Capitalismo, governabilità e democrazia
Dalla crisi dell’ordine liberaldemocratico al rischio di uno Stato tecno-autoritario: la sfida politica della Costituzione

ANSA
Pochi anni fa economisti liberali, imprenditori e uomini di governo, nel tradizionale appuntamento di Davos, il World Economic Forum, accreditavano l’immagine di un capitalismo “dal volto umano”, magari con un’anima “green”, attento alle sorti del pianeta e dei suoi abitanti. L’illusione sulle “sorti magnifiche e progressive” della globalizzazione capitalistica si è infranta rovinosamente sulle guerre e sulla frenetica corsa al riarmo. In ballo ci sono l’accaparramento delle terre rare, il saccheggio dei giacimenti di fonti fossili e di minerali preziosi, il controllo delle vie di comunicazione e del commercio internazionale.
Ma è quasi impossibile trovare un commentatore che riconduca le emergenze e le contraddizioni che ci angustiano alla loro causa prima: il capitalismo, con la sua attitudine allo sfruttamento degli uomini e con la sua vocazione predatoria. Gli opinionisti di casa nostra si dividono tra chi critica le “intemperanze”, l’“imprevedibilità” o addirittura la “follia” del presidente americano e chi, invece, si rifugia nella geopolitica, promossa a nuova e infallibile “scienza”.
Parlano di tutto, spesso senza cognizione di causa, comunque senza mai interrogarsi sulle ragioni vere che generano conflitti, cambiamento climatico, ritorno a logiche neocoloniali, aumento delle disuguaglianze, dramma dei migranti. Non siamo di fronte a una crisi transitoria o congiunturale, come altre nel passato. Crisi molteplici (“policrisi”) si accumulano e si avvitano su sé stesse, evidenziando le storture e i fallimenti del capitalismo. La policrisi scuote le stesse basi ideologiche dell’ordine capitalistico, coinvolge il pensiero liberaldemocratico e le istituzioni nate negli ultimi due secoli.
La gravità della situazione consiste nel fatto che gli stessi responsabili dei mali e delle turbolenze che affliggono il mondo escludono una ricomposizione nel solco della democrazia liberale. Quello che avviene nell’America di Trump — con la caccia ai migranti e le deportazioni di massa, con la repressione del dissenso, con l’attacco alla libertà d’insegnamento e d’informazione, con i dazi, con i conflitti in corso — mostra che per una parte consistente dell’establishment la democrazia, l’equilibrio dei poteri, gli apparati pubblici, le regole internazionali sono dei ferri vecchi di cui disfarsi.
Lo stato di diritto e gli organismi internazionali, per come li abbiamo conosciuti, non valgono più a proteggere, nella misura auspicata, la concentrazione della ricchezza e la crescita del potere di mercato nel mondo, anzi rappresentano un intralcio, un freno allo sviluppo.
Con Donald Trump il divorzio del capitalismo dalla democrazia fa, dunque, un deciso passo avanti. Alla Casa Bianca alloggia non tanto un presidente, quanto un uomo d’affari, il portavoce di un’alleanza tra gli oligarchi dell’industria tecnologica, energetica e militare e quelli della rendita finanziaria e immobiliare, un personaggio che incarna la sottomissione della politica ai potentati economici e alle lobby.
A dire il vero, la separazione tra capitalismo e democrazia ha avuto inizio alcuni decenni fa, ben prima della caduta del Muro e della fine dell’Urss. Risale alla metà degli anni settanta, quando la Trilaterale — un’associazione diretta da Rockefeller e composta da circa 300 magnati americani, giapponesi ed europei, tra cui il nostro Gianni Agnelli — pubblica un report sulla “governabilità delle democrazie” (The Crisis of Democracy: on the Governability of Democracies).
La Trilaterale denunciava apertamente un eccesso di democrazia e un eccesso di rivendicazioni. L’idea stessa di democrazia era troppo direttamente accompagnata all’idea di uguaglianza sociale e ciò rischiava di destabilizzare l’ordine sociale. Era il periodo dei movimenti giovanili, delle lotte per la pace, di grandi conflitti sociali per il salario e per il welfare. Sollevando il tema della “governabilità”, i padroni dell’economia intendevano porre un limite alla pratica della democrazia e al conflitto sociale. L’inizio del divorzio tra capitalismo e democrazia, dunque, va datato in quegli anni.
Dopo 50 anni da quel famoso Rapporto, il recente Manifesto di Palantir ne costituisce in qualche modo l’aggiornamento, esprime il pensiero dei nuovi capitalisti nella fase della post-globalizzazione. Si tratta di un documento in 22 punti, redatto da Alex Karp, proprietario e manager, insieme a Peter Thiel, di un’azienda tecnologica, la Palantir appunto, specializzata in servizi di aggregazione di dati per fini di intelligence e sorveglianza di massa.
