Vasco è Vasco: come nasce e si alimenta un mito contemporaneo

Da Vita spericolata agli stadi, un viaggio nei meccanismi culturali, mediatici e collettivi che hanno trasformato Vasco Rossi in un simbolo senza tempo.

Alice FrancesconiBattaglia delle Idee
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ANSA

Chiedete a un fan di definire Vasco Rossi e otterrete quasi sempre la stessa risposta, in due varianti: “è un mito”, oppure, in forma ancora più radicale “Vasco è Vasco”. Non una definizione ma una tautologia: una proposizione che non spiega l'oggetto ma lo istituisce come tale, chiudendo il discorso invece di aprirlo. Cosa ci raccontano queste risposte e perché nessuno, dopo quasi cinquant'anni di carriera dell'artista, sente il bisogno di aggiungere altro? Il mio lavoro nasce proprio da questo quesito. L’ipotesi è che Vasco Rossi non sia soltanto un cantautore, (o almeno, non più soltanto quello), ma un vero e proprio mito contemporaneo, intendendo per mito una forma culturale in grado di produrre significati collettivi. Dire che “Vasco è un mito” equivale a dire che “Vasco è Vasco”, poiché il mito è esso stesso un fenomeno tautologico, che si alimenta tramite sé e che si impone come naturale.

A parlare di “miti” è stato soprattutto Roland Barthes, semiologo francese che negli anni Cinquanta ha teorizzato il mito come un secondo livello di significazione: un segno già completo — nel nostro caso l'artista, con la sua voce, il suo corpo, la sua biografia — che viene "svuotato" del significato originario e riempito di un nuovo senso, più ampio e apparentemente naturale. Applicato a Vasco, questo significa che il cantante non è più soltanto un musicista: è diventato il simbolo collettivo di valori come la libertà, la trasgressione, l’autenticità o il rifiuto delle regole (…). E la forza del mito, scriveva Barthes, sta proprio nel presentarsi come ovvio, spontaneo, "naturale", quando in realtà è il prodotto di un lungo processo culturale.

Un “mondo vaschiano”

Tutti noi, anche chi di Vasco non ne vuol proprio sentir parlare, facciamo parte di un “mondo vaschiano”. I miti non si limitano a raccontare il mondo: anche quando sembrano farlo in realtà quel mondo lo fondano, lo creano. Un esempio utile è il film La dolce vita di Federico Fellini, spesso narrato come uno spaccato della Roma degli anni Sessanta, anche se girato nel 1959. Questa credenza comune ci racconta come il film abbia contribuito a creare quella realtà. La società ha iniziato a modellare la propria verità in base al film, non è il film che ha raccontato una realtà che già c'era.

Per arrivare a parlare di Vasco è necessario chiedersi perché la musica riesca a produrre un'adesione così forte da diventare, in certi casi, materia mitologica. Le neuroscienze cognitive offrono qui un contributo interessante: il semplice ascolto di un ritmo attiva le stesse aree cerebrali coinvolte nel controllo del movimento — cervelletto, gangli della base, corteccia premotoria — anche quando non c'è alcun movimento reale. Il cervello, in sostanza, tratta la musica come se stesse preparando un'azione, anche da seduti. È un dettaglio tutt'altro che accessorio: è quel legame diretto tra udito e movimento a rendere possibile l'allineamento temporale tra le persone, la coesione fisica di uno stadio che canta insieme. Ciò che sul piano sociale osserviamo come rito collettivo si appoggia, sul piano neurobiologico, a meccanismi predittivi e motori che rendono naturale l'aggregazione attorno al suono. Non basta, da solo, a spiegare un mito — ma pone le condizioni strutturali perché un fenomeno musicale possa diventarlo.

Ecco perché, quando penso a uno stadio che canta all'unisono, non ci vedo soltanto entusiasmo o affezione: ci vedo un meccanismo che precede persino la volontà di chi canta. Prima ancora di scegliere di essere lì, il corpo ha già risposto al ritmo. Il mito, per attecchire, ha bisogno esattamente di questo terreno predisposto.

