Vannacci e la polizia: la sicurezza è una funzione civile

La tradizione democratica dei poliziotti e le responsabilità della sinistra: rispondere alla domanda di protezione senza adottare il linguaggio della destra.

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ANSA

Vannacci e la crescita dell’Alternative für Deutschland (AfD) interrogano la democrazia europea su un punto essenziale. Come rispondere alla domanda di protezione che nasce anche dal disagio senza trasformarla in esclusione, paura o nostalgia del comando?

La polemica che mercoledì ha occupato le pagine dei grandi quotidiani nasce anche da qui. A Torino un convegno organizzato da una sigla sindacale di polizia, con Vannacci tra i relatori, era stato inizialmente riconosciuto dalla questura come aggiornamento professionale. Il Dipartimento della pubblica sicurezza ha poi escluso quella validità e la partecipazione del questore. Ne era nata l’idea dell’ex generale in cattedra davanti ai poliziotti.

È questo l’equivoco da sciogliere. Il confronto con un eurodeputato è legittimo. Trasformarlo in maestro della sicurezza civile è un’altra cosa. I poliziotti non hanno bisogno di maestri con quel tipo di cultura. Non perché la funzione militare sia meno importante. È semplicemente un’altra funzione dello Stato.

La preparazione di un generale può essere elevatissima nel campo della difesa e del comando militare, ma non attribuisce un magistero sulla pubblica sicurezza, che nell’ordinamento repubblicano resta affidata al primato dell’autorità civile. Prevenire, investigare, soccorrere, garantire il dissenso e usare legittimamente la forza richiedono professionalità specifica e coscienza del limite imposto dalla legge. Poliziotte e poliziotti non combattono una guerra interna.

Quando si parla di «rastrellare Rogoredo», il linguaggio della guerra viene trasferito nello spazio civile. Contrastare spaccio e degrado è necessario. Ma chi indossa l’uniforme non può confondere il cittadino o il migrante con il nemico.

La legge 121 del 1981 ha dato forma a questa distinzione. Smilitarizzazione, libertà sindacali, ordinamento civile e rafforzamento delle autorità civili di pubblica sicurezza non furono concessioni corporative. Furono un passaggio della democratizzazione dello Stato. Il poliziotto veniva riconosciuto anche come lavoratore e cittadino, responsabile della libertà degli altri.

Per questo non può esserci prossimità culturale tra sindacati storici come il Sindacato Italiano Appartenenti Polizia (SIAP) e la visione politica di Vannacci.

La squadra paralimpica delle Fiamme Oro, i colleghi paraplegici e gli altri atleti con disabilità rendono concreta un’altra idea di comunità. Sono colleghi, sorelle e fratelli. Il loro valore non dipende dalle medaglie. È una concezione della dignità della persona che precede prestazione, provenienza e utilità.

I poliziotti e i dirigenti della Polizia di Stato che appartengono a questa tradizione si riconoscono nella Costituzione antifascista, nella natura civile della sicurezza pubblica e in una storia sindacale costruita sulla partecipazione, sul pluralismo e sul limite al potere. Le radici liberali, socialdemocratiche e cattolico-popolari del movimento democratico dei poliziotti tengono insieme libertà e diritti, emancipazione del lavoro e dignità della persona. L’autonomia sindacale non significa neutralità rispetto alle concezioni della democrazia. Significa indipendenza dai partiti dentro una scelta costituzionale.

È anche per questo che la rappresentazione di una “marea nera” nella Polizia è sbagliata. Una singola iniziativa di una sigla o di una segreteria territoriale non può requisire la storia e la cultura di un intero movimento sindacale. Le derive vanno contrastate. Non trasformate nell’identità di intere istituzioni. Ma questa conclusione chiama in causa anche le responsabilità della sinistra, specie in questa fase di costruzione politica.

Una sua parte ha guardato spesso alla domanda di sicurezza come a un linguaggio della destra, invece di riconoscerla anche come questione sociale. Sicurezza sociale e sicurezza pubblica non coincidono, ma separarle è un errore politico.

Lo stesso vale per il lavoro in uniforme. Il poliziotto non smette di essere lavoratore quando indossa la divisa. Retribuzioni, pensioni, casa, salute, formazione, rischi e dignità del servizio appartengono alla questione del lavoro. Bersani lo comprese quando, durante la sua segreteria, costruì un confronto con i sindacati del comparto sicurezza. Non chiedeva appartenenza. Riconosceva interlocutori.

Le interrogazioni parlamentari sul caso Torino sono legittime. Ma non si ricostruisce un rapporto con il mondo della sicurezza soltanto quando esplode una polemica. Una forza popolare non può lasciare alla destra radicale il monopolio della protezione, né inseguirne il linguaggio. Deve proporre un’altra idea di ordine. Più Stato dove dominano criminalità e degrado. Più diritti dove il potere rischia di eccedere. Più tutele per chi serve le istituzioni e per cittadini e imprese che chiedono sicurezza.

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