Venture capital, l’Italia cresce ma continua a perdere le sue startup
Gli investimenti aumentano e superano 1,5 miliardi, ma mancano fondi, IPO e capitali pazienti: così le aziende innovative finiscono sempre più spesso all’estero.

ANSA
Il venture capital italiano – ossia gli investimenti in società non quotate ad alto potenziale di crescita - ha finalmente imparato a correre. Tuttavia, seppur orgogliosi di questo importante traguardo per le startup italiane, non si può fare a meno di notare che la pista su cui si corre è ancora molto corta e non permette i saliti di qualità che sono indispensabili per le nostre imprese.
Nel 2025 l’Italia ha superato per il quinto anno consecutivo il miliardo di euro investito in venture capital: circa 1,5 miliardi, con una crescita annua superiore al 30%. Numeri che, in qualsiasi altro contesto, sarebbero celebrati come l’inizio di una nuova stagione industriale. E invece raccontano soprattutto un ritardo strutturale del nostro paese rispetto ai nostri competitor europei. L’Italia rappresenta infatti appena il 3% del venture capital europeo. La Francia vale circa il 22%, il Regno Unito oltre il 30%. Tradotto in investimenti pro-capite, il divario è ancora più evidente: circa 25 euro per abitante in Italia, contro i 95 francesi e oltre 260 britannici. Il mercato italiano cresce, è vero, ma parte da una base talmente ridotta che il recupero resta lentissimo.
Il problema, però, non è solo quantitativo. È soprattutto qualitativo. L’Italia riesce sempre più spesso a creare startup interessanti ma fatica enormemente a trasformarle in grandi aziende. Nel 2024 non c’è stata nemmeno una IPO di startup venture-backed italiana. La Francia ne ha registrate cinque, il Regno Unito dieci. Dietro questo dato c’è il vero nodo del capitalismo tecnologico italiano: manca un mercato finanziario domestico capace di accompagnare una startup dalla fase iniziale alla maturità. Quando una startup italiana raggiunge valutazioni importanti — 100, 300, 500 milioni — raramente trova in Italia un compratore industriale disposto a fare il salto. E quasi mai trova una Borsa tecnologica sufficientemente liquida e credibile per quotarsi. Così accade sempre la stessa cosa: arriva un grande investitore straniero oppure direttamente un’acquisizione estera (con i fondi americani che guidano i round più grandi). La proprietà intellettuale, i manager senior, parte della ricerca e spesso anche il centro decisionale finiscono fuori dal Paese.
Eppure, l’ecosistema iniziale non è inesistente. Negli ultimi anni sono cresciuti business angel, piccoli fondi seed, acceleratori, incubatori universitari e iniziative come Vento, il fondo nato attorno all’esperienza di Exor Ventures e del network Italian Tech Week, che ha cercato di costruire una nuova cultura del venture capital italiano.
Il problema vero emerge però nella fase successiva. Una startup che vuole diventare globale non ha bisogno di 500 mila euro. Ha bisogno di round da 20, 30, 50, 100 milioni. Ed è qui che il sistema italiano si spezza. La taglia media di un fondo venture capital europeo è circa la metà di quella americana. In Italia il dato è ancora inferiore. Di conseguenza, quasi ogni grande round italiano sopra i 20 milioni include almeno un investitore internazionale come lead investor.
Questo squilibrio non dipende soltanto dalla debolezza del settore privato. Dipende, in parte, anche dalla struttura del risparmio italiano. In Francia e nel Regno Unito, i fondi pensione e le assicurazioni investono quote rilevanti nel venture capital. In Italia non accade. La ragione è strutturale: il sistema pensionistico italiano è prevalentemente a ripartizione; quindi, accumula meno grandi patrimoni investibili rispetto ai sistemi anglosassoni o francesi. Inoltre, la cultura finanziaria italiana è storicamente orientata verso strumenti percepiti come sicuri: titoli di Stato, obbligazioni, asset a basso rischio. Anche la Francia fino a qualche anno fa si trovava in una situazione non dissimile.
Così, nel 2019, commissionò a Philippe Tibi un piano per convogliare il risparmio istituzionale verso il finanziamento delle startup tecnologiche francesi. Il risultato fu la mobilitazione di miliardi di capitale pubblico-privato e la crescita di un ecosistema capace di trattenere aziende innovative più a lungo all’interno del sistema economico nazionale.
