Da Guccini a Sciascia: L’arte è di tutti, la storia no

Meloni può cantare Guccini e Salvini ascoltare De André. L’arte supera le appartenenze, ma non cancella idee, battaglie e biografie di chi l’ha creata.

Federico TantilloBattaglia delle Idee
Francesco Guccini

ANSA

Nei giorni successivi alla morte di Francesco Guccini si è discusso molto delle sue idee politiche. Forse troppo, se si pensa che se ne era appena andato uno dei più importanti protagonisti della cultura italiana del secondo Novecento. Ma forse era anche inevitabile. Guccini non è mai stato soltanto un cantante. È stato scrittore, narratore, affabulatore, testimone di generazioni e stagioni diverse della storia italiana. E soprattutto non ha mai nascosto le proprie idee. Giorgia Meloni ha voluto ricordarlo raccontando di averlo ascoltato, amato, cantato. Ha scritto di conoscere a memoria molti dei suoi testi e ha citato in particolare Cirano e Cristoforo Colombo, definendole tra le composizioni più belle e profonde della musica italiana. Ha aggiunto che continuerà a cantare Guccini, nonostante le parole molto dure che il cantautore aveva pronunciato nei suoi confronti, da lei definite «livorose».

Non c’è niente di strano nel fatto che Giorgia Meloni ami Guccini. Anzi. Sarebbe abbastanza deprimente immaginare un mondo nel quale ciascuno possa leggere soltanto gli scrittori, ascoltare soltanto i musicisti o guardare soltanto i film degli artisti che condividono le sue opinioni politiche.

Un uomo di destra può amare Guccini. Un uomo di sinistra può leggere Céline o Pound. Un ateo può commuoversi ascoltando Bach. L’arte supera continuamente i confini dentro i quali nasce. È proprio questa una delle ragioni della sua grandezza.

Il problema comincia dopo. Comincia quando dall’affermazione certamente vera secondo cui un artista è di tutti si passa a un’affermazione molto diversa: che proprio perché è di tutti quell’artista non abbia più una storia, una cultura, delle idee; che possa essere separato dalle battaglie che ha combattuto e persino dal significato delle opere che ha scritto. No. L’arte è di tutti. La storia no.

Guccini politico, senza essere un propagandista

La distinzione è particolarmente importante nel caso di Guccini, perché proprio lui rifiuta l’idea più banale dell’artista impegnato. Nel gennaio 1994, in un’intervista a Panorama oggi conservata sul suo sito ufficiale, gli chiedono del Guccini “politico”. La risposta è illuminante. Dice di non aver mai creduto nel cantautore come «corifeo della politica». Per lui vengono prima le storie, le persone, il mondo che cambia; è raccontando tutto questo che il cantautore può fare, dice, «a suo modo politica».

È difficile trovare una definizione migliore. Perché esiste una differenza enorme tra arte politica e propaganda politica. La propaganda parte dalla risposta e costruisce un messaggio destinato a convincere. L’arte pone domande. Racconta. Evoca. Contraddice persino l’autore che l’ha prodotta.

E proprio per questo può essere profondamente politica senza diventare la colonna sonora di un partito. Guccini ha partecipato a molte Feste dell’Unità, a molte rassegne, a molti eventi, con chiara caratterizzazione politica. Ma non è il cantautore del PCI, né di altri partiti. Non lo è mai stato. Si definisce uomo di sinistra, ma rivendica una formazione libertaria, richiama l’azionismo, il socialismo liberale, il mondo anarchico. Non entra docilmente in nessuna ortodossia. Ma questo non significa che sia neutrale. Basta ascoltare le canzoni.

Primavera di Praga nasce dall’invasione sovietica della Cecoslovacchia. Piccola storia ignobile entra nel dramma dell’aborto clandestino. Auschwitz porta dentro una canzone popolare italiana la memoria dello sterminio. Piazza Alimonda nasce dal G8 di Genova. E poi c’è La locomotiva. Il 31 dicembre 2024 Guccini ne parla con Aldo Cazzullo sul Corriere della Sera. La definizione è quasi perfetta per questa discussione: «È una canzone politica, ma è prima di tutto una suggestione letteraria». E ne indica chiaramente la radice nel fascino esercitato su di lui dal movimento anarchico tra Ottocento e Novecento.