Il Manifesto sostiene, in sintesi, l’impiego e l’integrazione strategica dell’Intelligenza Artificiale (IA) nei sistemi militari e di sicurezza, l’urgenza del riarmo, il ripristino della leva obbligatoria. Una chiamata alle armi a tutti gli effetti, dunque, per risvegliare lo spirito bellico dell’Occidente dopo una lunga stagione di infiacchimento e di lassismo.
L’idea di fondo è che le aziende tecnologiche, a partire da Palantir, debbano essere incorporate nello Stato per guidare la svolta bellicista e securitaria. Viene espressamente teorizzata la preminenza delle aziende tecnologiche nell’amministrazione pubblica, candidandole a diventare l’infrastruttura strategica degli apparati militari e di sicurezza.
Thiel, da parte sua, aveva già avuto modo di combattere, in un seminario pseudofilosofico di qualche mese fa a Roma, la sua crociata contro l’anticristo, che si annida nelle regole giuridiche e morali, tanto care al liberalismo, tendenti a porre dei limiti all’impiego dell’IA.
Naturalmente, l’ossessione per la difesa nazionale, per il controllo e la sicurezza, fa il paio con interessi aziendali ben corposi, acquisiti tramite commesse e appalti milionari della CIA, della famigerata ICE, della NATO, e altri ancora.
In questa prospettiva l’IA e l’insieme delle tecnologie digitali diventano uno strumento diabolico al servizio del potere costituito, di accelerazione pericolosa dell’involuzione autoritaria, antidemocratica, delle nostre società.
Thiel e Karp sono portatori di un’ideologia retriva, oscurantista, revanscista, ispirata alla logica amico-nemico, alla negazione dei diritti sociali e dello stesso principio di uguaglianza. Che rompe platealmente col pensiero liberale e si muove nella direzione di uno stato tecno-fascista. Penso che non sia desiderabile e non piaccia a nessuno un mondo dominato dalla Tecnica.
Con la sua enciclica, Magnifica Humanitas, Papa Leone, peraltro in linea con le preoccupazioni espresse da numerosi uomini di scienza, si fa portatore di un’idea opposta della tecnologia: al servizio del bene comune e dell’umanità, non dei vantaggi privati di pochi.
Un radicale cambio di paradigma rispetto a quella della nuova élite economica, oggi molto attiva negli Usa, in Italia e in Europa per rimodellare lo Stato in funzione delle sue esigenze. Uno Stato che, senza pretendere nulla in cambio, si presta ad accordare benefici normativi e istituti giuridici e fiscali utili ad accrescere il potere di mercato delle multinazionali.
Diventa urgente a questo punto, per le forze che hanno a cuore la democrazia, ridisegnare la rotta e riorientare le scelte della Tecnica. Non è detto da nessuna parte che le nuove tecnologie debbano essere finalizzate alla massimizzazione del profitto privato, allo sfruttamento dell’uomo e delle risorse naturali, al controllo della mente e del corpo delle persone; e debbano provocare disoccupazione, perdita di legami di comunità, aumento delle disuguaglianze, dispersione di energie culturali.
Il punto strategico e politico non eludibile è il rapporto Stato-Capitale. I rischi di regressione non stanno nella Tecnica in sé, ma in una crescita di produttività generale, conseguente all’introduzione delle nuove tecnologie, non condivisa con i lavoratori, che non si traduce in benessere sociale diffuso.
I maggiori guadagni sono incamerati dalle imprese e dai loro azionisti, non contribuiscono a migliorare l’economia, le condizioni di vita e di lavoro, i servizi, l’efficienza della pubblica amministrazione. Solo intervenendo nell’attuale rapporto Stato-Capitale, modificandolo profondamente, la Tecnica può diventare un fattore di progresso per l’umanità.
L’occhio di riguardo con cui lo Stato guarda alle imprese spiega la ragione per cui tecnologie di “uso generale” e di grande impatto sociale — come l’IA e come le grandi piattaforme digitali — siano rimaste immuni da ogni regolamentazione pubblica e da ogni forma di controllo democratico.
E spiega anche perché proprietari di aziende — con bilanci che superano quelli di molti Stati — pagano tasse irrisorie o magari niente. Per una curiosa eterogenesi dei fini, i gelosi custodi del sovranismo nazionale sono totalmente e volontariamente sottomessi ai diktat della tecnologia americana.
