Strage di Bologna: il dubbio non deve cancellare la verità giudiziaria

Quarantasei anni dopo, nuovi processi e documenti arricchiscono oggi la verità giudiziaria. La ricerca deve continuare senza ignorare ciò che è stato accertato.

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Archivio Rinascita

Ogni anno, alle 10.25 del 2 agosto, l’orologio della stazione di Bologna continua a segnare la stessa ora. Sono trascorsi quarantasei anni. Ottantacinque persone morirono quel sabato mattina del 1980, oltre duecento rimasero ferite. La bomba devastò la sala d’aspetto di seconda classe e investì persone che partivano per le vacanze, che tornavano a casa, che aspettavano un treno. È la più grave strage terroristica della storia della Repubblica italiana.

Ma quell’orologio fermo non ricorda soltanto un’esplosione. Ricorda una ferita della Repubblica. E insieme una delle vicende giudiziarie più lunghe, controverse e complesse della nostra storia democratica. Forse è proprio per questo che Bologna continua a interrogare il Paese. Non perché non esista una verità giudiziaria. Esiste.

E oggi, dopo i processi e le sentenze degli ultimi anni, è persino più articolata di quanto non fosse quando si formarono molte delle convinzioni che ancora attraversano il dibattito pubblico. Ma intorno a quella verità si sono accumulati quarantasei anni di indagini, processi, condanne, assoluzioni, annullamenti, nuovi giudizi, documenti rimasti a lungo segreti, depistaggi accertati, ipotesi alternative, battaglie politiche, memorie contrapposte.

Per questo occorre procedere con ordine.

La memoria, la giustizia e la storia non sono la stessa cosa. La memoria appartiene alla Repubblica. Non a una maggioranza, non a un partito, non ai governi che passano. Appartiene alla comunità nazionale. La giustizia accerta responsabilità individuali secondo le regole del processo. Le sentenze definitive possono essere studiate, discusse, criticate. Ma per le istituzioni dello Stato di diritto costituiscono il punto dal quale si parte, non un’opinione fra le altre.La storia continua invece a interrogare gli avvenimenti. Lo deve fare. Una sentenza penale non pretende di spiegare da sola un’intera stagione politica; lo storico può trovare nuovi documenti, ricostruire relazioni, interrogare contesti, verificare ipotesi e formulare nuove interpretazioni.

Confondere questi tre piani significa fare cattiva storia e cattiva politica.

Una storia giudiziaria tutt’altro che lineare

C’è una ragione per la quale, per decenni, la strage di Bologna ha prodotto dubbi, polemiche e controinchieste. La vicenda processuale non procede lungo una linea retta.

Il primo grande processo arriva alla sentenza di primo grado l’11 luglio 1988, quasi otto anni dopo la strage. Vengono pronunciate condanne per il massacro e, nello stesso procedimento, vengono giudicate anche responsabilità relative all’opera di depistaggio.

Due anni dopo, il 18 luglio 1990, la Corte d’assise d’appello ribalta una parte essenziale della decisione e assolve gli imputati dall’accusa di strage. Una sentenza dice colpevoli. Quella successiva dice innocenti.

Poi interviene la Cassazione. Nel febbraio 1992 le Sezioni Unite annullano parti decisive della sentenza d’appello e dispongono un nuovo giudizio. Il problema riguarda anche il metodo di valutazione del materiale indiziario: un complesso di indizi non può essere scomposto fino al punto da impedire di valutarne l’eventuale significato complessivo.

Si torna quindi davanti ai giudici di merito. Il nuovo giudizio d’appello, nel maggio 1994, torna alle condanne. Infine, nel novembre 1995, la Cassazione chiude quella prima lunga stagione rendendo definitive le responsabilità per la strage allora accertate e le condanne relative al depistaggio. Quindici anni. Primo grado, appello, annullamento, rinvio, nuovo giudizio, nuova Cassazione.

Questa storia processuale tormentata non dimostra che tutte le conclusioni siano equivalenti. Ma spiega perché attorno a Bologna sia potuto nascere un dubbio persistente e perché, per molti anni, quel dubbio abbia trovato spazio anche in ambienti politicamente e culturalmente lontanissimi dalla destra eversiva. Spiegarlo non significa aderirvi. Significa ricostruire la storia.

