Virginia Libero, il diritto di disertare la guerra
Dagli attacchi alla segretaria dei Giovani Democratici al nodo dell’Ucraina: il pacifismo come rifiuto del riarmo e ricerca di una via politica.

ANSA
Un coro, per fortuna non unanime: diciamo una mezza canea, per usare il termine di Bersani. In molti, infatti, le sono saltati addosso con l’impeto delle radiose giornate di maggio, quelle del 1914, quando ai pacifisti socialisti si dava dei traditori o dei «pacifisti del dopopranzo» (Mussolini).
Eppure Virginia Libero, segretaria dei Giovani Democratici, al modo di una ragazza di sinistra come tante, angosciata dai lampi di guerra, ha detto, chiaro e forte, tre cose semplici, senza fronzoli storici: queste classi dirigenti europee ci stanno portando alla guerra; noi non ci stiamo e organizzeremo la «diserzione», cioè la disobbedienza civile; patria significa ripudio della guerra e giustizia sociale.
Subito sono volate parole grosse contro di lei. Zampa: «È un concetto ripugnante». Gori: «Ignora la Resistenza». Parisi: «Non va oltre la quarta riga dell’articolo 11». Calenda: «La difesa della patria è un dovere». Bassanini: «Ignoranza in diritto costituzionale». Della Loggia: «Moralismo irresponsabile». Prodi: «Speriamo che cresca». Persino Diego Bianchi le ha opposto il richiamo alla Resistenza italiana.
Altri, invece, nel Pd l’hanno difesa, a cominciare, di fatto, da Schlein, che l’ha voluta accanto a sé, e poi da Bersani, Scotto, Orfini, Ruotolo e Boldrini. Infine, ci sono stati toni indulgenti, del tipo «cerco di spiegartelo con calma»: l’Ucraina vuole difendersi, proprio come l’Italia partigiana nel 1943-44 contro i nazifascisti.
È quanto fa, con gentilezza, Carmine Fotia nella sua lettera qui pubblicata su Rinascita, accompagnata da un lungo excursus sulla storia del pacifismo, dalla Prima guerra mondiale a oggi, attraverso le generazioni. Compresa quella dei boomer, pacifisti ma radicali e bellicosi sul Vietnam rosso e sulle rivoluzioni del Terzo mondo. Della serie: il pacifismo in sé non può essere assoluto, né in fondo lo fu mai, fatta eccezione per nobili minoranze e, aggiungiamo noi, per Gandhi. Fin qui Fotia.
Questioni serie, che da sempre tormentano tutti noi a sinistra. Questioni persino teologiche e millenarie: guerra giusta e ingiusta, diritto alla difesa e suoi limiti, pacifismo giuridico, con le sue regole, oppure assoluto. Da Agostino a Tommaso, da Kant fino a Norberto Bobbio, potremmo dire.
Eppure, con tutto il rispetto per la testimonianza biografica di Fotia, non è questo il punto posto dall’appassionato discorso di Virginia. Il punto è un altro: sta nell’acuta percezione di un cataclisma che incombe sull’Europa e sull’Italia, cioè di un tornante classico e drammatico che divide le coscienze e scinde partiti e società.
Il rischio è quello di una possibile mobilitazione di massa, economica e politica, lungo la rovinosa china bellica di un continente che doveva essere un attore di equilibri di pace e che, invece, è ormai parte in causa e avamposto bellico in una contesa globale tra aree.
Qui davvero — questo intende Virginia — «la storia siamo noi», ciascuno con i suoi no e con i suoi sì, davanti agli eventi che ci trascinano. Libero mette responsabilmente le mani avanti con un «non ci sto» dal valore collettivo, che rifiuta il coinvolgimento gregario e il ricatto dell’appello alla contrapposizione amico-nemico, alla guerra militare e di civiltà.
Virginia, quindi, rifiuta il discorso del nemico alle porte, lo contesta alla radice e si richiama, e ci richiama, a un semplice pensiero critico, racchiuso in una domanda: siamo coerenti con il principio del rifiuto della guerra, salvo chiare circostanze di difesa e di ristabilimento dell’ordine internazionale di pace?
La risposta istintiva di Virginia è no. Non siamo coerenti, perché «se queste destre ci porteranno a un vero conflitto, alle armi andateci voi». Si potrà eccepire che non sono soltanto le destre moderate europee ad avere imboccato questa china pericolosa, ma anche il centro e i partner socialisti. Nondimeno, la percezione della tendenza bellica e la sua ripulsa sono nette.
