Vannacci non è folklore: la destra oltre Salvini

Il generale trasforma il consenso in progetto politico, mentre la Lega paga il fallimento culturale del salvinismo e la destra si sposta verso l’afascismo.

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ANSA

Con tutto il rispetto per osservatrici e osservatori, alcuni dei quali a me molto cari, penso che il nostro mondo stia commettendo un errore di sottovalutazione nei confronti del generale Vannacci. Se ne parla come di una sorta di fenomeno da baraccone, di un personaggio transitorio, destinato a durare lo spazio di un talk show, come di un soggetto marginale ma non lo è. Innanzitutto, perché una sua consistenza ce l'ha: come militare e, ahinoi, anche come uomo politico.

Sa aspettare, ad esempio, virtù rara al giorno d'oggi; si è affidato a un libro, pessimo ma assai venduto, per far conoscere il proprio pensiero e su questa scelta, dal sapore antico ma concretissimo, ha fondato prima un'associazione culturale e poi un partito; infine, conosce l'arte dell'inganno, come ha imparato a sue spese il povero Salvini, ormai ridotto alla marginalità e alla guida di un partito che ha esaurito la spinta propulsiva. E qui si impone un'ulteriore riflessione: se Vannacci si sta mangiando la Lega non è solo colpa del "Capitano". Certo, con un personaggio meno logoro e più abile nel riposizionarsi l'agonia sarebbe meno straziante, ma anche se venisse scelto Zaia o Fedriga non ci sarebbe niente da fare. La Lega, nata secessionista con Bossi e Maroni, capace di fondersi con la Liga veneta di Franco Rocchetta, praticamente un'annessione, e furba nel porsi, ai tempi d'oro del Senatùr, come una sorta di sindacato del Nord industrializzato contro i vizi di "Roma ladrona", con la progressiva uscita di scena di Bossi (scomparso di recente) e la morte di Maroni, si è definitivamente abbandonata al salvinismo: un misto di nazionalismo, lepenismo e sparate, in particolare queste ultime, come si è visto nell'estate del 2019 al Papeete, quando il nostro si è politicamente suicidato, lasciando campo aperto al Conte II e consentendo a due formazioni, PD e M5S, che si erano ferocemente combattute per un decennio di guardarsi negli occhi.

Il fallimento di Salvini è, dunque, di carattere culturale prim'ancora che politico: non puoi, infatti, neanche impegnandoti, trasformare un partito che nasce nordista e anti-fascista (tanto che Bossi andò in piazza il 25 aprile, sfidando i fischi, e definì i missini, non ancora risciacquati alle terme di Fiuggi, "porcilaia fascista") in una compagine radunata in piazza del Popolo a Roma (luogo di ritrovo del MSI almirantiano), con tanto di "felpata nera" e movimento Sovranità (già CasaPound) a fianco, con le spighe di grano nel simbolo ispirate alla mistica mussoliniana della trebbiatura. Va bene tutto, ma così è troppo. Vannacci, al contrario, dopo aver incassato quasi seicentomila preferenze alle Europee, salvando momentaneamente Salvini dall'affondamento, ha rilanciato il mito da incubo della Decima MAS e, fiutata l'aria, al momento opportuno si è messo in proprio.

Vannacci insomma ha l'astuzia tipica del politico, Salvini ha solo la furbizia del mestierante di lungo corso, venuto su per consunzione, quando la vecchia Lega bossiana era stata spazzata via a colpi di ramazza, sommersa dagli scandali e dall'indimenticabile laurea del Trota in Albania, e Maroni si era assiso sulla poltrona di presidente a Palazzo Lombardia. Non un segretario, quindi, ma un curatore fallimentare, abile nello sfruttare il bisogno di "nuovi mostri" dei salotti televisivi nostrani, capace di imporsi come anti-Renzi giocando sulla sfida fra i Mattei e oggettivamente bravo nell'approfittare del gran rifiuto renziano nella primavera del 2018 e dell'inadeguatezza, anche qui culturale prim'ancora che politica, di Di Maio ai tempi del Conte I, quando il M5S portava a casa una miriade di provvedimenti utili e positivi ma sembrava che facesse tutto il leader leghista.