Il paradosso del rock e la sua industria

C'è un secondo elemento che mi sembra fondamentale per capire Vasco, ed è un paradosso che riguarda tutta la musica rock. Fin dalle sue origini il rock si definisce come linguaggio della trasgressione, come rottura rispetto alle norme dominanti — eppure quella stessa trasgressione si sviluppa da subito dentro le logiche dell'industria discografica, che la assorbe e la trasforma in prodotto. Non è ipocrisia, ed è importante dirlo con chiarezza: è la condizione strutturale di un intero genere musicale, che nasce critico verso il sistema e finisce per diventarne integrato. Il critico Mark Fisher, parlando di Kurt Cobain, disse che il cantante dei Nirvana era perfettamente consapevole che su MTV nulla funzionasse meglio della protesta contro MTV. Vale anche per Vasco, in parte: ha costruito la sua icona sugli stessi paradossi di moltissime altre rockstar. Ma nel panorama della musica popolare italiana la sua posizione è specifica, quasi unica, perché ha costruito il proprio successo azzerando ogni distanza tra la rockstar e l'uomo.

Questo è, credo, un punto decisivo per capire perché il suo mito non si sia mai davvero incrinato: Vasco non ha mai fatto finta di essere altro da sé. E quando qualcuno prova ad accusarlo di essere diventato “sistema”, lui stesso ricorda al pubblico — quasi a ogni concerto — “se ce l'ho fatta io, ce la potete fare tutti”, come per smentire dall'interno la distanza che il suo stesso status di mito ha creato. È un cortocircuito continuo tra l'essere leggenda e il proclamarsi “uno di voi”, e forse è proprio in questo cortocircuito che il mito si rigenera ogni volta.

La rottura originaria

Ogni mito ha un momento di nascita e quello di Vasco Rossi si colloca con precisione nei primi anni Ottanta. La sua prima apparizione televisiva, nel 1980 a Domenica In — condotta allora da Pippo Baudo — con l’esecuzione del brano Sensazioni forti, scatenò reazioni durissime da parte della stampa. Il giornalista Nantas Salvalaggio arrivò a descriverlo, sul settimanale Oggi, come un «ebete piuttosto bruttino», accusandolo di veicolare un messaggio «abbietto». La madre di Vasco rispose con una lettera che è diventata, nel tempo, quasi altrettanto celebre dell'articolo che l'aveva provocata. Vasco stesso, due anni dopo, portò idealmente Salvalaggio sul palco del festival di Sanremo, in Vado al massimo, con il verso: «meglio rischiare, che diventare come quel tale, quel tale, che scrive sul giornale».

Quello scontro — insieme all'esibizione di Vita spericolata al festival dell'anno successivo — è il nucleo generativo del mito: la rottura simbolica di un «bifolco provinciale» capace di incarnare un'intera generazione che non si riconosceva nei codici della comunicazione ufficiale.

Quella rottura, però, non nasce nel vuoto: affonda in una trasformazione sociale più larga, che riguarda l'intero sistema musicale italiano tra gli anni Ottanta e Novanta. È il periodo in cui la diffusione dei mass media audiovisivi — con la nascita di MTV nel 1981, l'emittente che ha imposto il videoclip come linguaggio — ridefinisce il rapporto tra artista, opera e pubblico, accentuando il carattere spettacolare della musica popolare. In Italia, dopo il declino della scena "progressiva" degli anni Settanta e il crescente successo dei cantautori, il rock torna alla ribalta soprattutto grazie ai cantanti e ai gruppi rock che, come Vasco, riescono a mettere in sintonia rock e canzone d'autore.

Trovo che l'aneddoto della lettera della madre di Vasco resti ancora oggi il punto più umano di tutta questa storia. Non è retorica di parte: è la prova che dietro l'icona che stiamo per raccontare c'è sempre stato, prima di ogni cosa, un ragazzo di Zocca, con una famiglia, un padre camionista, una madre che lo difendeva. Il mito, quando funziona davvero, non cancella mai del tutto quella radice, ma la trasforma in materiale narrativo.

