Venezia 83. Il cinema e le parole: presentati i film di McDonagh e Amelio

Wild Horse Nine affida tutto alla potenza dei dialoghi, Nessun dolore al silenzio e alle immagini. Due film diversissimi, uniti dallo sguardo sull’uomo, sulla morte e sulla possibilità di fare la cosa giusta.

Mario SestiBattaglia delle Idee
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Archivio Rinascita

Prima di diventare un autore di cinema affermato a livello internazionale, soprattutto con Tre manifesti a Ebbing Missouri, film premio oscar, Martin McDonagh era già un affermato drammaturgo di tendenza nel teatro di lingua inglese per delle piece dai dialoghi affilati, ritmo e violenza. Un mix che aveva fatto tirare in ballo Tarantino e il suo virtuosismo fatto di scambi torrenziali di battute e schizzi di sangue, dialoghi biblici, decostruzioni pop e gangster. Wild Horse Nine, che vive soprattutto delle schermaglie verbali e delle strategie manipolatorie, e grottesche, di un gruppo di agenti della CIA in Cile nel 1973 al lavoro per preparare il golpe che vedrà la morte di Allende e l’avvento di Pinochet e la morte e la tortura di milioni di oppositori, mostra forse più degli altri suoi film questa indubbia dotazione di talento.

Il film, in concorso, non è mai a corto di trovate con le quali sorprendere lo spettatore, mettere in ridicolo o in impaccio un personaggio, svelare improvvisamente un retroscena. La sala a Venezia ha riso di gusto (e io con lei). Inizia con John Malkovich, in una delle sue prove più strepitose, che lavora per la CIA da una vita e ne ha combinate di tutti i colori, dai tempi di Dallas e del Vietnam: vuole scrivere la sua autobiografia per raccontarle (anche se ha una memoria da alzheimer) e se ne va in giro per il Cile senza aver paura di raccontare a chiunque che a settembre faranno fuori Pinochet, mentre il suo collega, e amico, Sam Rockwell, cerca di mettere delle pezze qua e là e i suoi superiori sono comprensibilmente preoccupati che lo faccia sul serio, di mettere tutto per iscritto. Ma la vera storia, come si apprende quasi da subito, è che al primo restano pochi mesi di vita e per questo ha chiesto al secondo di accompagnarlo in una gita all’Isola di Pasqua perchè possa praticargli l’eutanasia di un colpo alla tempia. Lui non intende farlo. Perché è cattolico.

Mc Donagh è vissuto a lungo in Irlanda, dove è ambientato l’ultimo film mostrato a Venezia (Gli spiriti dell’isola), ma queste isole del pacifico in cui le famose facce monumentali campeggiano nell’inquadratura non meno di cavalli e scogliere, la ricordano molto. Il film è spassoso, recitato da adorabili specialisti dello sguardo e della pausa, oltre che della reattività nella battuta (comprimari anche Steve Bushemi e Tom Waits, quest’ultimo in un cameo fordiano, con lo sfondo della Monument Valley). È anche sornionamente satirico e pessimista: fin quando ci saranno generali e bambini che vogliono fare i soldati, il mondo non cambierà mai, dice Malkovich accompagnato dal suo impassibile strabismo. Anche se, come lo spettatore un po’ sospetta, alla fine sarà proprio il più cinico a fare la cosa giusta.

Mc Donagh usa le parole come la mano destra di un bluesman le tastiere: con una disinvoltura e uno humour, con anticipi, sincopi e rubati che rendono i dialoghi il vero motore che incalza il film e modella battuta dopo battuta i tratti dei personaggi. Gianni Amelio, fuori concorso, con Nessun dolore, riduce le parole ad un suono d’ambiente, a tracce reticenti, calcificate e scolorite. Passa quasi l’intero film, prima che Alessadro Borghi, libraio di seconda mano a Piazza Risorgimento a Roma, racconti alla professoressa Valeria Golino, con la quale ha intrecciato una occasionale relazione, cosa ha spezzato in due la propria vita. La morte violenta di un bambino, che lui ha provocato incidentalmente dopo che un migrante marocchino gli ha affibbiato per strada il figlio. Passa tutto il film prima che lo spettatore sappia della vita e dell’intimità quotidiana del personaggio della Golino – e per raccontarla Amelio elimina ogni parola.

Questo di Amelio, secondo me, è tra i più bei film dei suoi ultimi. Ha la concentrazione irreale e l’inverosimiglianza di coincidenza e accidenti della fiaba e della parabola. E l’intensità di un canto. In una Roma piovosa e scabra, dove ogni faccia è un paese straniero, non solo quelle dei migranti (che ad un certo punto gli affollano interamente la casa: i sovranisti forse è meglio che si astengano, ci sono momenti che potrebbero provocare loro un’ischemia), Amelio conferma che la dote dei più grandi è quella di ottenere il massimo effetto con poco.

Ci sono immagini che non si dimenticano. Le immagini di una casa dove tutto è stato rubato tranne una cosa. I libri: che coprono l’intero pavimento come un mosaico. La Golino e Borghi che si abbracciano disperatamente, con forza, più per tenerezza che per desiderio. Gli sguardi del tecnico dell’obitorio Mastandrea (bravissimo) che si prende tempi lunghi e pietosi per scrutare dentro l’anima di Borghi che ha occhi spalancati ed un’asma psicosomatica da manuale. A proposito del cinema di Amelio mi è già capitato altrove di citare una frase di Lacan il quale, da qualche parte, dice che c’è una domanda che può riassumere tutta l’opera di Freud: “Che cosa è un padre?”. Io credo che potrebbe essere messa in esergo anche di tutta la filmografia di Amelio, compreso quest’ultimo film, pieno di crepuscolo e trepidazione, che racconta di un aspirante ladro di un bambino che non c’è più.

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