Vincenzo Paglia, la vecchiaia che genera futuro
In L’età grande, Paglia rivendica i diritti degli anziani e chiede una rivoluzione culturale: assistenza, autonomia e legami tra le generazioni.

ANSA
Gli anziani del nostro paese hanno un ottimo paladino: Mons. Vincenzo Paglia. Anzi, don Vincenzo. Così tutti lo chiamano da sempre. Da anni Paglia ci invita a riformulare la dimensione antropologica della vecchiaia, quale componente “vitale” dell’intera comunità umana. È evidentemente una questione di giustizia, di riconoscenza, di responsabilità, di amore. Ma anche un pungolo — ha giustamente osservato Pierangelo Sequeri — a porre rimedio ad una distorta comprensione della vita come semplice durata che si consuma.
Appartengo — come tanti in Italia — alla prima generazione della nuova vecchiaia di massa, quella dei baby boomers. Per la prima volta nella storia ci troviamo di fronte a una popolazione anziana di massa, sulla quale non c’è alcun pensiero né politico, né economico, né giuridico, né culturale, né spirituale. Prendendo spunto dall’odierna evidenza della longevità come fenomeno di massa, Vincenzo Paglia invita soprattutto questa fascia di cittadini — soprattutto con il suo volume, L’età da inventare. La vecchiaia fra memoria ed eternità (Piemme 2021, pagine 240, euro 17,50) — ad assumersi la responsabilità di “inventare la vecchiaia”, «assumendola come un compito personale: “la mia vecchiaia”». Questa generazione, cresciuta assieme alla realizzazione di promesse di una vita lunga e in particolar modo in buona salute, ha avuto il privilegio di conoscere il rovesciamento delle età della vita.
Le conquiste scientifiche, una sanità più progredita, un’assistenza più diffusa, una vita sociale più solidale e comunque meglio organizzata, il miglioramento delle condizioni igieniche e l’accesso a risorse alimentari sufficienti e diversificate hanno favorito — almeno in Occidente e nel mondo industrializzato — «lo sviluppo di tre grandi fenomeni demografici fino ad allora inediti nella storia umana: lo spostamento più in là della morte tra gli adulti — a parte l’ecatombe della Prima e della Seconda guerra mondiale —, la diminuzione della mortalità infantile (tra gli zero e i dieci anni) e di quella delle mamme partorienti. Si tratta di processi che hanno continuato a consolidarsi, così che l’umanità ha letteralmente cambiato volto».
A differenza dei nostri nonni siamo destinati ad avere 30 anni in più da vivere. Il XXI secolo è considerato il secolo della vecchiaia. Gli anziani sono considerevolmente aumentati di numero: in soli cento anni (dal 1900 al 2000) gli abitanti dei Paesi occidentali — ma presto sarà così anche negli altri — hanno guadagnato trent’anni di speranza di vita in più alla nascita: tre mesi in più ogni anno, un anno ogni quattro. Lo ricorda spesso Vincenzo Paglia: «la crescita del numero degli anziani non è un declino: è una grande conquista. Entro il 2050 gli anziani arriveranno a due miliardi, il 22% della popolazione mondiale».
In quasi tutti i Paesi Ocse l’aspettativa di vita a 65 anni è arrivata a 20 anni o più, e in molti casi tra i 25 e i 30 anni per le donne, il che significa che milioni di persone restano potenzialmente attive per decenni dopo il pensionamento formale. Avere alcuni decenni in più di vita — avverte Paglia — «comporta notevoli conseguenze sul modo stesso di concepire la propria esistenza, i propri giorni, i propri progetti. Spostare in avanti la propria morte comporta notevoli conseguenze». La longevità — sottolinea Paglia — non è una semplice aggiunta temporale; essa modifica profondamente il nostro rapporto con l’esistenza.
