Yair Golan: «Israele non è solo Netanyahu»

Il leader dei Democratici israeliani sfida Netanyahu: sicurezza, democrazia e uguaglianza contro l’isolamento internazionale e la destra messianica.

Umberto De GiovannangeliApprofondimenti
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ANSA

Dall’esercito alla politica. Un passaggio non inusuale in Israele. Lo fu per alcuni dei grandi d’Israele — Moshe Dayan, Yitzhak Rabin e, sul fronte opposto, Ariel Sharon — e per alcuni militari pluridecorati diventati primi ministri, come Ehud Barak.

Un percorso condiviso da Yair Golan. Già vicecapo di Stato maggiore delle IDF e maggiore generale della riserva, Golan è oggi presidente del Partito democratico, erede di ciò che resta del glorioso Partito laburista che per 29 anni, dalla fondazione dello Stato d’Israele al 1977, guidò ininterrottamente il Paese.

Il 27 ottobre gli israeliani andranno al voto, in quelle che vengono presentate, a ragione, come le elezioni più importanti e cruciali nella storia dello Stato ebraico.

Yair Golan è uno dei protagonisti di questa sfida. Per il leader del Partito democratico israeliano «la “vittoria totale” di Netanyahu è l’incubo della sicurezza di Israele». E su un tema scottante come il sionismo Golan ha le idee molto chiare: «Il nostro sionismo non è quello dello sfollamento di massa e della guerra eterna, ma quello dell’uguaglianza e della libertà».

Rinascita fa parlare il leader dei Democratici attraverso le conversazioni avute con lui da chi scrive, gli articoli a sua firma pubblicati su Haaretz e le conferenze pubbliche.

Il pensiero di Golan va oltre un argomentato j’accuse contro Benjamin Netanyahu, il primo ministro che, rimarca, «ha venduto al pubblico israeliano l’illusione di una “vittoria totale”, ma in realtà ha condotto il Paese verso un abisso strategico che ne mette in pericolo la sicurezza».

Un rischio moltiplicatosi dopo il no di Netanyahu al Piano in quindici punti annunciato dal Board of Peace, fortemente voluto da Donald Trump.

«Una scelta gravissima — dice Golan a Rinascita — che isola ancora di più Israele nel mondo e incrina ulteriormente il rapporto con gli Stati Uniti, un rapporto decisivo per la nostra sicurezza. Nell’opinione pubblica americana il sostegno a Israele non aveva mai raggiunto livelli così bassi come oggi. Il compito di chi si oppone a questo governo di irresponsabili è dimostrare che Israele non è Netanyahu. Dobbiamo contrastare questa percezione diffusa e, in questo senso, le prossime elezioni saranno decisive».

«Nessuno sottovaluta le minacce che vengono dall’esterno, in primo luogo dall’Iran e dai suoi proxy terroristici: Hezbollah, Hamas e Houthi. Ma con la sua politica dissennata Netanyahu e i suoi partner di governo dimostrano che il primo pericolo per Israele, per la sua sicurezza e per il suo sistema democratico, viene dall’interno».

Golan va giù durissimo: «Israele è diventato uno Stato paria e ci vorranno decenni per ripristinare la nostra reputazione internazionale. Anche le relazioni con gli Stati Uniti sono in profonda crisi e la maggioranza degli americani ora simpatizza più con i palestinesi che con Israele».

Alla base, rimarca Golan in una documentata analisi su Haaretz, c’è «l’alleanza di Netanyahu con l’estrema destra israeliana. Non è una tattica legata soltanto alla difesa dei suoi interessi personali a scapito di quelli del Paese. Quell’alleanza è ideologica e strutturale».

«Agli occhi del ministro delle Finanze Bezalel Smotrich e dei suoi sodali, Hamas è una risorsa nell’ambito di una chiara visione del mondo: egli vuole mantenere il controllo della Cisgiordania a qualsiasi costo. Considera la cooperazione di Israele con l’Autorità Palestinese in materia di sicurezza un “peso” ed è per questo che Hamas serve meglio gli scopi di Smotrich».

«Il governo ha fatto tutto il possibile per varare una legge che esenti dal servizio militare gli ultraortodossi proprio nel momento in cui le Forze di difesa israeliane hanno un disperato bisogno di migliaia di soldati in più. I sotterfugi, la volgarità e la maleducazione sono diventati la norma».

