Vannacci, l’ordine senza limite

La crescita di Futuro Nazionale diventa il sintomo di una destra che militarizza la sicurezza e sfida l’antifascismo costituzionale.

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ANSA

Attorno al libro di Roberto Vannacci, al suo linguaggio, alle sue ossessioni e alle sue ambiguità, si tenta di costruire una soggettività organizzata, non più soltanto una provocazione editoriale, ma una promessa di rappresentanza. La vicenda smette così di appartenere alla cronaca e diventa sintomo storico. Futuro Nazionale non è il Fronte Nazionale. E tuttavia la politica non vive fuori dalla memoria. Le sigle, le parole, le evocazioni non sono mai innocenti quando attraversano la drammaticità della storia italiana. L’acronimo FN richiama il Fronte Nazionale di Junio Valerio Borghese, già comandante della Xª MAS e protagonista del tentato golpe del 1970. Richiama, per altra via, sigle successive della destra neofascista come Forza Nuova. Non per confondere fenomeni diversi, né per cercare analogie meccaniche.

Si tratta di evidenziare che una democrazia matura dovrebbe maneggiare con cautela certi echi, perché la memoria non è un ornamento retorico. È una forma di difesa della libertà. Dentro questo quadro si colloca anche la destra di governo. Mentre la leadership di Salvini appare in affanno, la Lega torna a guardare al Viminale come a una scorciatoia per recuperare consenso. Dopo il confronto interno del Carroccio, la linea emersa dai retroscena raccontati dalla cronaca è chiara. Rivendicare subito il ministero dell’Interno. Ma i ministeri non sono caselle del gioco dell’oca, tanto meno a fine legislatura. Non si torna indietro di qualche casella per ripartire più forti, né si usa un dicastero costituzionalmente delicato come premio di consolazione per una leadership in difficoltà.

In questa cornice si colloca anche la battuta attribuita a Giorgetti su Piantedosi, che a volte, quando parla in Consiglio dei ministri, non lo capirebbe. Non me ne meraviglio troppo. Giorgetti viene da Varese, dalla cultura politica della Lega Nord della prima ora in purezza. Piantedosi viene da Avellino e, soprattutto, dalla cultura dei prefetti, cioè da una tradizione amministrativa che, nel bene e nel limite delle istituzioni, continua a rappresentare una garanzia che argina i costanti rigurgiti di militarizzazione della sicurezza democratica. Non è questione di dialetto o di geografia. È questione di grammatica dello Stato. Ma il punto non è personale.

Si sta aprendo una competizione tra chi è più duro sulle politiche della sicurezza, una gara muscolare nella quale il Viminale rischia di essere trattato non come presidio civile di garanzia, ma come trofeo identitario. Si invocano sicurezza, ordine, confini, fermezza. Ma gli stessi ministri Salvini e Giorgetti non hanno trovato, quando si è trattato di bilancio, le risorse necessarie per finanziare seriamente la specificità delle Forze di polizia. E la specificità non è un privilegio corporativo, ma uno strumento che rende più efficiente la risposta dello Stato ai cittadini, valorizza rischi, turni, responsabilità, competenze operative, esposizione del personale di polizia e funzione pubblica. La sicurezza non si difende con gli slogan sul Viminale, ma con organici, contratti, mezzi, formazione, indennità, tecnologie, tutela psicofisica del personale e integrazione sociale. Anche la carenza di migliaia di donne e uomini negli organici non è un dettaglio amministrativo.

È una ferita nella capacità dello Stato di essere presente, prevenire, intervenire, proteggere. Parlare di ordine senza finanziare chi quell’ordine lo garantisce ogni giorno significa trasformare la sicurezza in propaganda. Sarebbe un grave errore derubricare il caso Vannacci a folklore politico. Non siamo soltanto davanti a un generale in congedo che ha scritto un libro modesto e aggressivo, attraversato da giudizi contro minoranze, differenze, culture e persone. Non siamo neppure davanti al prodotto di una scelta tattica sbagliata compiuta da una leadership in crisi. Siamo davanti alla trasformazione di quel libro in una piattaforma politica, nel tentativo di costruire una identità collettiva attorno all’idea che il Paese abbia bisogno non di più democrazia, ma di più comando. Vannacci intercetta paura, stanchezza, rabbia, senso di abbandono.