Il depistaggio non è un’ipotesi

C’è poi un elemento senza il quale Bologna non può essere compresa: il depistaggio.

La parola viene utilizzata così frequentemente nella storia repubblicana da rischiare di trasformarsi in una formula generica. Qui, invece, indica fatti entrati nei procedimenti giudiziari e responsabilità accertate.

Il 13 gennaio 1981, appena cinque mesi dopo la strage, sul treno Taranto-Milano viene rinvenuta a Bologna una valigia contenente esplosivi, armi e materiale destinato ad accreditare una pista internazionale. La vicenda sarà ricostruita nelle successive indagini come una delle più clamorose operazioni volte a orientare altrove l’attenzione degli investigatori.

Nel corso dei diversi procedimenti emergeranno responsabilità appartenenti alla P2 e agli apparati del servizio segreto militare. La stagione giudiziaria successiva alla strage non deve dunque confrontarsi soltanto con la ricerca degli autori dell’attentato, ma anche con uomini delle istituzioni impegnati a ostacolare quella ricerca.

Questo passaggio contiene una lezione che considero essenziale. Non bisogna dire genericamente che lo Stato depistò. Lo Stato non è un corpo indistinto. Dentro la storia della Repubblica convivono talvolta lo Stato che nasconde e lo Stato che cerca. Ci sono uomini degli apparati che depistano. E ci sono magistrati, investigatori, funzionari, giornalisti, parlamentari che cercano di scoprire quei depistaggi. È quest’ultima parte dello Stato che consente a una democrazia di attraversare le proprie zone oscure senza esserne travolta.

Ma proprio perché alcuni depistaggi sono stati accertati, non possiamo neppure liquidare come patologica qualsiasi diffidenza maturata in quegli anni. Il problema è un altro: il dubbio, una volta nato legittimamente, deve continuare ad aggiornarsi davanti ai fatti nuovi. Non può diventare una fede.

«Credo nella ragione umana»

Già nel 1956, nelle primissime pagine de Le parrocchie di Regalpetra, Leonardo Sciascia scriveva: «Credo nella ragione umana, e nella libertà e nella giustizia che dalla ragione scaturiscono».

Il passo compare nelle pagine iniziali dell’opera. È una frase che considero particolarmente adatta a Bologna. Non perché Sciascia possa essere arruolato post mortem a sostegno di una ricostruzione della strage. Sarebbe esattamente il contrario del suo insegnamento. Quella frase offre un metodo. La ragione prima dell’appartenenza. La verifica prima della certezza. La giustizia prima della convenienza politica.

Sciascia fu uno degli intellettuali italiani che con maggiore ostinazione si oppose alle verità obbligatorie. Ma sarebbe una caricatura trasformarlo nel teorico di un dubbio senza confini. Il suo dubbio era razionale. E proprio perché razionale doveva fare i conti con i fatti.

È qualcosa che ritrovo anche nella lezione di Giovanni Falcone: seguire gli elementi concreti, non innamorarsi delle ipotesi, distinguere ciò che sappiamo da ciò che supponiamo, quello che è dimostrato da quello che resta possibile.

«Le sentenze si discutono»

E poi c’è Massimo Bordin. Il 2 agosto 2010, trentesimo anniversario della strage, Radio Radicale dedica alla vicenda una lunga trasmissione condotta da Bordin. La registrazione è conservata nell’archivio dell’emittente.

Bordin prende di petto una formula che in Italia viene ripetuta spesso: le sentenze non si discutono. E dice, semplicemente: «Le sentenze si discutono».

Il seguito del suo ragionamento è altrettanto importante: le sentenze si applicano, producono conseguenze, ma possono essere discusse, soprattutto quando un percorso giudiziario è stato attraversato da decisioni contrastanti. È una distinzione che merita di essere conservata.

Una sentenza definitiva si applica. Lo Stato la riconosce. Produce effetti giuridici. Ma in una società libera può essere studiata e criticata, così come possono essere studiati e criticati gli argomenti e le prove che l’hanno determinata.

Il salto illegittimo avviene quando dal diritto di discutere una sentenza si passa alla pretesa che quella sentenza non esista. Sono due cose profondamente diverse.

In un altro «Speciale Giustizia» dell’agosto 2010, Bordin pone inoltre il problema dello spazio rimasto fra l’accertamento delle responsabilità individuali e la spiegazione complessiva del significato politico della strage.

