la Cina. Pechino non è più solo un alleato. È il senior partner da cui Mosca dipende per restare nel gioco. La Russia resta pericolosa. Può destabilizzare, vendere energia, alimentare una narrazione anti-occidentale e sfruttare il caos internazionale, a partire dal rialzo dei prezzi legato alla crisi iraniana. Ma non può più presentarsi come un centro autonomo del sistema globale. Può ancora pesare sulle crisi, ma dentro un equilibrio in cui la Cina detta il passo. È questo il prezzo cinese della guerra di Putin: una Russia ancora influente, ma costretta a cercare a Pechino la conferma del proprio ruolo. E oggi, per dimostrare di contare ancora, deve passare dalla benevolenza di Xi.
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