Eccolo, il punto. La locomotiva è politica e letteratura. Non politica invece che letteratura. La qualità artistica non cancella il contenuto politico. È semmai ciò che permette a quel contenuto di attraversare il tempo e di parlare anche a chi non condivide le idee dell’autore.

Giorgia Meloni dunque può cantare Cirano. E può amare Guccini. Ma il fatto che Guccini riesca a parlare anche a lei non rende politicamente neutra la sua opera.

Salvini può ascoltare De André

Pochi giorni dopo la morte di Francesco Guccini, quasi che la cronaca volesse offrirci un secondo capitolo della stessa discussione, qualcosa di molto simile accade a proposito di Fabrizio De André. Matteo Salvini partecipa in Sardegna, all’Agnata, a un concerto di Diodato dedicato a De André.

Una giovane (“giovane” è importante, a mio modo di vedere) spettatrice si alza e protesta. Dice che la presenza di una persona così lontana dai valori espressi dalle canzoni di Faber la offende e lascia il concerto. Non chiede a Salvini di andarsene, se ne va lei. Dori Ghezzi interviene e dice di non essere d’accordo. Ricorda di essere di sinistra, ma aggiunge che bisogna creare dialogo e che la musica deve unire.

Salvini rivendica il proprio diritto ad ascoltare De André e pronuncia, a mio avviso, parole in buona parte condivisibili: nessuno può decidere quali cantanti una persona possa ascoltare, quali libri possa leggere, quali film possa vedere. Dice anche una cosa ancora più importante: non vuole «far parlare i morti per dare ragione ai vivi».

Alice De André, nipote di Fabrizio, reagisce invece duramente e sottolinea la distanza fra le idee del nonno e quelle di Salvini.

Chi ha ragione? Forse, almeno in parte, tutti. Dori Ghezzi ha ragione: Salvini ha diritto di ascoltare De André. Salvini ha ragione quando rifiuta l’idea che qualcuno possa stabilire chi sia autorizzato ad ascoltare una canzone. E Alice De André pone una questione altrettanto legittima quando ricorda che le idee e i valori espressi da suo nonno non possono essere cancellati.

Non serve cacciare Salvini da un concerto in memoria di De André (cosa che peraltro nessuno ha chiesto, a differenza di quanto sembra emergere dalle polemiche che seguono l’episodio sui media e sui social: tipico caso di mistificazione indotta sul tema di cui si dibatte, che non ha nulla a che vedere con i fatti realmente accaduti: come funzionano questi meccanismi di distorsione e mistificazione? Qualcuno li gestisce, li orienta? Credo proprio di sì).

Serve, semmai, ascoltare De André. Ascoltarlo davvero. Perché Fabrizio De André non è il portavoce di un partito. La sua cultura è libertaria, anarchica, profondamente diffidente verso il potere e le istituzioni coercitive. È attratto dagli ultimi, dai marginali, dalle prostitute, dai carcerati, dagli sconfitti, da quelli che una società perbene preferisce non vedere.

Anche De André, proprio come Guccini, sfugge alle appartenenze troppo semplici. Ma sfuggire alle appartenenze non significa non avere idee.

Il diritto di amare chi non ci somiglia

È forse questo il punto sul quale la discussione pubblica di questi giorni rischia di diventare infantile, e deviante. Non dobbiamo scegliere tra due alternative ugualmente sbagliate.

La prima dice: Guccini è di sinistra, quindi una persona di destra non può appropriarsene. La seconda risponde: Guccini è un grande artista, quindi non è né di destra né di sinistra e le sue opinioni non contano. Sono false entrambe. Guccini appartiene alla cultura italiana e mondiale. De André appartiene alla cultura italiana e mondiale. Ma la loro appartenenza universale non cancella la loro biografia intellettuale. Posso leggere Ezra Pound senza essere fascista. Posso riconoscere la grandezza letteraria di Céline senza diventare antisemita. Posso ascoltare De André senza essere anarchico. Posso cantare Guccini senza essere di sinistra.

Quello che non posso fare è trasformare il mio amore per un artista nella dimostrazione che quell’artista, in fondo, la pensasse come me. Sarebbe un’operazione molto strana. E molto poco rispettosa proprio dell’artista che dico di amare.