Eppure, l’allungamento della vita sembra un effetto non gradito nella nostra società. Osserva Paglia: «non solo una lunga vita non è considerata una benedizione, ma viene ritenuta un naufragio. Come se gli anziani togliessero spazio alle giovani generazioni; aumentassero la spesa per la salute perché disabili; non stessero al passo con i tempi. Insomma, un peso troppo alto per una società impoverita! Che irresponsabilità! Da una parte l’invecchiamento è un successo della società, dall’altra lo si rifiuta».
Nei giorni scorsi è uscito l’ultimo volume di Vincenzo Paglia L’età grande. I diritti degli anziani e i doveri della società (Piemme 2026, pagine 272, euro 18,50) con il quale l’autore sollecita nuovamente un cambiamento di paradigma che ha i tratti di una vera e propria rivoluzione culturale. È indispensabile cambiare l’idea sulla vecchiaia che purtroppo continua ad essere intesa come un naufragio, un tristissimo tramonto. Un’età che non ha contenuti speciali da offrire, né significati propri da vivere. In altri termini, c’è bisogno di un supplemento di pensiero, di uno scatto morale, di una nuova cultura politica sulla vecchiaia e di una rinnovata riflessione anche religiosa perché si disegni una società rispettosa della “terza età” e delle altre stagioni della vita. Tutti, quasi tutti, diventeremo anziani — ricorda Paglia — ed «è nostra responsabilità costruirci un futuro diverso. Una cultura dello scarto, come la chiamava papa Francesco, non fa male solo agli anziani; essa danneggia gravemente da tutti i punti di vista (sociale, economico, lavorativo) l’intera società. Non possiamo non tener conto delle esigenze di quel quarto di cittadini che ormai gli anziani rappresentano nei Paesi più invecchiati, come Italia e Giappone».
Le tendenze demografiche mostrano infatti che anche il resto del mondo si muove in quella direzione ed è davvero il caso di dire che siamo tutti sulla stessa barca. Abbiamo liberato i bambini e i disabili, abbiamo combattuto il razzismo e l’apartheid, la Shoah e le segregazioni per razza, religione ed etnia. Oggi dobbiamo liberare gli anziani dal ghetto culturale, antropologico, politico e sociale in cui li abbiamo rinchiusi: un’età da scartare. La “cultura dello scarto” non colpisce solo chi è più debole: «inaridisce il cuore di tutti, rende più povera la democrazia, rompe i legami tra le generazioni, fa crescere solitudini e paure che prima o poi ci raggiungono personalmente».
Davanti a noi si delinea come un “nuovo continente”, ha sottolineato alcuni anni fa con efficacia lo storico Andrea Riccardi: «Oggi non ci sono più continenti da scoprire… ma nuovi mondi emergono dentro il nostro mondo. Gli anziani sono il futuro del mondo: è ormai una convinzione generalizzata. Ma è meno chiaro come gli anziani condizioneranno il nostro avvenire e quale significato assumerà la loro presenza, così cospicua. È un continente umano da esplorare». Un continente che deve comunque essere ancora scoperto nella sua vastità. È una “terra incognita”: che fare di questi trent’anni di vita in più che ci piovono addosso inaspettatamente? Il libro di Paglia viene in nostro aiuto: è su questo una miniera di suggestioni e di riflessioni, di cui è difficile dar conto in poche battute. Al lettore l’opportunità di scoprirle e farle proprie.
Intanto, il pianeta degli anziani va difeso. Una questione di giustizia dicevamo. Con la pandemia, gli anziani sono stati le prime vittime, specie negli istituti. La pandemia «ha solo accentuato problemi che già esistevano, e che continuano a permanere: solitudine, isolamento, contenzione, mancanza di rispetto sono emersi con più forza nell’emergenza, ma fanno ormai tragicamente parte di una routine quotidiana, come purtroppo denunce, report e ispezioni portano alla luce a livello internazionale, quasi ovunque». Viviamo in un sistema totalmente sbilanciato verso le cure residenziali, case di riposo e Rsa, che peraltro riescono ad assistere poche centinaia di migliaia di disabili, mentre l’orizzonte epidemiologico di anziani con problemi di mobilità, di perdita delle capacità di svolgere attività della vita quotidiana, di barriere architettoniche, sono milioni! E vivono tutti a casa.