Quando il mito anticipa il presente

C'è un aspetto della produzione vaschiana che meriterebbe più attenzione di quanta gliene venga dedicata: la sua capacità di dare forma, con largo anticipo, a disagi e alle sensazioni che il discorso pubblico non sapeva ancora nominare. Il caso più netto è Jenny è pazza, scritta nel 1977, tre anni prima che il termine "disturbo depressivo maggiore" entrasse ufficialmente nei manuali diagnostici. Vasco ha più volte raccontato — anche in occasione della giornata mondiale della salute mentale del 2025 — che quella canzone parlava in realtà di sé stesso, del suo «diciannovesimo esaurimento nervoso». Il brano non offre diagnosi né soluzioni: si limita a raccontare una ragazza che «non vuol più parlare», che «vorrebbe soltanto dormire», e a difenderla dal giudizio collettivo che la riduce a «pazza». È un meccanismo che si ritrova in tutta la sua scrittura successiva, fatta di frasi sospese e di vuoti lasciati apposta, perché sia l'ascoltatore a riempirli con la propria esperienza.

È un meccanismo che può essere riconosciuto anche altrove nella sua discografia: penso a un brano come Toffee, che lui stesso ha definito un tentativo di raccontare qualcosa senza raccontarlo, puntando sul minimalismo assoluto. Dire il meno possibile, e lasciare che sia chi ascolta a completare il senso con la propria vita. Non è un caso che funzioni: è esattamente il meccanismo attraverso cui un'esperienza privata diventa, canzone dopo canzone, patrimonio collettivo.

C'è poi un ultimo tassello che riguarda il tempo, e che considero tra i più affascinanti di tutta la sua scrittura: nelle canzoni di Vasco il futuro viene spesso immaginato come se fosse già trascorso, già ricordo, già nostalgia — pensiamo a Vita spericolata, dove il "ci troveremo" suona già come un rimpianto prima ancora di essersi realizzato. È una temporalità sospesa, che rende ogni promessa di felicità già venata di malinconia. Forse è anche per questo che le sue canzoni non invecchiano: non appartengono mai davvero a un solo momento storico, perché il tempo, dentro di esse, non scorre in modo lineare.

Il contatto diretto con la “macchina del mito”

Durante la scrittura dell'elaborato ho avuto modo di entrare in contatto diretto con la gigantesca “macchina del mito” che contribuisce al suo funzionamento e alla sua reiterazione. Il 30 maggio 2026 sono stata allo stadio Romeo Neri di Rimini, non come una spettatrice qualsiasi ma come osservatrice — nel senso più tecnico del termine — della "data zero" del Vasco Live 2026. Quel giorno, tra la sala stampa e il sottopalco, ho potuto vedere con i miei occhi come quel mito venga costruito, ora dopo ora, da centinaia di persone che nessuno nomina mai. Alla conferenza stampa delle 17:30 l'artista ha pronunciato la frase che avrebbe attraversato, quasi identica, decine di testate diverse nelle ore successive: «noi consideriamo la musica, i concerti, le canzoni una forma di resistenza attiva contro l'odio, la violenza e la paura, che sono seminati ad arte ogni giorno da questi sociopatici». Dalla rassegna stampa è stato facile cogliere da subito l'omogeneità dei titoli e dei contenuti degli articoli di giornale: ciò non è il frutto di un accordo tra redazioni, ma la semplice conseguenza di una dichiarazione uscita già pronta dalla conferenza stampa. La macchina comunicativa aveva lavorato a monte, creando i presupposti per veicolare certi valori, e i giornalisti non avevano motivo di discostarsene. È lì che ho capito, sul campo, cosa significhi davvero parlare di un mito che si autoalimenta: non serve una regia occulta, basta che tutti condividano già le stesse premesse.

Il visibile e l'invisibile: i fotografi sottopalco

Poco prima del concerto ho assistito — partecipandovi direttamente, insieme a un'altra collaboratrice dello staff — alla gestione dei fotografi accreditati, ammessi nella zona tra il palco e la prima transenna solo per le prime tre canzoni della scaletta: Vado al massimo, Ormai è tardi e Fegato, fegato spappolato. Dopodiché sono stati accompagnati fuori. È una regola apparentemente tecnica che ha, in realtà, una funzione precisa: definire con esattezza il perimetro entro cui l'immagine dell'artista può essere catturata e diffusa. Il risultato è un corpus fotografico coerente — Vasco nel pieno dell'energia iniziale, nella posa più iconica — che alimenta un immaginario già consolidato. Le immagini "difficili", quelle che mostrerebbero momenti meno controllati, semplicemente non circolano. Il mito si nutre di ciò che viene reso visibile, e questa selezione lo rinforza: gli garantisce coerenza nel tempo. 