La sinistra e i suoi errori

Naturalmente sarebbe troppo comodo attribuire questo vizio soltanto alla destra. La sinistra italiana ha commesso errori anche gravi nel rapporto con gli intellettuali. Ha costruito i propri pantheon. Ha distribuito patenti. Ha avuto talvolta la pretesa di stabilire quale fosse la cultura progressista corretta e quale invece fosse sospetta, decadente, piccolo-borghese, reazionaria. E qualche volta ha combattuto intellettuali per poi, dopo la loro morte, cercare di riappropriarsene. Pier Paolo Pasolini è forse il caso più clamoroso.

Pasolini si iscrive al PCI nel Friuli del dopoguerra. Nel 1949 viene espulso dal partito con l’accusa di «indegnità morale», dopo lo scandalo legato alla sua omosessualità. Eppure, nella lettera scritta dopo l’espulsione, afferma: «malgrado voi, resto e resterò comunista».

È difficile immaginare un rapporto più tormentato. Negli anni successivi Pasolini resta dentro la cultura della sinistra e contemporaneamente ne diventa uno dei critici più feroci.

Attacca il conformismo. Attacca la modernizzazione consumistica. Attacca la televisione.

Attacca la scuola. Attacca il Sessantotto e provoca gli studenti di Valle Giulia ricordando loro che i poliziotti contro i quali combattono sono spesso figli di proletari. Nel 1975 entra perfino in rotta di collisione con una parte consistente della cultura progressista sulla questione dell’aborto. La discussione diventa durissima e coinvolge, tra gli altri, Moravia, Calvino, il movimento femminista e i radicali (ma proprio con Pannella stabilisce un rapporto intellettuale di grande intensità, e quando viene assassinato è in procinto di partecipare al congresso del Partito Radicale: il suo intervento è stato recuperato, è un vero atto di amore verso l’energia innovatrice dei radicali).

Pasolini è scomodo proprio perché non si lascia addomesticare. E dopo la sua morte accade qualcosa di curioso. Quell’uomo che la sinistra ha criticato, contestato, talvolta considerato moralista o reazionario diventa progressivamente uno dei grandi riferimenti del suo pantheon culturale.

C’è una contraddizione? Certo che c’è. Ed è giusto riconoscerla. Ma riconoscere gli errori della sinistra non significa sostenere che tutte le operazioni culturali siano equivalenti.

L’egemonia culturale

Arriviamo così a una parola (non dimentichiamo mai che il “padre” di questa espressione è Gramsci) che negli ultimi anni è tornata ossessivamente nel dibattito italiano: egemonia. L’egemonia culturale della sinistra.

È difficile negare che, soprattutto nel secondo dopoguerra, una parte molto importante della cultura italiana si collochi a sinistra o comunque dentro un orizzonte progressista. Il PCI ha un’enorme capacità di organizzazione culturale. Le case editrici, il cinema, il teatro, l’università, la letteratura sono attraversati da intellettuali di area comunista, ma anche da socialisti, azionisti, liberal-socialisti. Ridurre tutto questo a una gigantesca operazione di occupazione (che la attuale destra reazionaria tenta di porre in atto, senza tregua: ha bisogno di costruire una legittimazione culturale, di costruire una rilettura della storia della Repubblica per cui la cultura avrebbe avuto per decenni dei “dominatori” e degli “emarginati”) è storicamente ridicolo.

Perché la cultura democratica italiana è molto più vasta del PCI. C’è il cattolicesimo democratico di Sturzo e poi di Moro. C’è la tradizione socialista di Matteotti. C’è il liberalismo rivoluzionario di Gobetti. C’è l’azionismo. C’è il socialismo liberale dei Rosselli. Ci sono gli europeisti che, al confino, scrivono Il Manifesto di Ventotene. C’è il liberalismo antifascista di Benedetto Croce. C’è il radicalismo pannelliano, che nasce per spezzare il filo di un liberalismo conservatore, che troppo spesso strizza l’occhio a destra. In questo contesto vorrei accendere una luce sulla figura di Leonardo Sciascia.

