Vogliamo Futuro: accendere un fiammifero in tempi bui

Trecento pagine di proposte per una generazione a cui il futuro è stato promesso e mai consegnato

Rainer Maria BarattiBattaglia delle Idee
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ANSA

Crisi climatica, guerre, disuguaglianze crescenti e terribili violazioni dei diritti umani sono sotto gli occhi di tutti. È uno storytelling che abbiamo imparato a conoscere nel nuovo millennio e, forse, anche ad accettare tacitamente. Non possiamo negare di trovarci in un periodo buio, in cui non vediamo quale direzione seguire per uscire dalla crisi. Anzi, per questa crisi continuiamo a trovare nuove parole per descriverla: permanente, poliedrica, multipla, oppure intrecciata ad altre crisi con cui condivide cause profonde. Una delle cause più profonde però va ricercata nella mancanza di progettazione del futuro che desideriamo.

Tutto questo i Millennial lo hanno scoperto col tempo. Una generazione cresciuta tra Bim Bum Bam, cartoni giapponesi e promesse di futuro negate a partire dal trauma dell'attentato alle Torri Gemelle del 2001. Da allora il mondo non è stato più lo stesso e il «quando sarai grande potrai…» ha assunto sempre più i contorni della promessa mancata. Bisogna partire da questa consapevolezza per comprendere Vogliamo Futuro di Francesco Tornaboni.

L'idea di base è che i nostri genitori, quei “Boomer” del boom demografico ed economico, hanno vissuto dentro un “futuro-promessa” in cui il percorso naturale era il posto fisso, la casa di proprietà, l'auto o la villeggiatura. Non era raggiungibile per tutti, perché il nostro Paese è da sempre segnato da enormi disuguaglianze; ma quelle disuguaglianze sono aumentate e hanno assunto anche caratteri generazionali. Per un Millennial anche uno solo di quei traguardi è diventato difficile e le crisi che viviamo hanno segnato, soprattutto per le generazioni più giovani, un passaggio epocale: dal “futuro-promessa” all'assenza di futuro.

In Vogliamo Futuro, Tornaboni cerca di accendere un fiammifero nel buio che ci disorienta e ci immobilizza, per stimolare la riappropriazione del nostro futuro attraverso una sua progettazione. È un libro di proposte per tornare a dialogare nel concreto su lavoro, fisco, rapporto tra Stato ed economia, architettura istituzionale e ruolo dei partiti. Proposte che non cercano adesione ma dibattito, per trovare insieme punti in comune, criticità e potenzialità. Lo stesso autore afferma: «Questo libro non chiede adesione ideologica. Chiede qualcosa di più raro: serietà». Quindi, prima la possibile soluzione ai problemi italiani, poi - semmai - la classica corsa elettorale in cerca di consenso.

In questi tempi, i partiti e lo Stato sono i due principali protagonisti dell'immobilismo all'italiana. Da una parte la politica rischia di ridursi a competizione mediatica e ricerca del consenso ancor prima di un progetto di “Italia”; dall'altra lo Stato fatica sempre più a garantire le proprie funzioni di pianificazione, progettazione ed erogazione dei servizi. Così l'apparato politico si schiaccia sul presente e non è più in grado di pensare azioni di lungo periodo, come richiederebbero la crisi climatica o la riduzione delle disuguaglianze. La politica finisce per gestire l'esistente.

Le numerose proposte contenute in Vogliamo Futuro possono essere lette singolarmente, ma lo spunto di riflessione è un altro: vedere le crisi che attraversiamo come una crisi «di metodo, di organizzazione e di responsabilità politica». Le soluzioni non mancano, manca la pratica per accordarci sul futuro che vogliamo costruire e per decidere come farlo definendo tempi, strumenti e responsabilità. Serve anche una maggiore “cultura di Futuro”. Tornare a immaginare diventa così un'azione politica contro chi ha «confuso il realismo con l'adattamento passivo, la moderazione con l'assenza di visione». Una frase, tra l’altro, in grado di catturare lo stato di salute delle democrazie contemporanee.

In Vogliamo Futuro, ad esempio, tra le proposte ce n'è una sul “bicameralismo generazionale”. Molto sinteticamente, l'idea è quella di avere una Camera eletta da chi ha tra i 18 e i 50 anni e un Senato eletto dagli over-51. Il Governo avrebbe poi l'obbligo di ottenere la fiducia a Camere riunite per entrare in carica. In un Paese, secondo i dati Istat, con un'età mediana di 49,1 anni e con una popolazione che invecchia facendo sì che Boomer e Generazione X siano più numerosi al voto, la proposta potrebbe contribuire a rimettere in moto il dialogo intergenerazionale e far sì che le politiche pubbliche spostino l'orizzonte temporale più in avanti. Il metodo è quello suggerito dal libro: partire dal problema, valutare se vogliamo una maggiore rappresentanza delle giovani generazioni, capirne la fattibilità e le criticità costituzionali, e solo alla fine chiederci se la proposta sia di destra o di sinistra.

In questo modo il futuro e le generazioni che lo vivranno tornano a essere una categoria politica con interessi, bisogni, aspirazioni e diritti. Con le elezioni del 2027 in vista, presto torneremo a parlare di astensionismo e dovremmo forse chiederci quanto sia realistica la fiducia in istituzioni politiche che hanno smesso di pianificare e far funzionare ciò che è importante per la nostra quotidianità. «La politica non è morta. È stata abbandonata», ricorda Tornaboni. Per evitare che si riduca alla gestione di interessi altri da quelli collettivi, dobbiamo tornare a occuparcene. In questo caso attraverso un libro da completare insieme, perché ci costringe a valutare quali proposte possono ridefinire il futuro che abbiamo davanti.

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