È una domanda legittima. Una volta individuato chi ha concorso materialmente a un delitto di questa portata, sappiamo automaticamente perché quel delitto è stato commesso? Sappiamo chi lo ha progettato? Chi lo ha finanziato? Quali relazioni lo hanno reso possibile? Chi ha protetto chi? Chi ha depistato? Con quale finalità?

È precisamente qui che verità giudiziaria e verità storica cessano di coincidere perfettamente. Non perché siano necessariamente in conflitto. Perché rispondono a domande diverse.

La mia storia dentro questa storia

La mia formazione civile e politica si intreccia, dagli inizi degli anni Ottanta, con il mondo radicale e pannelliano.

Negli anni Novanta quel rapporto diventa più intenso attraverso il lavoro a Teleroma 56. Dal 2007 diventa quasi quotidiano attraverso la mia attività editoriale per Nessuno tocchi Caino. Ho quindi conosciuto da vicino anche una delle battaglie più controverse e impopolari sostenute in quell’area: quella relativa alle responsabilità attribuite agli esecutori materiali individuati nella prima grande stagione processuale della strage. Ma non ho mai pensato che quella storia mi obbligasse a ignorare ciò che sarebbe emerso dopo.

Al contrario. Se il garantismo significa qualcosa, significa sottoporre ogni convinzione alla prova dei fatti. Anche la propria. Pannella poteva assumere posizioni enormemente impopolari perché il dubbio, per lui, non era un rifugio. Era responsabilità. Di quell’esperienza conservo una convinzione che il tempo ha rafforzato: il dubbio è una virtù della coscienza individuale. Il rispetto delle istituzioni dello Stato di diritto è un dovere civico. Sempre. E vale in entrambe le direzioni.

Sarebbe sbagliato pretendere che il lavoro degli storici termini dove finisce un processo. Ma sarebbe altrettanto sbagliato utilizzare la libertà della ricerca storica per fingere che decenni di atti giudiziari non esistano.

La storia può andare oltre una sentenza. Non può semplicemente cancellarla.

La storia non finisce nel 1995

Ed è proprio questo il punto. La storia giudiziaria di Bologna non finisce con la sentenza definitiva del 1995. Negli anni successivi viene definitivamente accertata la partecipazione di un ulteriore esecutore, minorenne all’epoca dei fatti.

Poi si apre una stagione processuale ancora diversa. Il processo Cavallini conduce a una nuova condanna all’ergastolo; la decisione viene confermata in appello nel settembre 2023 e diventa definitiva in Cassazione nel gennaio 2025. La Procura generale di Bologna ricostruisce questa nuova stagione processuale nel proprio Bilancio sociale 2026.

Durante quel procedimento entrano anche documenti provenienti dal centro SISMI di Beirut, relativi alla vicenda dei missili di Ortona e ad Abu Saleh.

Sono documenti importanti perché quella vicenda era stata a lungo utilizzata a sostegno della cosiddetta pista palestinese. Qui, però, dobbiamo essere rigorosi persino nel lessico.

Non è corretto scrivere che quei documenti abbiano semplicemente “dimostrato falsa” l’ipotesi internazionale. La Procura generale sostiene che la documentazione acquisita deponga contro quella causale e a favore della riconducibilità della strage alle formazioni neofasciste in rapporto con apparati deviati. È una valutazione processuale importante, ma va descritta per ciò che è.

La differenza sembra sottile. Non lo è. Perché una pista non diventa più credibile semplicemente perché è alternativa alla versione prevalente.

Il dubbio, per essere serio, deve accettare anche la possibilità di essere smentito.

La pista palestinese

La cosiddetta pista palestinese ha attraversato per anni il dibattito su Bologna. In estrema sintesi, l’ipotesi collegava l’attentato alla rottura di equilibri fra lo Stato italiano e organizzazioni palestinesi, anche in relazione al sequestro di missili a Ortona e alla vicenda di Abu Saleh.

Era legittimo indagarla? Naturalmente sì. Una democrazia seria non decide prima quale pista debba essere vera.

Ma ogni ipotesi investigativa deve poi accettare il confronto con le prove. Nuovi documenti possono rafforzarla. Possono modificarla. Possono indebolirla. Possono anche renderla insostenibile.