Sciascia e i comunisti

Il caso di Sciascia merita qualche riga in più, proprio perché è uno degli esempi migliori di quanto sia pericoloso trasformare la storia culturale in un catalogo di appartenenze. Sciascia costruisce la propria identità intellettuale intorno alla ragione, al diritto, al dubbio. Negli ultimi anni Settanta diventa uno dei critici più severi del PCI, soprattutto dopo il rapimento e l’assassinio di Aldo Moro. Con L’affaire Moro entra frontalmente nel dibattito sulla linea della fermezza e sulla Ragion di Stato. Nel 1979 viene eletto alla Camera nelle liste del Partito Radicale e, accanto a Marco Pannella, diventa una delle voci più lucide contro la cultura dell’emergenza e contro l’idea che la difesa dello Stato possa giustificare la compressione dello Stato di diritto.

Ma raccontare soltanto questo Sciascia significherebbe commettere esattamente l’errore contro il quale sto cercando di ragionare. Perché il rapporto di Sciascia con i comunisti è molto più antico, profondo e complicato. Emanuele Macaluso lo racconta magnificamente in Leonardo Sciascia e i comunisti, pubblicato da Feltrinelli nel 2010. Macaluso conosce Sciascia dagli anni dell’antifascismo clandestino a Caltanissetta. Sciascia non prende la tessera del PCI, ma partecipa a quella esperienza politica e con quel mondo condivide battaglie fondamentali.

Il 16 ottobre 2010 quel libro viene presentato alla Camera dei Deputati, durante le Giornate del libro politico a Montecitorio. Intervengono lo stesso Macaluso, Marcello Sorgi e Massimo Bordin. Io sono lì.

Ricordo Bordin sintetizzare con una formula chiara, semplice, un pezzo decisivo della storia siciliana: in quella Sicilia, la Sicilia degli anni Cinquanta, Sessanta, Settanta, stare con il PCI significa anche scegliere, molto concretamente, di non stare con la mafia.

Non metto questa frase tra virgolette perché, a distanza di sedici anni, non pretendo di ricordarne parola per parola la formulazione. Ma ricordo perfettamente il concetto. Ed è storicamente importante. È il PCI siciliano di Girolamo Li Causi, delle lotte contadine, dei sindacalisti e dei militanti che combattono il sistema di potere mafioso pagando in molti casi prezzi altissimi.

Sciascia viene da quella storia. Nel 1975 accetta di candidarsi come indipendente nelle liste del PCI alle elezioni comunali di Palermo. Viene eletto, ma l’esperienza dura poco: il 25 gennaio 1977 presenta le dimissioni dal Consiglio comunale. Due anni dopo, nel 1979, sceglie il Partito Radicale e viene eletto alla Camera.

Non è il percorso lineare di un uomo che prima sta “con” i comunisti e poi si schiera “contro” i comunisti. È il rapporto tormentato di un intellettuale straordinario con una grande forza politica che appartiene alla sua stessa storia civile e con la quale proprio per questo può entrare in conflitto durissimo. Macaluso, dirigente storico del PCI e amico di Sciascia per decenni, sente ancora nel 2010 la necessità di raccontare quella relazione senza ridurla alla caricatura dell’anticomunismo.

Ed è proprio questa impossibilità di ridurre Sciascia a un’appartenenza a renderlo uno degli interpreti più originali della cultura democratica italiana.

Antimafia e garantismo, in lui, non sono necessariamente contrari. Lotta al terrorismo e difesa dello Stato di diritto non sono contrari. La legalità non si difende sospendendo la legalità. Ed è qui, in questo punto, che l’incontro politico con Pannella diventa profondo: nella convinzione che la Ragion di Stato non possa diventare il pretesto per sacrificare il diritto, lo Stato di Diritto.

Le radici antifasciste della Repubblica

Sciascia, dunque, non è comunista. Ma non è nemmeno semplicemente anticomunista. Come molte delle figure più importanti della cultura italiana, attraversa appartenenze, tradizioni, conflitti.

Ed è proprio questo che rende improprio ridurre l’egemonia culturale progressista del secondo Novecento a una semplice egemonia del PCI. Le culture sono molte. A volte lontanissime. A volte in conflitto.