«Se le elezioni non porteranno a un cambiamento di ampia portata, ci sarà un’emigrazione di massa dei migliori e dei più brillanti cittadini israeliani. Lo Stato di diritto si è deteriorato non solo in Cisgiordania, ma in tutto il territorio di Israele. Gli ultraortodossi sfidano apertamente lo Stato e sono diventati un peso intollerabile per la popolazione produttiva e attiva. L’attacco alla democrazia israeliana è diventato così grave che le elezioni libere ed eque non sono più garantite».

I simboli, si sa, racchiudono spesso una concezione della vita e manifestano una visione delle relazioni umane, a volte raccapricciante. È il caso di Itamar Ben-Gvir e della spilla con il cappio da lui esibita.

Riflette Golan: «Itamar Ben-Gvir e la sua banda hanno indossato la spilla a forma di cappio perché sanno che non siamo ancora arrivati a quel punto. Vogliono che ci arriviamo. Quello a cui assistiamo ora è un pericoloso e rapido scivolamento da un Paese che santifica la vita verso uno che si innamora di una fantasia di violenza e morte».

«La spilla a forma di cappio non è una presa di posizione sulla sicurezza. È una dichiarazione che riflette la perdita della propria strada. La contraddizione più pericolosa di tutte è quella tra le parole altisonanti sulla “moralità ebraica” e l’insopportabile leggerezza con cui ci si adorna di simboli che rimandano al patibolo».

Molto si discute, dentro e fuori Israele, sul sionismo. Golan non si sottrae al tema e offre la propria idea, agli antipodi di quella che anima la destra messianica. Lo fa partendo dalla volontà, reiterata da Ben-Gvir, Smotrich e da tutta la destra ultranazionalista ebraica, del “trasferimento” dei gazawi in un Paese terzo.

«Questa idea — rimarca il leader dei Democratici — è antitetica al giudaismo e al sionismo. La soluzione non sta nelle provocazioni di espulsioni di massa o in pericolosi insediamenti messianici a Gaza, ma in un’azione politica ponderata e realistica».

«Di concerto con gli Stati Uniti e i Paesi arabi moderati, Israele deve costruire un futuro in cui la Striscia si riprenda e, allo stesso tempo, la nostra sicurezza sia garantita. Una visione autentica richiede la creazione di un’alleanza di Paesi moderati contro l’asse radicale sciita o sunnita».

«Una visione autentica richiede la conservazione di Israele come Stato con una chiara maggioranza ebraica, in quanto sede nazionale dell’intero popolo ebraico e, allo stesso tempo, Stato libero, egualitario e democratico: uno Stato prospero in cui i suoi cittadini desiderino vivere e dal quale non vogliano emigrare».

«Una visione autentica significa affrontare i problemi reali, non fuggirli. Con i palestinesi dovremo vivere in sicurezza; con l’asse radicale dovremo confrontarci mentre costruiamo una forza militare d’attacco; per quanto riguarda le sfide interne di Israele, dovremo affrontarle mentre combattiamo i populisti messianici che fanno parte del nostro governo. È qui che si misurano la forza di una visione politica e la statura di una leadership».

Altro tema scottante è l’azione violenta dei coloni, spalleggiati dall’esercito israeliano, in Cisgiordania.

Golan affronta di petto il problema e afferma senza mezzi termini: «Non c’è alcuna giustificazione per le loro azioni violente. La nostra condanna è totale e investe anche un governo che quella violenza legittima e sostiene».

«Se saremo noi a governare, smetteremo di finanziare attività illegali. Rafforzeremo e accoglieremo le comunità adiacenti alla recinzione e ci sarà una demarcazione dei confini, per preservare Israele con una solida maggioranza ebraica».

Yair Golan è tra quanti considerano le elezioni del 27 ottobre le più importanti nella storia d’Israele. E ne spiega il perché:

«Siamo chiamati a costruire un futuro reale per le generazioni attuali e future di israeliani che hanno qui la loro casa, la cui identità è ebraica e democratica e che portano con orgoglio i valori dell’uguaglianza e della libertà. Il trasferimento della popolazione non farà mai parte del loro vocabolario, né lo farà la guerra eterna. Perché questo è il nostro sionismo».

Il sionismo aperto e inclusivo dei padri fondatori dello Stato d’Israele.

L’opposizione alla destra bellicista e messianica batte più colpi. Un’alternativa a Netanyahu, Ben-Gvir e Smotrich esiste. E Yair Golan ne è uno dei leader. Una bella notizia per chi ha ancora a cuore Israele e si batte contro il suo “suicidio”.

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