È la mano pubblica, non la “mano invisibile” del mercato, a prendersi cura dei capitalisti e dei ricchi signori. Lo aveva intuito già il marchese de Condorcet denunciando, nel lontano 1794, che «naturalmente» non ci sarebbero eccessive sproporzioni nelle fortune «se le leggi civili non stabilissero leggi artificiose per perpetuarle o per riunirle». (Nicolas de Condorcet, Abbozzo di un quadro storico dei progressi dello spirito umano, Einaudi, 1969, p. 171).
L’origine dell’arretramento della democrazia e dell’indebolimento del movimento operaio è da ricercare in un rapporto asimmetrico e sbilanciato che lo Stato ha stabilito con i diversi soggetti sociali privilegiando sistematicamente il profitto d’impresa.
Dietro la demagogia populista e sovranista si nasconde una continuità politica che fa ponti d’oro alle grandi imprese e a singole categorie, a scapito della maggioranza dei lavoratori e delle fasce deboli. In questo senso, lo slogan meloniano “non disturbare chi fa” descrive bene un’idea di società in cui libertà e diritti non appartengono a tutti, ma seguono rigidi criteri gerarchici e di censo.
L’ideologia Palantir, congiungendosi con la nuova destra — nazionalista, messianica, suprematista e razzista — vuole dare il colpo mortale a quello che rimane dello stato liberaldemocratico.
L’obiettivo è una “democrazia” che si riduca al momento in cui il popolo incorona direttamente il capo carismatico, l’uomo forte che fa e impone le leggi, superando vincoli interni e internazionali, e a cui è affidato il compito della riorganizzazione della società su basi gerarchiche e corporative.
Per il resto l’uso accorto dei media e dei social diventa l’arma principale per trainare il consenso popolare attorno al nuovo potere. Lo Stato forte, una sorta di Tecno-Stato, è il futuro prossimo venturo che ci attende per garantire lo status quo, per frenare il declino, per difendere i confini dall’invasione di persone meno fortunate?
Non è da guardare con estrema diffidenza una destra che, in Italia, vuole risolvere, in modo inequivocabile, la questione “governabilità”, che è sempre stata l’ossessione delle classi dominanti?
Con la governabilità, l’accento viene posto sul potere esecutivo, non sul potere legislativo, sulla rappresentanza. La governabilità, per definizione, esclude una declinazione progressiva della democrazia, tende a elidere i luoghi del confronto e del controllo, considerandoli un intralcio al “fare”, punta ad allontanare, se non a escludere, in ultima analisi, i lavoratori e le fasce sociali più deboli dai centri decisionali.
La volontà popolare è fuori gioco. La sfiducia nei partiti e nella politica è destinata ad aumentare e, insieme, la piaga dell’astensionismo, alimentata negli ultimi venti anni da leggi elettorali capestro.
Proprio quando la sinistra italiana è entrata a far parte di governi moderati o tecnici o di unità nazionale, oltre alla “connessione sentimentale” con la sua base, ha perso milioni di voti. I governi tecnici e di unità nazionale, in virtù di una presunta competenza e di una maggiore stabilità, hanno finito col falsare il normale svolgimento democratico, hanno diffuso l’idea che, per garantire la soluzione dei problemi, si potesse fare a meno della politica e del confronto pubblico, consentendo al partito di Fratelli d’Italia di ergersi a paladino della volontà popolare e di vincere le ultime elezioni politiche.
Per paura di perdere le prossime elezioni i postfascisti, in nome della governabilità, si fanno ora promotori di una nuova legge elettorale che, se fosse approvata, infliggerebbe un grave vulnus alla Costituzione.
La tecnica elettorale viene posta al servizio di un doppio inganno politico: da un lato, l’illusione plebiscitaria, con il nome del premier sulla scheda; dall’altro, la truffa di un parlamento irrilevante, svilito, grazie a uno spropositato premio di maggioranza e a liste bloccate, a cassa di risonanza del potere esecutivo.
La democrazia — restituire potere (Kratos) al popolo (Dèmos) — non la governabilità, diventa oggi la sfida politica prioritaria. Senza coerenza e radicalità nella difesa della Costituzione repubblicana, anche la lotta per la pace, per il salario e la dignità del lavoro, per i diritti e contro le ingiustizie, perde valore e credibilità.
In un mondo in cui potenti multinazionali ritengono di poter fare a meno della democrazia, dettano legge ai governi, teorizzano una gestione del potere affidata sostanzialmente alla Tecnica, e ad ammaestrati algoritmi, la controffensiva dello schieramento democratico e progressista può trovare il giusto orientamento nel rispetto rigoroso dello spirito e del dettato costituzionale.
Se hai trovato utile questo articolo, sostieni Rinascita: abbonarsi significa sostenere il pensiero critico e ricevere la rivista cartacea direttamente a casa
Abbonati