Ribadiamo: se ciò è stato possibile è anche per il compiacimento di un certo giornalismo, sempre intento a demonizzare i 5 Stelle, qualunque cosa facciano, e propenso, all'epoca, a far crescere a dismisura la Lega, al fine di agevolare una crisi di governo da una posizione di forza che eliminasse dalle stanze del potere l'anomalia per lasciarvi il già noto e addomesticato, magari con una maggioranza di destra-destra come poi s'è realizzata. Ci voleva Meloni, però: una leader a ventiquattro carati, circondata, per sua precisa scelta, da "personaggetti" (cit. Crozza) ma abile nel navigare fra i marosi del nostro tempo, anche in ambito internazionale, passando dalla fedeltà al bellicismo di Biden alla connessione sentimentale col trumpismo e con il suo tecno-sovranismo irrorato dai miliardi dei nuovi padroni della rete, della comunicazione e della politica. E ora Vannacci: una figura che, a prima vista, sembra uscita da "Vogliamo i colonnelli" ma, leggendola con attenzione e studiandone le mosse, si rivela assai più accorta e avveduta di quanto possa apparire a prima vista. Il sorpasso su Salvini è nelle cose, così come, ribadiamo, la scomparsa di un partito che ormai non ha più nulla da dire ed è, quindi, destinato a cedere il passo alla nuova destra egemone in tutto il Vecchio Continente. Segno dei tempi, e anche in questo il Generale si è rivelato ben più scaltro del suo ex sodale.

Potrà davvero realizzare la remigrazione, ossia la cacciata dal Paese non solo degli immigrati irregolari ma anche di quelli regolari, ispirata dal pensiero aberrante dell'austriaco Martin Sellner? Naturalmente no, ma qualcosa di simile potrebbe cominciare a vedersi, specie se in Germania dovesse avanzare ulteriormente Alternative für Deutschland e in Francia dovesse dilagare il Rassemblement National di Bardella. E occhio pure alla Spagna, dove l'ottimo Sánchez è in crisi e VOX, partito di matrice franchista, è invece in grande spolvero.

Siamo, pertanto, al cospetto di un fenomeno epocale: una di quelle "fedeltà generazionali" teorizzate dall'Avvocato Agnelli, che, come ricordava Enzo Biagi, aveva anche lui vent'anni il 10 giugno del '40, dunque si intendeva di diluvi storici.

In conclusione, una cosa è quasi certa: Meloni, e soprattutto Salvini, proveranno a votare quanto prima, con l'auspicio che Futuro Nazionale non diventi ingestibile, cioè non si avvicini pericolosamente al 10 per cento o non lo superi addirittura. Per il futuro del Paese, ahinoi, non vediamo molto di buono, specie se si mettono in fila le sparate di Nordio sulla responsabilità civile dei magistrati e il presunto valore del Codice Rocco, quelle dell'amministratore delegato della RAI Rossi su Raitre e lo spostamento sempre più a destra (è questo il vero effetto Vannacci) di un dibattito pubblico già prima improntato all'afascismo, ossia alla negazione della matrice anti-fascista della nostra Costituzione e, di conseguenza, della nostra Repubblica nata dalla Resistenza.

Ecco, pertanto, la corsa del governo al lavacro delle urne, non è ancora chiaro con quale legge elettorale, nella speranza che cittadine e cittadini non si rendano conto che, a furia di genuflettersi di fronte a Trump e alla NATO, le casse sono vuote. Potrebbero persino riuscire nell'intento. Del resto, in questo splendido e tragico Paese, della grandezza dei Gramsci e dei Gobetti ce ne accorgiamo sempre dopo l'8 settembre; in tempi di relativa pace, fanno furore i saltatori nel cerchio di fuoco.

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