Vannacci, l’uniforme e gli anticorpi della Repubblica
La Procura militare verifica la presenza di militari in servizio in Futuro Nazionale. Il Sindacato dei Militari denuncia programmi ritenuti incompatibili con la Costituzione

ANSA
Rispetto alle altre nazioni, l'Italia porta con sé un peccato originale dal quale non può liberarsi: è stato il Paese dove è nato il fascismo. È stato questo un prodotto politico italiano, diventato in seguito un modello per movimenti e regimi sorti altrove. Da questa esperienza derivano le garanzie con cui la Repubblica ha cercato di impedire il ritorno, anche sotto nuove forme, di un’organizzazione politica fondata sui principi e sui metodi del fascismo. Il sistema costituzionale e il legislativo della nostra Repubblica si è dotato di anticorpi verso la ricostituzione del partito fascista, mettendosi nelle condizioni di bloccarne la rinascita anche quando si manifesta a livello embrionale.
L’articolo 52 della Costituzione stabilisce che l’ordinamento delle Forze armate si uniforma allo spirito democratico della Repubblica. La XII Disposizione transitoria e finale vieta la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista. Sono le risposte che l’Italia repubblicana si è data dopo aver visto le istituzioni piegate al partito unico, i tribunali speciali sostituire la giustizia, la stampa trasformarsi in strumento di propaganda e, nel 1938, lo Stato promulgare le leggi razziali. Si comprende allora la rilevanza degli accertamenti preliminari avviati dalla Procura militare di Roma, guidata dal procuratore Marco De Paolis, sulla presenza di militari in servizio nella struttura organizzativa di Futuro Nazionale, il movimento presieduto dall’ex generale Roberto Vannacci. La magistratura dovrà verificare se emergano fatti di propria competenza. Allo stato attuale, dunque, non vi è alcun accertamento di responsabilità.
L’iniziativa della Procura militare segue un secondo esposto del Sindacato dei Militari. Un primo esposto, depositato il 28 agosto presso la Procura della Repubblica di Roma dal segretario generale Luca Marco Comellini e autenticato dall’avvocato Massimiliano Strampelli, riguardava invece i contenuti programmatici e la propaganda di Futuro Nazionale. In quell’atto si chiedeva anche il sequestro preventivo dei canali digitali e l’oscuramento del sito futuronazionale.it, prospettando diverse ipotesi di reato, tra cui l’istigazione a delinquere, la propaganda dell’odio, l’associazione sovversiva e la ricostituzione del disciolto partito fascista. Si tratta, è bene precisarlo, delle tesi formulate dai denuncianti, sulle quali spetta alla magistratura pronunciarsi.
L’esposto assume un significato forte perché proviene da un’organizzazione rappresentativa del personale militare. Il Sindacato richiama alcuni punti del programma di Futuro Nazionale: l’introduzione di moduli obbligatori di educazione militare nelle scuole e l’impiego permanente delle Forze armate, con funzioni di polizia giudiziaria, nelle cosiddette zone rosse. Secondo i firmatari, queste proposte altererebbero la funzione costituzionale delle Forze armate, indirizzandole verso compiti di controllo civile e verso un’idea militarizzata dell’educazione.
Si parla di «remigrazione», un piano di espulsione dei migranti che non sgombera il campo dalla possibilità di deportazioni razziali future e che solleva gravi dubbi di legittimità costituzionale, violando il divieto di espulsioni collettive sancito dal Protocollo 4 della Convenzione europea dei diritti dell'uomo.
Il sindacato accusa poi Vannacci di strumentalizzazione del proprio grado militare per costruire un simbolo politico che si richiama apertamente ai concetti cari al fascismo storico: la gerarchia assunta come principio ordinatore della società, la retorica della superiorità nazionale, il culto del capo e la delegittimazione delle istituzioni di garanzia.
Comellini ha sintetizzato il senso dell’esposto con parole molto chiare: «Le Forze armate servono la Costituzione, non i partiti. Servono la Repubblica, non i suoi potenziali eversori». La questione posta riguarda il rapporto tra l’uniforme, le istituzioni democratiche e l’attività politica di militari ancora in servizio.
Vannacci ha costruito una parte rilevante del proprio consenso facendo leva sull’immagine del generale e portando nel dibattito pubblico posizioni xenofobe, idee di gerarchia sociale e affermazioni discriminatorie presentate come semplice buonsenso. La crescita di un movimento con queste caratteristiche nell’agenda politica nazionale merita quindi attenzione. Ancora più significativo è il modo in cui televisioni e giornali finiscono spesso per normalizzarne il linguaggio, trattandolo come una voce qualsiasi del confronto democratico. È proprio questa normalizzazione a rendere necessaria una vigilanza politica e istituzionale. Il confine della democrazia non viene messo alla prova soltanto da chi la attacca apertamente. Può arretrare anche quando parole, simboli e programmi incompatibili con la sua storia costituzionale entrano nelle istituzioni e smettono, poco alla volta, di suscitare indignazione.
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