Una parte dell’Italia chiede protezione e non trova parole pubbliche convincenti. Ma proprio per questo la risposta non può essere affidata a chi scambia la sicurezza con la disciplina militare, la complessità con il disprezzo, la libertà con l’omologazione. La domanda di più Stato è legittima. La nostalgia di un ordine senza limite no. La sicurezza oggi più che mai è politica pura, ma proprio per questo non può diventare la porta attraverso cui far passare pulsioni autoritarie, consenso facile per leadership decadenti e retoriche belliche. Vannacci evoca un mondo nel quale le differenze diventano anomalie, l’antifascismo un reperto, la storia democratica un impaccio, le istituzioni ostacoli da irridere. Non a caso il suo “mondo al contrario” cerca oggi di far girare al contrario le lancette della storia, prima del pluralismo, prima dei diritti, prima dell’antifascismo costituzionale, prima della fatica democratica del limite. È questa la sua vera postura, antistorica prima ancora che reazionaria.

Per questo colpisce il modo in cui l’ex generale ha liquidato come “ovvietà” le parole del Presidente della Repubblica. Il Capo dello Stato non è un commentatore tra gli altri. È il simbolo dell’unità nazionale ed è il comandante delle Forze armate. Ridurre il suo richiamo a polemica significa non cogliere il rango dell’istituzione, o considerarlo irrilevante. In entrambi i casi, il problema non è di galateo. È di cultura democratica oltre che costituzionale. Chi ha vestito un’uniforme dovrebbe sapere che le istituzioni non si misurano sulla simpatia politica del momento. Di fronte a un profilo pubblico così divisivo, sarebbe stato necessario assicurare piena trasparenza sull’operato di Vannacci negli incarichi ricoperti, sulle modalità del comando, sui contesti internazionali attraversati e sui rapporti coltivati, ove ve ne siano stati, con ambienti politici nazionali e internazionali, alla luce delle posizioni pubbliche percepite come indulgenti verso la Russia di Putin. Non per alimentare sospetti, ma per dissiparli. Non per colpire una persona, ma per tutelare l’etica professionale dell’Esercito e delle Forze armate.

Chi pretende di parlare in nome della nazione deve accettare che la nazione chieda chiarezza. Il nodo dell’antifascismo sta tutto qui. Vannacci continua a non riconoscersi in quella parola. Ma l’antifascismo, per l’Italia, non è una posa sentimentale né una formula partitica. È il terreno storico su cui si è ricostruita la legalità dello Stato dopo dittatura, guerra, occupazione, persecuzione, rovina morale e materiale del Paese. Dire che oggi non serva dichiararsi antifascisti significa fraintendere il senso della Costituzione, non un album dei ricordi, ma una regola viva su cui si fondano diritti, libertà, convivenza e potere pubblico. Norberto Bobbio ha insegnato che la democrazia non è assenza del potere, ma potere regolato, controllato, limitato. In questo il vannaccismo rivela la sua natura più profonda, un immaginario nel quale l’ordine viene prima della libertà, la gerarchia prima del pluralismo, l’identità prima della cittadinanza, la forza prima del limite. Così il vannaccismo finisce per radicalizzare la destra di governo, spingendola oltre lo stesso linguaggio di Salvini. Le provocazioni, quando raccolgono consenso, diventano linguaggio politico, e il linguaggio politico, se non viene contrastato da culture democratiche solide, può diventare prassi.