Non avrebbe senso riunirle sotto un’unica etichetta politica. Ma esiste un punto della storia italiana nel quale queste tradizioni diverse finiscono per incontrarsi: l’antifascismo. Ecco cosa disturba la classe dirigente delle forze politiche oggi al governo. La parola che non riescono a pronunciare. Il concetto che non riescono a sentire proprio. Fino a proporsi di modificare, minare, perfino la Costituzione.

Il passaggio è persino precedente alla nascita della Repubblica. Nel 1925 Giovanni Gentile scrive il Manifesto degli intellettuali fascisti. Benedetto Croce risponde. Il 1° maggio Il Mondo pubblica il Manifesto degli intellettuali antifascisti, redatto da Croce dopo la svolta apertamente autoritaria del regime. Intorno a quel testo si raccoglie una cultura che non è socialista né comunista: è liberale, e proprio in nome della libertà rompe con il fascismo. È un episodio che dovremmo ricordare più spesso. Perché dimostra quanto sia sbagliato identificare l’antifascismo con una sola parte politica.

Il comunista Gramsci è antifascista. Il socialista Matteotti è antifascista. Il liberale eretico Gobetti è antifascista. Croce è antifascista. Sturzo è antifascista. Sono uomini che hanno concezioni della società, dello Stato, della religione e dell’economia profondamente differenti. La loro opposizione al fascismo non cancella queste differenze. Le precede.

Quando nasce la Repubblica, quelle culture entrano, con peso diverso e attraverso percorsi diversi, nella costruzione della democrazia italiana. Nella scrittura della Carta Costituzionale. Ed è per questo che occorre essere precisi quando diciamo che la cultura italiana è antifascista. Non significa sostenere che tutti gli intellettuali italiani siano stati antifascisti. Non è vero. Non significa sostenere che in Italia non sia esistita una cultura fascista importante. Sarebbe assurdo: basta il nome di Giovanni Gentile a smentirlo.

Significa un’altra cosa. La cultura politica e costituzionale della Repubblica nasce dalla rottura con il fascismo. Questa non è un’opinione.

È scritto persino nella Costituzione. La XII disposizione transitoria e finale vieta «sotto qualsiasi forma» la riorganizzazione del disciolto partito fascista. Non si tratta di un limite censorio al dibattito culturale, ma di un confine preciso: tutte le opinioni sono legittime, finché non diventano apologia, o addirittura legittimazione di azioni politiche che abbiano radici fasciste.

Vuoi sostenere pubblicamente che Mussolini “ha fatto anche cose buone”? Puoi farlo, nessuno è mai finito in galera per questo. Ma ciò non significa che si possa eliminare ogni distinzione.

Mi torna alla mente una celebre immagine di Hegel. Nella prefazione alla Fenomenologia dello spirito, polemizzando con la concezione dell’Assoluto di Schelling, Hegel parla ironicamente della «notte in cui tutte le vacche sono nere». È l’immagine dell’indistinzione: quando tutto diventa uguale, quando le differenze vengono cancellate anziché comprese, alla fine non riusciamo più a distinguere nulla. Naturalmente l’Assoluto di cui discutono Hegel e Schelling appartiene alla filosofia e non ha nulla a che vedere, in senso proprio, con l’assolutismo politico. Ma mi permetto qui una forzatura, una metafora. Perché l’Assoluto forse non casualmente evoca il termine “assolutismo”, e quando diventa categoria del potere tende a cancellare le differenze: una verità, una voce, una rappresentazione della storia. Ed è su questa strada che l’assolutismo può diventare autoritarismo e, nelle sue forme estreme novecentesche, totalitarismo. La democrazia vive invece delle differenze. Non le cancella: le riconosce, le organizza, permette loro di confrontarsi. La cultura è universale proprio perché può attraversare le differenze, non perché le cancella con un colpo di spugna. L’antifascismo, dunque, non è semplicemente una corrente politica tra le altre nella storia repubblicana. È una delle condizioni storiche della nascita della Repubblica.

La cultura non si costruisce per decreto

È proprio qui che la polemica contemporanea sull’egemonia culturale diventa interessante. La destra italiana ha certamente il diritto di costruire una propria cultura. Anzi, dovrebbe farlo. Dovrebbe produrre libri, cinema, teatro, musica, ricerca, pensiero. Dovrebbe confrontarsi con la grande cultura del Novecento anche quando quella cultura le è ostile. Potrebbe leggere Gramsci. Potrebbe leggere Pasolini. Potrebbe leggere Sciascia. Potrebbe ascoltare De André. Potrebbe cantare Guccini.