Altrettanto netto è il richiamo a un metodo e a un’idea di patria civile che impongono un corso alternativo alla geopolitica attuale dell’Ue, alla quale Libero si oppone con tutte le forze. Perché sente non solo che non si è fatto abbastanza per scongiurare la guerra di civiltà nelle menti e nell’economia, ma anche che si sta facendo l’opposto di quel che servirebbe: organizzare un altro sistema di relazioni internazionali e un’altra economia, fondati sulla cooperazione e sulla solidarietà.
Bene, dunque, il suo appello alla diserzione e alla disobbedienza civile, laddove le cose precipitassero e ci coinvolgessero con la richiesta di truppe armate in Ucraina o con qualsivoglia ricatto legato a misure emergenziali di guerra.
Resta, però, l’obiezione di fondo mossa a Virginia Libero e che torna nella lettera aperta di Fotia: l’Ucraina invasa non va difesa come Paese resistente? Virginia ha già risposto che sta con l’Ucraina e condanna l’aggressione russa. Ma fin qui è certamente una risposta parziale e bisognosa di approfondimenti. Lo farà lei stessa, ne siamo certi, in piena coerenza con quel che sostiene in generale.
Proviamo a completare noi quel discorso, senza pretese e senza paternalismo, ricavando una risposta da ciò che in Virginia è già implicito. Quella dell’Ucraina non è una semplice guerra di liberazione: è stata, prima di tutto, una guerra civile degenerata in una guerra geopolitica.
L’Ucraina, terra di frontiera come Stato-nazione, nasce nel 1991 nel quadro di precisi accordi globali e multietnici, che prevedevano la neutralità tra Euro-NATO e Russia, con America, Europa e Russia come parti contraenti. Un quarto dell’Ucraina era infatti demograficamente russo, mentre il resto degli abitanti, russofoni o meno, si sentiva totalmente ucraino e non russo.
Fu perciò statuito un equilibrio interetnico e di sicurezza tra potenze, fondato su neutralità, bilinguismo e autonomie, come la Repubblica indipendente di Crimea con diritto all’autodeterminazione, inclusa l’adesione alla Russia.
Questo fragile equilibrio entra in crisi nel 2014 con i fatti di Maidan, che provocano il secessionismo e la guerra civile, con l’intervento russo a difesa delle repubbliche separatiste e l’annessione della Crimea, il cui Parlamento era per l’80 per cento filorusso.
Al contempo, Kiev scioglie i partiti filorussi, che avevano ottenuto l’83 per cento nel Donbass alle elezioni del 2012, e abolisce il bilinguismo a livello centrale e amministrativo. Nel 2019, infine, l’Ucraina entra nella NATO come «membro dalle potenzialità rafforzate», senza diritto di voto e con l’inserimento della NATO nella Costituzione nazionale.
Frattanto, rifiutata da Kiev ogni intesa con i separatisti, la guerra interna prosegue e Kiev marcia verso la Crimea russa, sede della base navale di Sebastopoli.
Il 2019 è la vera svolta di un ciclo di eventi che porta dritto all’invasione del 2022. La Russia, infatti, mentre accetta di malavoglia l’ingresso di Kiev nell’Ue, rifiuta quello nella NATO, considerato l’ennesimo tassello dell’assedio che dal 1997 la circonda dal Baltico al Mar Nero. Anche Gorbaciov lo ribadisce a chiare lettere: «Mai accetteremo tutto questo».
Ma ormai è tardi e la situazione si avvia alla tragedia. Dal 24 febbraio 2022 comincia un’invasione totale, dopo inutili tentativi di trovare un accordo sul «no alla NATO» in Ucraina. E la guerra civile, che aveva prodotto 14 mila vittime e 3 milioni di esodati interni e verso la Russia, degenera in guerra geopolitica e guerra nazionale.
Le guerre sono ormai tre — civile, geopolitica e nazionale — perché l’invasione russa, che va ben oltre la difesa dei territori russi, arriva fino a Kiev nel tentativo fallito di imporre un cambio di regime. L’asse Euro-NATO, a sua volta, dopo avere già assecondato la componente maggioritaria filoccidentale del Paese, si mobilita con aiuti di ogni tipo: economici, bellici, satellitari e logistici, con l’obiettivo di ricacciare l’invasore ai confini del 2014.