Ciò che non possiamo fare è utilizzare l’esistenza stessa di una pista alternativa come prova della sua verità. Altrimenti il dubbio cessa di essere metodo e diventa ideologia.

Mandanti, finanziamenti, apparati

Ancora più rilevante è il processo concluso in primo grado nell’aprile 2022, in appello l’8 luglio 2024 e definitivamente in Cassazione il 1º luglio 2025, con motivazione depositata nel gennaio 2026. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso e confermato la condanna dell’imputato, ricostruendo il suo contributo alla strage all’interno di una più ampia progettazione delittuosa.

È il processo che affronta in maniera organica anche il tema dei mandanti e dei finanziamenti. La Procura generale di Bologna sottolinea il ruolo attribuito nella ricostruzione giudiziaria a Licio Gelli e Federico Umberto D’Amato e il rilievo del cosiddetto “documento Bologna”, interpretato dall’accusa come elemento contabile collegato alla preparazione della strage.

Anche qui è necessario essere estremamente precisi. Gelli e D’Amato non sono stati condannati nel processo conclusosi nel 2025: erano morti e non erano imputati.

Una cosa è una responsabilità penale accertata nei confronti di un imputato. Un’altra è la ricostruzione relativa ad altri soggetti contenuta nelle motivazioni. Un’altra ancora è una tesi sostenuta dalla Procura.

E un’altra, infine, è l’interpretazione storica che noi possiamo trarre dall’insieme degli atti.

Ma questa prudenza terminologica non cancella il quadro. Lo rende più credibile.

La storia giudiziaria di Bologna riguarda la destra eversiva neofascista. Riguarda depistaggi. Riguarda uomini appartenenti agli apparati. Riguarda la P2. Riguarda circuiti di finanziamento. Riguarda la ricerca dei mandanti.

E oggi questo quadro è incomparabilmente più ricco di quello sul quale si formò il dibattito pubblico degli anni Novanta. Perciò chi continua legittimamente a interrogarsi deve farlo a partire dagli atti di oggi. Non soltanto dai dubbi di ieri.

Il dubbio deve saper cambiare

Questo, forse, è il passaggio più difficile. Una convinzione maturata trent’anni fa non può pretendere di possedere il diritto all’eternità.

Nel 1995 alcune cose non erano conosciute. Nel 2010 altre non erano ancora entrate nei processi. Nel 2026 abbiamo davanti materiale che allora non esisteva o non era accessibile.

Il dovere intellettuale consiste quindi nel confrontare il proprio giudizio con ciò che nel frattempo è accaduto. È la ragione per cui considero ancora preziose le domande poste da Bordin nel 2010, ma non credo sarebbe fedele al suo metodo trasformarle in risposte immutabili.

Il dubbio non può diventare dogma del dubbio. Altrimenti riproduce esattamente il vizio che pretende di combattere.

Le parole della Repubblica

È alla luce di questa lunghissima storia che assumono un significato particolare anche le celebrazioni del 2 agosto 2026.

Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella usa parole inequivoche. Richiama la «strategia neofascista del terrore», il tentativo di colpire i principi costituzionali e il valore dell’opera svolta per arrivare alla verità. La sua conclusione è altrettanto netta: «Fare giustizia è vittoria della democrazia».

Sono parole precise. Non “aggressive”. Non di parte. Precise.

La Presidente del Consiglio Giorgia Meloni sceglie una formulazione differente. Parla del terrorismo che il 2 agosto 1980 sferrò uno dei suoi attacchi più feroci e richiama l’impegno per la desecretazione degli atti e per la ricerca della verità. Nel messaggio, però, non utilizza né la definizione “fascista” né “neofascista” della matrice.

Non conosco le ragioni di questa scelta e non intendo attribuirgliene. Ma le parole delle istituzioni hanno un peso. “Terrorismo” definisce una categoria. “Strage neofascista” individua una matrice storica e giudiziaria. Non sono esattamente la stessa cosa.

E proprio la correttezza ci obbliga a registrare anche ciò che complica una lettura polemica troppo semplice. Il governo, alla commemorazione di Bologna, non è rappresentato da alcun ministro: è presente solo il sottosegretario all’Interno Nicola Molteni. Molteni, dal palco, parla esplicitamente di strage neofascista.