La cultura nasce esattamente così: incontrando anche ciò che ci contraddice. Ma c’è una differenza fra costruire una cultura e riscrivere quella esistente, strumentalizzando a proprio piacimento chi per una vita ha scritto cose chiarissime contro l’autoritarismo, la violenza dello Stato, la discriminazione sociale, razziale, religiosa.

Guccini lo aveva percepito molto chiaramente. Il 23 novembre 2024, intervistato dal Corriere della Sera, critica l’idea secondo cui, dopo una presunta occupazione culturale della sinistra, sarebbe arrivato il momento di sostituirla con una cultura di destra. Parla di una sorta di «usucapione» degli spazi culturali e aggiunge che una cultura nuova non può essere fabbricata «da un giorno all’altro». Nella stessa intervista, pur escludendo un semplice ritorno del Ventennio, dice di riconoscere una tendenza verso un certo tipo di atmosfera culturale. Anche qui si può essere d’accordo o meno con Guccini. Ma non si può far finta che non lo abbia detto. Ed è precisamente questo il punto.

Il problema non è Meloni che canta Guccini

Il problema non è che Giorgia Meloni canti Cirano. Il problema non è che Matteo Salvini ascolti De André. Sarebbe una concezione miserabile della cultura pretendere il contrario. La domanda interessante è un’altra. Che cosa succede quando un’opera nata dentro una determinata storia incontra una persona che proviene da una storia politica opposta? Possono accadere due cose. La prima è culturalmente feconda. Posso dire: questo artista è lontano da me. Molte delle sue idee non mi appartengono. Alcune le considero persino sbagliate. Ma la sua arte mi parla ugualmente. Mi emoziona. Qualche volta mi mette persino in discussione. È un atteggiamento che va considerato rispettabile. Anzi, è una delle funzioni più nobili della cultura. Poi esiste una seconda possibilità. Posso prendere quell’artista, separarlo progressivamente dal suo contesto, rendere irrilevanti le sue idee, trasformare le sue scelte politiche in eccentricità personali e infine dichiarare che, essendo un grande artista, in fondo non appartiene a nessuna storia. È qui che l’universalità (l’Assoluto criticato da Hegel) dell’arte diventa un alibi.

Una cultura critica, non una cultura di partito

Guccini, De André, Pasolini, Sciascia non costituiscono una linea politica. Ed è bene che sia così. Guccini è un uomo di sinistra con una forte componente libertaria. De André guarda all’anarchismo e diffida visceralmente del potere. Pasolini resta comunista nel senso più eretico possibile e trascorre la vita polemizzando con il PCI e con una parte della cultura progressista. Sciascia attraversa un rapporto complesso con il mondo comunista e approda politicamente al radicalismo pannelliano, facendo della Ragione, del diritto e del dubbio i punti cardinali della propria ricerca. Metterli tutti sotto un’unica bandiera sarebbe una falsificazione. Ma esiste qualcosa che li avvicina.

Sono una cultura critica. Non chiedono al Potere di proteggerli, tantomeno frequentano il Potere, né lo blandiscono. Lo interrogano. Non cercano di rendere il mondo più semplice. Lo rendono più difficile. Non offrono appartenenze rassicuranti. Producono dubbi.

È forse questa la vera ragione per cui una parte così importante della cultura italiana del dopoguerra si sviluppa in un territorio che possiamo definire progressista senza necessariamente definirlo di sinistra. Non perché tutti abbiano la tessera del PCI. Non ce l’hanno. Ma perché la Repubblica democratica nasce dentro una grande frattura storica: quella con il fascismo e con l’idea autoritaria dello Stato, della società e della cultura.

La sua cultura cresce dentro quella frattura. La contesta. La complica. Qualche volta la tradisce. Ma non può fingere che non sia esistita.

Il diritto ai fatti

In un mio precedente articolo sulla strage di Bologna pubblicato sempre su questa testata mi sono interrogato sul rapporto fra verità giudiziaria e ricerca storica. Sono problemi enormemente diversi. E sarebbe improprio sovrapporli. Ma esiste un metodo che vale in entrambi i casi.