Dentro la trasformazione del linguaggio, occorre leggere certe formule sulla sicurezza. Espressioni come “difesa integrata del territorio” possono appartenere a un lessico ordinamentale preciso. Ma quando vengono avvicinate o sovrapposte alla sicurezza pubblica che ha natura civile, o quando periferie, stazioni, aree degradate e conflitti sociali vengono raccontati con parole da guerra, il confine si fa opaco. Non si può ascoltare con leggerezza chi parla di paracadutisti nelle aree degradate, evocando “rastrellamenti” come soluzione al degrado urbano, né considerare normale l’idea di dividere le città in quadranti affidati al pattugliamento militare. Il degrado esiste, le piazze di spaccio esistono, l’insicurezza esiste. Ma proprio perché esistono non possono essere affrontati con immagini da occupazione militare. I rastrellamenti appartengono al vocabolario della guerra e delle dittature. Le città non sono fronti. Le periferie non sono territori nemici. I cittadini non sono popolazioni da piegare. La sicurezza interna richiede intelligence territoriale, prevenzione, polizia giudiziaria, presidio visibile, servizi sociali, scuola, lavoro, enti locali, magistratura, Autorità civili di pubblica sicurezza. Richiede Stato e scelte politiche, non teatro muscolare. Richiede condivisione della decisione, non nostalgia bellica. In questo senso non è affatto marginale la postura riconducibile a Marina Berlusconi, non per attribuirle un ruolo formale nei partiti, ma perché si rifà ad una cultura liberale e popolare in cui è insito il valore politico del limite.

Un centrodestra che voglia restare europeo e costituzionale non può considerare irrilevante l’avanzare di un linguaggio ambiguo sull’antifascismo, insofferente verso i contrappesi e attratto dall’ordine verticale. Le alleanze non sono aritmetica. Sono cultura politica, compatibilità costituzionale, idea della libertà, rapporto con la storia. Questo è il terreno su cui anche il campo democratico dovrebbe essere molto più attento, tornando a misurarsi anche con gli esponenti del Comparto Sicurezza e Difesa. Non basta indignarsi contro Vannacci. Occorre offrire una risposta più credibile sulle paure reali, sulle periferie, sulla dignità di chi indossa una divisa, sul lavoro pubblico. La sinistra ha troppo spesso trascurato il tema della sicurezza, lasciandolo alla destra come se fosse materia estranea alla libertà, alla giustizia sociale e alla democrazia. La sicurezza non può essere lasciata a chi la riduce a disciplina militare applicata ai fenomeni sociali. È un bene pubblico, una condizione della libertà, una funzione costituzionale. Per questo deve restare dentro il primato dell’autorità civile di pubblica sicurezza, esercitata attraverso la Polizia di Stato smilitarizzata e sindacalizzata, proprio per rafforzare controllo democratico e limite della legge. Vannacci prospera perché una parte del Paese non trova parole democratiche abbastanza forti per nominare la propria paura, perché il discorso pubblico ha spesso separato sicurezza e giustizia sociale, diritti civili e vita concreta dei quartieri, lavoro pubblico e qualità dello Stato. In troppi hanno smarrito il coraggio di dire che l’ordine, così come la giustizia, sono necessari, ma solo quando restano dentro i perimetri Costituzionali.

La democrazia non ha bisogno di custodi dell’ordine senza memoria. Ha bisogno di donne e uomini capaci di difendere la sicurezza senza tradire la libertà, di riconoscere la paura senza sfruttarla, di onorare le Forze armate senza trasformarle in strumenti di identità politica. Non ci può essere un ordine senza limite al potere in una democrazia liberale. Non si possono utilizzare linguaggi da guerra nella vita civile. Non si può immaginare una pubblica sicurezza, o una Polizia di Stato, militarizzata, né estendere impropriamente ai generali delle Forze armate i poteri propri del Questore della Repubblica, che li esercita in quanto Autorità civile di pubblica sicurezza. Altro sono le funzioni che la legge può attribuire alle forze di polizia militari, altra cosa è confondere la sicurezza interna con una catena di comando militare. Il campo democratico dovrebbe vigilare prima, non dopo. Molte trasformazioni del potere non avvengono nei grandi annunci, ma nelle formule tecniche, nelle competenze che si spostano, nei linguaggi che si normalizzano, nelle prassi amministrative lasciate correre. Gridare all’autoritarismo quando tutto è già accaduto rischia di diventare una liturgia tardiva. Qui passa la differenza tra antifascismo come bandiera polemica e antifascismo come cultura politica e istituzionale del limite. Non ci possono essere sigle, partiti o partitini senza memoria. L’Italia democratica, nata dalla tragedia del Novecento, ha scritto nella Costituzione una verità che nessuna retorica dell’uomo forte può cancellare. La libertà non vive dove il potere non conosce limite.

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