Cannabis: Lettera a un adulto che è stato ragazzo

Una risposta critica alla “lettera a un giovane” di Sorrentino: tra genitorialità, adolescenza, sostanze e necessità di una legalizzazione regolata per proteggere davvero le nuove generazioni.

Jacopo De SanctisConfronti
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ANSA

Essere un genitore è probabilmente il mestiere più difficile del mondo, non ci sono tutorial che tengano, e non ci sono mai abbastanza esempi positivi o negativi che possano aiutare a prevenire gli stessi errori. Creare, educare e preparare un figlio al mondo è qualcosa che si impara con il tempo e che si costruisce giorno per giorno, spesso dovendosi reinventare totalmente e accettando la critica gratuita. Le posizioni di Rosario Sorrentino sono in buona parte condivisibili e rispettabili quando parla delle percezioni dei giovani, del senso di vuoto e inadeguatezza, della convinzione di essere invincibili; ma di quali giovani parla?

Perché la Lettera a un giovane inquieto parla ed espone molte problematiche dei giovani diciottenni, senza però definire chi sia questo giovane di 18 anni e a quale generazione appartenga: se appartenga ai nati della generazione X che non vedranno mai la pensione, se sia il millennial cresciuto nella positività più sfrenata — annullata poi dalla crisi del 2008, o se ancora sia un adulto che si è semplicemente dimenticato di essere stato un ragazzo anche lui.

Avere 18 anni non è uno status, né un passaggio identico e programmato per tutti; anzi, forse il vero lato positivo dell’adolescenza è che è realmente un periodo unico per tutti, influenzato dal contesto sociale, dal contesto familiare, dalle amicizie, dall’insegnamento e tanto altro.

Nella sua lettera sono descritti dei giovani senza freni e privi di una corteccia pienamente sviluppata, impulsivi e dominati dall’amigdala, non acora strutturata da un pensiero razionale. La stessa amigdala, tuttavia, che sostiene le relazioni sociali, aiuta il processo decisionale e alimenta la motivazione e l’adattamento. Gli adulti sono invece descritti come vittime di questi figli irrequieti e persi in loro stessi; non hanno colpe se non riescono a fare i genitori; anzi, al contrario, non possono essere incolpati: troppi alibi sarebbero forniti a questi figli che altro non fanno che generare problemi.

Ed è qui che l’uso di sostanze psicotrope offre lo spunto necessario per affrontare il tema dell’apertura alla cannabis da parte della società italiana: quali siano i problemi e i lati positivi della liberalizzazione, se ci siano differenze tra le sostanze o se “una droga è una droga punto”, e perché si tratta di un tema attuale e importante.

Che la distinzione tra sostanze “leggere” e “pesanti” sia oramai obsoleta e fuorviante non vi è alcun dubbio; è però altrettanto fuorviante non approfondire un discorso che non si esaurisce in “ogni droga fa male allo stesso modo”. La stessa quantità di due sostanze diverse può produrre effetti arginabili per una e disastrosi per l’altra, generare una dipendenza maggiore o minore e, infine, avere una probabilità più o meno elevata di generare un’overdose letale.

Ciò spiega perché quando si parla di liberalizzazione non ci si riferisce a sostanze quali cocaina o eroina, che con quantità irrisorie generano danni incalcolabili nel breve periodo, ma alla cannabis che sì, è una sostanza, ma che è sicuramente più gestibile dalle istituzioni che Sorrentino giustamente richiama.

Ma perché legalizzare correttamente impedirebbe ai problemi di oggi di diventare quelli di domani? Non sarebbe meglio impedire, proibire ed eliminare? Mi sento tuttavia, prima di argomentare, di tranquillizzare Sorrentino dicendo che legalizzare non significa sostenere che la cannabis sia innocua, anzi, vuol dire riconoscere la problematica e applicare una soluzione.

La legalizzazione sarebbe in primis il miglior metodo per arginare la vendita di quella che al momento, dopo alcol e nicotina, è la droga più consumata sul mercato. Fermare il consumo nel breve periodo è al momento impensabile. Di fatto, la cannabis è già una sostanza liberalizzata; tuttavia, lo è solo sul mercato nero: introdurre limiti e possibilità di consumo sarebbe il primo passo per ridurre i costi del proibizionismo, generare introiti e aumentare la sicurezza.

Perché sì, a volte permettere qualcosa è il modo migliore per controllarla, e questo è uno di questi casi. Regolamentare una sostanza darebbe modo di sapere cosa le generazioni tra i 15 e i 34 anni — cioè dove il consumo avviene statisticamente di più — consumano e soprattutto di poter rendere quanto più sicura possibile la sostanza.

Con ciò avverrebbe una maggiore protezione del minore. Legalizzare significa porre dei limiti e delle misure di sicurezza, significa anche rendere illecito tutto ciò che non rispetta tali limiti, anche l’acquisto da parte di minori, che sarebbero portati a desistere di fronte al primo approccio alla sostanza.

Non solo, legalizzare permetterebbe di alleggerire le forze dell’ordine e il già intasato sistema giudiziario italiano; così facendo, si potrebbero reindirizzare risorse economiche e umane verso reati più gravi; quindi, oltre al piccolo spacciatore (che spesso è un adulto che si approfitta dei più giovani e fragili), togliendo un onere che al momento non ha portato a nulla.

Ma di quale liberalizzazione parliamo? Perché sia ben chiaro, nessuno intende legalizzare la cannabis senza un quadro normativo sensato e funzionante, e diversi paesi sono testimonianza tanto di una legalizzazione fatta bene quanto di una con evidenti punti deboli. La legalizzazione non deve essere frammentata e non può essere sicuramente interpretabile luogo per luogo; deve apporre dei limiti al consumo, al possesso e alla vendita. Da questo punto di vista essere ferrei è essenziale per poter annullare il mercato nero ed impedire un turismo sfrenato legato alla cannabis.

Per concludere, legalizzare non sarà sicuramente la fine di tutti i problemi legati al consumo di sostanze da parte dei giovani, ma proprio per questo è necessario evitare il caos più totale e apporre regole realistiche, affinché la politica e la società proteggano le nuove generazioni.

Sono proprio questi ultimi: i tanto irrequieti, irrazionali e testardi giovani descritti da Sorrentino, che egli meritoriamente mette al centro della nostra attenzione, che costituiranno il futuro di questo paese, e che proprio per questo lo Stato e la società hanno il compito di prepararli al meglio. Non con la privazione né con il militantismo dei genitori, ma con l’istruzione, la sanità e la speranza di un futuro migliore.

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