L’interpretazione comincia dai fatti. Non al posto dei fatti. Nel caso di un processo i fatti sono gli atti, le prove, le sentenze. Nel caso di un artista sono le opere, le interviste, le scelte pubbliche, la biografia, le battaglie sostenute. Dopo possiamo interpretare. Possiamo discutere. Possiamo trovare significati che l’autore stesso non aveva previsto. È la libertà della cultura. Ma non possiamo modificare retroattivamente il punto di partenza per adattarlo alle esigenze del presente. Pasolini non diventa un intellettuale docile perché oggi tutti lo citano. De André non smette di essere anarchico perché lo ascolta un ministro della Lega. Guccini non smette di essere un uomo di sinistra perché piace alla presidente del Consiglio. E allo stesso modo Guccini non appartiene al PD (pur essendo stato spesso un suo votante, per sua stessa ammissione), De André non appartiene alla sinistra parlamentare e Pasolini non appartiene al PCI che lo espulse. Gli artisti non appartengono ai partiti. Appartengono alle loro opere.

Ascoltateli

Per questo trovo sbagliato contestare a Giorgia Meloni il diritto di cantare Cirano, o qualsiasi altra canzone di Guccini. Certo che può. Trovo sbagliato dire a Matteo Salvini che non può andare a un concerto dedicato a Fabrizio De André. Certo che può.

Direi, anzi, qualcosa di diverso. Ascoltateli. Cantateli. Leggeteli.

Ma ascoltate anche quello che dicono. Non fermatevi alla melodia di La locomotiva. Chiedetevi perché Guccini sceglie proprio la storia di un anarchico che lancia una locomotiva contro un treno di lusso. Non fermatevi alla poesia di De André. Chiedetevi perché per tutta la vita sceglie di raccontare prostitute, ribelli, carcerati, disertori, emarginati e sconfitti.

Rileggete Pasolini quando dice cose che piacciono alla destra. Ma leggetelo anche quando parla di fascismo. Leggete Sciascia quando critica il PCI. Ma leggetelo anche quando racconta la Sicilia, la mafia, il potere; quando difende la ragione, il diritto e la libertà.

È questo il prezzo della cultura. Accettare un autore intero. Anche quando ci disturba. Soprattutto quando ci disturba. Perché un grande artista non è grande quando conferma ciò che pensiamo. È grande quando riesce a parlare anche a chi non avrebbe mai immaginato di rappresentare. E forse Giorgia Meloni che canta Cirano e Matteo Salvini che ascolta De André dimostrano proprio questo. Non c’è nulla da censurare. Potrebbe esserci, anzi, qualcosa di bello. A una condizione: che l’incontro con quelle opere non diventi il pretesto per neutralizzarle.

La destra italiana ha tutto il diritto di costruire la propria cultura. Ha persino il diritto di riconoscersi in pezzi di una tradizione che politicamente l’ha combattuta. Ma non ha il diritto di cambiare quella tradizione per renderla più comoda.

E la sinistra, che nella propria storia ha commesso errori, esclusioni e appropriazioni, dovrebbe ricordarsene prima di distribuire nuove patenti di appartenenza. Nessuno possiede Guccini. Nessuno possiede De André. Nessuno possiede Pasolini. Nessuno possiede Sciascia.

Forse è proprio questa la vittoria definitiva dell’arte: sopravvivere persino alle intenzioni di chi l’ha creata e raggiungere persone che quell’artista non avrebbe mai immaginato. Ma sopravvivere alla propria epoca non significa perdere la propria storia. Possiamo amare un artista senza condividere le sue idee. Possiamo persino scoprire nelle sue opere qualcosa che lui non sapeva di aver scritto.

Quello che non possiamo fare è cancellare ciò che ha detto, ciò che ha pensato, ciò per cui ha combattuto, per farlo somigliare un po’ di più a noi. Guccini e De André sono di tutti perché nessuno può impedirci di ascoltarli. Ma non sono di nessuno al punto da poter essere riscritti. Perché se nella notte tutte le vacche diventano nere, non abbiamo reso la cultura più universale. Abbiamo soltanto smesso di vedere le differenze. L’arte è di tutti. La storia no.

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