Nel 2020 il ministro della salute Roberto Speranza incaricò Paglia di formare e presiedere la Commissione per la riforma dell’assistenza sanitaria e sociosanitaria della popolazione anziana. Tra i primi interventi ci fu il rapporto L’abitazione come luogo di cura degli anziani che capovolge l’assistenza agli anziani, facendo centro sulla casa e investendo risorse sull’assistenza domiciliare, marginalizzando l’istituto. La Commissione propose la realizzazione di un continuum assistenziale che prevede un equilibrio fra diversi approcci: quello territoriale diffuso, l’assistenza domiciliare, i centri diurni e le Rsa con funzioni nuove dentro il sistema, soprattutto per quel che riguarda le cure intermedie, il post acuzie, di cui si avverte un gran bisogno. Accanto a questo, l’assistenza agli anziani certamente rappresenta una grande occasione per ripensare il nostro tessuto urbano e sociale, ad esempio con incentivi importanti al co-housing ed alle riqualificazioni per l’eliminazione delle barriere architettoniche e la creazione di centri diurni su beni già esistenti.
Inoltre, fu redatta la Carta dei diritti degli anziani e dei doveri della società. Nelle intenzioni della commissione, la Carta doveva anzitutto rivelare un vuoto: «veniva alla ribalta la vulnerabilità degli anziani che erano senza difesa, che subivano un grave e ingiustificabile ritardo di protezione rispetto ad altre fasce di popolazione, come quella dei bambini, riconosciuta dalla Convenzione delle Nazioni Unite nel 1989 e quella dei disabili, affermatasi sempre in ambito Onu nel 2006. Ma soprattutto la Carta avviava una nuova consapevolezza circa i diritti che gli anziani hanno, con i conseguenti doveri della società verso di loro». Questa Carta rappresenta un’analisi dettagliata, rigorosa e per certi versi “scientifica” dei dolori, delle domande, ma anche delle risorse e delle possibili alternative che accompagnano ognuno di noi nel sentiero del tempo che ci conduce al limitare dei nostri giorni. Il lettore, attraverso queste pagine, può scoprire «l’itinerario umano che lo attende nel trascorrere degli anni, ne prendesse coscienza con tutta la meraviglia e lo stupore che io stesso ancora provo pensando alle peculiarità della vecchiaia».
I lavori di questa Commissione hanno anche dato vita alla legge 33/2023, che tra i principi e criteri direttivi prevede la «promozione di nuove forme di domiciliarità e di coabitazione solidale domiciliare per le persone anziane (senior cohousing) e di coabitazione intergenerazionale, in particolare con i giovani in condizioni svantaggiate», anche tramite rigenerazione urbana e riuso del patrimonio costruito; interventi per contrastare solitudine sociale e deprivazione relazionale mediante attività di ascolto, supporto alla socializzazione, coinvolgimento del Terzo settore, volontariato e servizio civile. Questo significa che la legge non solo “tollera” le convivenze solidali, ma le assume come strumento di politica pubblica, funzionale a inclusione, invecchiamento attivo e coesione sociale.
