ETS, il prezzo di una narrazione sbgaliata

Gaia BrambillaFlusso Quotidiano
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ANSA

Gennaio 2026. Le imprese italiane pagano l'elettricità 132 euro per megawattora. In Spagna ne bastano 71, in Francia 100. Un divario che pesa sui bilanci aziendali e che il Governo decide di affrontare il 19 febbraio con il Decreto Bollette, prendendo di mira soprattutto l’ ETS — il sistema europeo di scambio delle emissioni, già da tempo nel mirino politico della maggioranza.

L’impostazione della norma è chiara: Il Governo propone di scorporare il costo del carbonio dalle offerte dei produttori a gas per ridurre il prezzo all’ingrosso di circa 30 euro/MWh, scaricandolo sui consumatori finali. Ma il provvedimento nasce su basi già fragili e viene rapidamente superato dagli eventi. Il 28 febbraio, l’attacco iraniano nello Stretto di Hormuz altera gli equilibri energetici globali. Il decreto, di fatto, è già da rifare.

Al Consiglio europeo del 19 e 20 marzo, l'Italia porta sul tavolo una richiesta secca: sospendere subito l'ETS nel termoelettrico. Gli altri ventisette tuttavia non seguono né condividono la linea italiana, isolandoci di fatto nelle trattative. La risposta definitiva arriva il 29 aprile: la proposta italiana è incompatibile con le regole europee. L'ETS non si tocca. È considerato un pilastro del progetto di transizione europea e non può essere modificato unilateralmente.

Il punto più critico, tuttavia, è interno. Tra il 2012 e il 2024, le aste ETS hanno generato per l’Italia circa 18 miliardi di euro. Solo il 9% è stato destinato a politiche climatiche o industriali, mentre la quota prevalente è confluita nel Fondo per l’ammortamento dei titoli di Stato. Nello stesso periodo, la Germania ha utilizzato il 26% dei proventi per sostenere le imprese energivore, la Francia il 38%. L’Italia si è fermata al 5,6%.

Il risultato è un paradosso: le imprese italiane pagano integralmente il costo del carbonio senza ricevere un adeguato ritorno in termini di competitività. In questo quadro, attribuire all’ETS la responsabilità del divario rischia di mascherare un problema di scelte nazionali. Eppure, le prospettive sono rilevanti: Nei prossimi anni, tra il 2025 e il 2030, l'ETS1 dovrebbe generare per l'Italia tra i 27 e i 33 miliardi di euro. Con l'arrivo di ETS2 l'Italia potrebbe disporre di oltre 40 miliardi aggiuntivi. A questi si aggiunge l'ETS Investment Booster da 30 miliardi annunciato dalla Commissione, finanziato attraverso 400 milioni di quote ETS, con l'obiettivo esplicito di sostenere progetti industriali di decarbonizzazione.

In questo contesto, presentarsi a Bruxelles con una linea apertamente ostile al sistema rischia di indebolire la capacità negoziale italiana proprio mentre si aprono margini di riforma. La questione non è smontare l’ETS, ma usarlo meglio facendo in modo che ogni euro versato dalle imprese tornasse sotto forma di investimenti e competitività nel tessuto produttivo italiano.

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