Il mito si guarda allo specchio

A concerto concluso, mentre il pubblico defluiva, è stato il momento della prima parte della rassegna stampa, quella che coinvolge i giornali online. È il momento in cui la macchina comunicativa verifica se il frame narrativo desiderato — Vasco icona, il tour come evento collettivo, la musica come atto politico senza bisogno di discorsi — sia stato effettivamente riprodotto. Lo era stato, in modo pressoché uniforme. Mi piace pensare a questo processo come a un cerchio che si chiude e si riapre ogni volta. La conferenza stampa produce le dichiarazioni, le dichiarazioni diventano titoli, i titoli si sedimentano nell'immaginario collettivo e tornano, la volta successiva, a orientare il modo in cui l'artista stesso si racconterà. Non è un sistema statico: è un sistema che si rigenera, aggiungendo ogni volta un piccolo strato in più al mito, senza che nessuno debba forzarlo.

Autenticità e costruzione

Il punto su cui vorrei chiudere è forse il più delicato, ed è anche quello a cui tengo di più: raccontare quali sono i fili che muovono il mito non significa sminuirlo. Vasco Rossi resta, con ogni evidenza, un artista autentico: la sua scrittura nasce da un'urgenza espressiva genuina, da una voce riconoscibile che ha attraversato mezzo secolo senza perdere coerenza. Ma quell'autenticità — ed è qui la parte che l'osservazione sul campo mi ha permesso di verificare — viene amplificata, stabilizzata e resa duratura da un sistema di mediazione altamente sofisticato, fatto di persone che nessuno conosce per nome. Le due dimensioni non si escludono: si co-determinano. Il mito funziona perché al suo centro c'è un artista vero, e quell'artista continua a risuonare nel tempo perché una macchina organizzativa ne garantisce, ogni giorno, la riconoscibilità.

Non è un caso, del resto, che nel 2005 sia stata proprio l'Università IULM di Milano a conferire a Vasco Rossi la laurea honoris causa in Scienze della Comunicazione. È forse la conferma più istituzionale di tutto quello che ho cercato di raccontare in questo lavoro: un artista partito come «bifolco provinciale» sul palco dell'Ariston, arrivato a essere riconosciuto — da un'università, non solo dal suo pubblico — come un caso esemplare di costruzione relazionale e comunicativa.

“Vasco è Vasco” resta, in fondo, la formula più onesta che si possa usare: non spiega niente, e proprio per questo dice tutto. Con questa ricerca ho cercato di “aprire” questa proposizione apparentemente banale e di mostrare tutto ciò che racchiude: il lavoro simbolico, sociale e organizzativo che permette a quel mito di continuare a esistere ancora oggi, attraverso la voce di tutti coloro che, pur inconsapevolmente, partecipano alla sua costruzione quotidiana.

Ho iniziato questo percorso con una domanda che sembrava quasi banale — perché nessuno sente il bisogno di spiegare Vasco? — e ne esco con la convinzione che proprio le domande più semplici, quelle che diamo per scontate perché "si sa già la risposta", siano in realtà le più utili da farsi. Studiare il mito di Vasco Rossi non ha significato, per me, ridurlo a un meccanismo, né tanto meno smontarne il fascino. Ha significato imparare a guardare la cultura popolare — quella che viviamo tutti i giorni, spesso senza accorgercene — con la stessa serietà con cui si guarda qualsiasi altro oggetto di studio. E forse è proprio questo il modo più onesto per raccontare, oggi, perché un uomo di settantaquattro anni continui a riempire gli stadi senza tregua: non spiegandolo del tutto, ma mostrando, un pezzo alla volta, tutto ciò che quella formula tautologica — “Vasco è Vasco” — continua, silenziosamente, a contenere.

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