Tra offensive e controffensive si arriva così allo stallo odierno, con circa il 20 per cento del territorio occupato dalla Russia, cioè quattro oblast più la Crimea, ma senza le roccaforti di Bakhmut, Kharkiv, Sloviansk e Zaporizhzhia, né le piccole enclavi più interne, ancora in mano ucraina.
Frattanto, l’Ue, in sintonia con la NATO, proclama un riarmo generale pari al 5 per cento del Pil da qui al 2035, anche in seguito al disimpegno militare annunciato da Trump, che scarica gli oneri continentali sull’Europa. Si intensificano anche le tensioni e gli incidenti di frontiera, con droni deviati o intimidatori, sconfinamenti e reciproci allarmi di guerra ibrida.
Ma non riesce a coagularsi alcuna intesa di massima per la pace, né l’Europa — che annuncia una forza di «volenterosi» armati con funzioni di peacekeeper — decide di delegare un proprio rappresentante con proposte organiche di pace, dopo il fallimento delle possibili intese a Istanbul nella primavera del 2022.
Ricapitolando: esaurita ormai la guerra civile originaria, la contesa è nazionale e geopolitica. Da una parte, l’Ucraina filoccidentale, pur segnata dalla legge marziale e dalla corruzione, difende la propria identità nazionale. È appoggiata dall’Europa e, in misura minore, dagli Usa, più propensi a un accordo. Dall’altra, la Russia è convinta di dover difendere terre a maggioranza russa e lembi geografici essenziali alla propria sicurezza, sul fianco occidentale e sul Mar Nero.
E tuttavia, l’origine della tragedia non sta soltanto nella volontà imperiale post-sovietica russa, ma anche in un conflitto di tipo jugoslavo e balcanico, tramutatosi in una contesa geopolitica. Al centro vi sono diverse questioni etnonazionali e di sicurezza tra Est e Ovest, lasciate marcire dall’Occidente e anzi inasprite dal simultaneo allargamento dell’Europa a 27 membri, con la NATO saldamente presente in ciascun nuovo Stato membro.
Sono cose note, già denunciate da personalità al di sopra di ogni sospetto «putiniano»: da Prodi al generale Tricarico, da George Kennan persino a Kissinger, che criticarono l’espansione della NATO a Est prima e dopo il conflitto attuale.
Quella ucraina è dunque una guerra nazionale che ha alle spalle una guerra interetnica e, attorno, coordinate internazionali ben diverse da quelle dell’Italia del 1943-45, quando una minoranza di collaborazionisti, all’ombra dei nazisti, era osteggiata dalla Resistenza, mentre la stragrande maggioranza del popolo italiano attendeva la liberazione.
Ecco perché non si possono sovrapporre la Resistenza e la guerra in Ucraina. Perché la seconda è storicamente ed etnicamente divisa da secoli, pur nella comune origine slavo-vichinga della Rus’, poi emigrata sulla Moscova per sfuggire all’Orda mongola degli eredi di Gengis Khan nel XIII secolo.
Ecco, allora, due popoli in uno — quello ucraino e quello russo — divisi dall’invasione mongola e tartara e tornati a dividersi dopo l’Urss, in seguito a un paio di decenni di convivenza nella nuova Ucraina post-sovietica.
Come si capisce, sono questioni ataviche che non si possono soffocare nello schemino «aggressore-aggredito». Questioni riaccese dal dopo 1989, nel quadro di un nuovo disordine mondiale privo di cooperazione e coesistenza pacifica. E con gravi corresponsabilità occidentali per non avere voluto trovare una composizione con la Russia rinata, nel segno della cooperazione e dell’interdipendenza tra aree, che esigerebbero anche zone neutrali e cuscinetto tra le potenze.
Di qui, pertanto, è giusto ripartire, ma senza regolamenti di conti e strappi, come è accaduto con l’inclusione di fatto dell’Ucraina nella NATO. Proprio per questo, l’appello di Virginia Libero, nella sua immediatezza vitale, è un caveat che riguarda tutti noi.
È un invito a chiamarsi fuori dal manicheismo della guerra di civiltà tra continenti, culture e sistemi e a conciliare, giustamente, il diritto nazionale dei popoli e la pace tra di essi, prima di tutto. È un invito a disertare il fanatismo di un metodo di espansione e contrapposizione che ha evocato un altro fanatismo e ossessioni contrapposte.
È una voce che allude a un metodo diverso da quello seguito fin qui e che è doveroso ascoltare, senza certi riflessi tribali che abbiamo visto all’opera.
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