Questo libro, con la sua Carta (insieme ad un prezioso glossario dei termini principali e una Raccolta dei documenti sui diritti della persona anziana), ci chiede dunque una vera rivoluzione culturale e di cuore: passare dallo sguardo che teme la vecchiaia a quello che la riconosce come “età grande”, stagione ancora capace di generare futuro. Non basteranno leggi e servizi, pur necessari, se non cambierà il nostro modo di guardare l’anziano: non più problema da spostare ai margini, ma centro di una nuova alleanza tra generazioni, pietra d’angolo di una società che vuole restare umana. In ogni nonno, in ogni anziana curva, nel malato che non può più uscire di casa, «è nascosto un tesoro che riguarda anche noi: la prova che la vita resta degna fino all’ultimo respiro, che nessuno è mai “di troppo”, che persino la debolezza può diventare forza di legame, mitezza che riconcilia, pazienza che educa. Se impariamo a stare accanto agli anziani, a custodirli, a farli partecipare alle scelte, a lasciarci guidare dalla loro esperienza, non stiamo solo “aiutando” qualcuno: stiamo imparando come vorremmo essere guardati e trattati anche noi, quando il tempo ci avrà resi più fragili».
Occorre concepire la vecchiaia come un’“età grande” in cui la fragilità convive con enormi potenzialità, con la possibilità di contribuire ancora molto alla vita civile e sociale. Da questa prospettiva emerge la necessità di riconoscere i diritti fondamentali della persona anziana, in tutta analogia a quella che tutela la vita del bambino. Ciò richiede l’identificazione anche degli obblighi che ogni società e ogni Paese deve assumere in vista dell’interesse superiore della vita dell’anziano in condizioni di dignità e inclusione. Paglia si sofferma, in particolar modo, sul diritto dell’anziano di determinarsi in maniera indipendente, libera, informata e consapevole con riferimento alle scelte di vita e alle decisioni principali che lo riguardano; «il dovere dei familiari e di quanti interagiscono con la persona anziana di fornirgli, in ragione delle sue condizioni fisiche e cognitive, tutte le informazioni e conoscenze necessarie per un’autodeterminazione libera, piena e consapevole». Si tratta di uno dei più grandi problemi della vita da anziani: la privazione della possibilità di scegliere. Frequentemente nella terza età — in presenza dell’apparente peggioramento delle condizioni di salute e di una nuova fragilità — si ritiene che le persone anziane non abbiano più capacità di decisione autonoma, così come quella di gestione indipendente della propria vita. Spesso senza distinguere una valutazione di dipendenza fisica o cognitiva dalla presunta incapacità decisionale, spesso trasformata in implicita interdizione.
Occorre inoltre, sottolinea Paglia, assicurare l’accesso a un’assistenza responsabile e di qualità: rappresenta un diritto fondamentale della persona. Ciò implica il diritto di concorrere alla definizione dei percorsi di cura, delle tipologie di trattamento e di scegliere le modalità di erogazione dell’assistenza sanitaria e sociosanitaria. In altri termini, «le istituzioni e gli operatori sanitari hanno il dovere di prospettare alla persona anziana tutte le opzioni disponibili per l’erogazione dell’assistenza». La Carta si occupa anche del diritto della persona anziana ad avere una vita di relazione attiva e di vivere con chi desidera, come della protezione economica e sociale nella fragilità della vecchiaia. Delle cure palliative, del controllo del dolore e dell’accompagnamento nel fine vita.
Rispettare i diritti degli anziani descritti negli articoli della Carta non è un lusso “umanitario” — una cosa da “buonisti” — che il sistema economico sopporta a fatica, ma una delle condizioni decisive per la sostenibilità fiscale e sociale dell’invecchiamento demografico. Non è un’illusione utopistica, né realismo umanitario, ma un dovere morale, etico. L’idea che la vecchiaia sia un lungo “riposo forzato”, un tempo di mera assistenza, in realtà «produce sprechi enormi di capitale umano, costi sanitari evitabili e mancati benefici per famiglie, città ed economie». Gli anziani vanno, pertanto, considerati come motore di valore: lavorano quando possono, curano figli e nipoti, trasferiscono reddito e patrimonio, tengono insieme famiglie e comunità. In una società che sappia valorizzarli così, «la vecchiaia non è un capitolo passivo del bilancio pubblico, ma una stagione in cui il capitale umano e sociale accumulato in una vita intera continua a generare benessere per tutti».
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