Mario Draghi lo ha detto chiaramente nei suoi interventi sulla competitività europea: senza grandi investitori istituzionali disposti a finanziare il rischio tecnologico, l’Europa continuerà a produrre innovazione che poi verrà scalata da altri. Per questo la Legge Concorrenza 2024 è stata accolta con entusiasmo dagli operatori del settore. Il piano prevedeva un aumento progressivo degli investimenti dei fondi pensione nel venture capital: 3% nel 2025, 5% nel 2026, fino al 10% nel 2027. Se applicato stabilmente, il meccanismo potrebbe mobilitare diversi miliardi di euro e attirare ulteriori co-investimenti privati.
Ma qui emerge il problema più italiano di tutti: l’instabilità normativa. Il venture capital vive su orizzonti temporali lunghi. Un fondo investe oggi aspettandosi ritorni tra 7 o 10 anni. Se regole fiscali, definizioni di startup innovativa, incentivi e obblighi cambiano continuamente, nessun grande investitore istituzionale può costruire una strategia coerente.
C’è poi un altro elemento quasi mai discusso: il comportamento delle grandi aziende italiane. Gruppi come Eni, Enel o Intesa Sanpaolo hanno creato strutture dedicate all’innovazione, incubatori, fondi corporate venture capital. Ma gli investimenti restano modesti rispetto agli standard internazionali e raramente si trasformano in acquisizioni strategiche di grande dimensione. Nel febbraio 2026, per esempio, Eni Next ha investito circa mezzo milione di euro in una startup italiana dedicata alla gestione dei rifiuti industriali. È un segnale certamente positivo. Ma basta confrontarlo con i round deeptech europei — spesso tra 20 e 50 milioni — per capire la scala del divario. Le grandi aziende italiane tendono a percepire l’innovazione radicale come una minaccia più che come un’opportunità. Una startup che sviluppa tecnologie energetiche disruptive può mettere in discussione asset esistenti, gerarchie interne, modelli consolidati. In sistemi manageriali molto burocratizzati, l’incentivo naturale è rallentare il cambiamento, non accelerarlo. Nel frattempo, i grandi fondi americani o asiatici ragionano in modo opposto: se una tecnologia può distruggere un mercato o mettere in crisi un business model, preferiscono comprarla prima che lo faccia qualcun altro e creare un vantaggio competitivo.
Esiste poi un problema fiscale apparentemente tecnico ma decisivo: le stock option. Nelle startup innovative, soprattutto nelle fasi iniziali, i talenti vengono attratti non solo con stipendi ma con partecipazioni societarie. In Italia, però, le stock option vengono spesso tassate come reddito da lavoro già al momento dell’esercizio, anche se il dipendente non ha ancora monetizzato nulla. In Francia o nel Regno Unito, invece, la tassazione arriva prevalentemente al momento della vendita effettiva delle azioni. La differenza cambia completamente l’incentivo. Un ingegnere molto qualificato che deve scegliere tra una startup italiana rischiosa e una grande azienda stabile vede oggi un rapporto rischio-rendimento spesso poco conveniente.
E qui emerge un paradosso storico interessante. La Silicon Valley — spesso raccontata come il trionfo assoluto del libero mercato made in USA — è nata grazie a enormi investimenti pubblici americani. Internet nasce dai finanziamenti del Dipartimento della Difesa con ARPANET, i semiconduttori vengono sostenuti dalla spesa militare della Guerra Fredda, la NASA crea domanda tecnologica avanzata e Stanford cresce grazie ai contratti federali. Persino molte tecnologie alla base dell’iPhone — GPS, touchscreen, microprocessori miniaturizzati — derivano da decenni di ricerca pubblica finanziata dallo Stato americano. La Silicon Valley non è nata “senza Stato ma è nata con uno Stato che ha accettato di assumersi il rischio iniziale che il capitale privato non voleva prendere. L’Italia ha dunque finalmente imparato a creare startup. Ora deve dimostrare di saperle far crescere senza perderle lungo la strada. Perché il vero fallimento non è non innovare ma continuare a regalare ad altri il valore delle proprie innovazioni e per evitare ciò anche lo Stato è chiamato a fare la sua parte.
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