Questo dato va registrato. Perché un articolo che rivendica il metodo della verifica non può scegliere soltanto i fatti che confermano la propria conclusione.

Presenze, assenze

Il 2 agosto 2026 non erano fisicamente presenti a Bologna neppure i presidenti delle due Camere, Ignazio La Russa e Lorenzo Fontana, che affidano a messaggi istituzionali il ricordo della strage.

Le cronache della giornata documentano le diverse dichiarazioni. E anche qui le parole devono essere distinte.

Fontana definisce esplicitamente Bologna una strage «di matrice neofascista».

La Russa ricorda invece che la verità giudiziaria ha attribuito alla “matrice fascista” la responsabilità della strage, ma aggiunge che occorre proseguire nella ricerca della completa verità. È una formulazione sulla quale si può discutere.

Dire che esiste una verità giudiziaria non significa necessariamente metterla in dubbio. Chiedere di continuare a cercare la verità non significa necessariamente negare ciò che è già stato accertato.

La ricerca deve continuare. Esistono ancora archivi. Documenti. Relazioni. Responsabilità storiche e politiche da studiare.

Ma proprio perché la ricerca continua, è importante chiarire da dove continua. Non ricomincia ogni volta da zero. Non riparte da una pagina bianca. Riparte dalle sentenze definitive. Riparte dai depistaggi accertati. Riparte dai documenti desecretati. Riparte dagli elementi acquisiti nei nuovi processi. Riparte da ciò che sappiamo.

E poi cerca ciò che ancora non sappiamo.

La verità non è un monumento

C’è una tentazione che accompagna tutte le grandi tragedie nazionali. Costruire una verità come si costruisce un monumento. Una volta innalzato, nessuno può più toccarlo.

È una tentazione comprensibile. Le vittime chiedono giustizia. I familiari chiedono risposte. Le istituzioni hanno bisogno di poter dire che la Repubblica ha saputo reagire.

Ma una democrazia non dovrebbe avere paura delle domande. La verità democratica non è fragile perché può essere interrogata. È forte proprio perché sopporta le domande.

Devono dunque continuare la ricerca storica, le desecretazioni, l’apertura degli archivi, lo studio dei documenti. Possono essere studiate anche le piste che non hanno trovato conferma. Capire perché un’ipotesi non regge può essere importante quanto comprendere perché un’altra ha retto.

Ma esiste una differenza enorme fra continuare una ricerca e ricominciare continuamente il processo nella piazza pubblica.

La prima cosa produce conoscenza. La seconda rischia di produrre un revisionismo infinito nel quale ogni fatto torna a essere opinione e ogni sentenza diventa una narrazione fra le altre.

È qui che memoria, storia e giustizia tornano a incontrarsi. La memoria non può sostituire la storia. La storia non può sostituire il processo. Il processo non può esaurire la storia. Ma nessuno dei tre elementi può ignorare gli altri due.

Ogni anno, alle 10.25 del 2 agosto, quell’orologio continua a segnare la stessa ora. Il tempo, intorno, è andato avanti. Sono cambiate generazioni, governi, magistrati, testimoni.

Sono emersi nuovi documenti. Sono stati celebrati nuovi processi. Sono diventate definitive nuove sentenze.

E forse proprio questo è il significato più profondo di quell’orologio fermo. Non ci dice che la storia deve fermarsi. Ci dice che esiste un punto dal quale la storia non può fingere di non essere passata.

Una Repubblica adulta non chiede ai cittadini di rinunciare al dubbio. Chiede qualcosa di molto più difficile. Di esercitarlo senza trasformarlo in arbitrio. Di continuare a cercare senza cancellare ciò che è stato trovato. Di discutere le sentenze senza fingere che non esistano. Di interrogare le istituzioni senza delegittimarle.

E alle istituzioni chiede qualcosa di altrettanto impegnativo: utilizzare parole precise quando nominano le proprie ferite. Perché la democrazia vive anche di parole.

E davanti alla stazione di Bologna, quarantasei anni dopo, le parole non possono appartenere più soltanto alla polemica politica. Appartengono alla storia della Repubblica.

Tra omissioni, assenze, ambiguità che ancora circondano il modo di raccontare una delle ferite più profonde della Repubblica, questo governo ha mostrato in modo chiaro di non avere la maturità istituzionale che il nostro Paese merita.

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