Vannacci e la lenta erosione della cultura democratica
Ridurre il fenomeno a calcolo elettorale significa ignorare il rischio più profondo: la normalizzazione di culture autoritarie, xenofobe e discriminatorie.

ANSA
C'è un rischio che vedo emergere nel dibattito politico di queste settimane: quello di valutare il fenomeno Vannacci esclusivamente in termini di convenienza elettorale. Quanti voti può sottrarre a Giorgia Meloni? Quanto può incidere sugli equilibri del centrodestra? Chi può trarre vantaggio dalla sua crescita?
Sono domande legittime. Ma credo che, se ci fermiamo a questo livello di analisi, rischiamo di non cogliere la portata reale della questione. Non è in discussione soltanto una diversa distribuzione del consenso all'interno della destra italiana. È in gioco il clima culturale e civile nel quale il nostro Paese sarà chiamato a vivere nei prossimi anni.
L'esperienza di altri Paesi europei dovrebbe indurre tutti a una riflessione seria. In Germania, la crescita dell'estrema destra ha contribuito a spostare progressivamente i limiti di ciò che viene considerato accettabile nel dibattito pubblico. In Francia, la radicalizzazione identitaria è diventata un elemento stabile della competizione politica. Nel Regno Unito, accanto alle conseguenze della Brexit, si sono rafforzate culture politiche che hanno individuato nei migranti, nelle minoranze e nei soggetti più fragili i responsabili del disagio sociale.
Questi fenomeni non producono soltanto consenso elettorale. Producono cultura politica, influenzano il linguaggio pubblico e contribuiscono a ridefinire il senso comune. È così che idee e posizioni che per lungo tempo sono rimaste marginali finiscono per essere normalizzate. È così che l'intolleranza viene presentata come buonsenso, la discriminazione come difesa dell'identità e la compressione dei diritti come una risposta necessaria alle paure della società.
La storia democratica europea ci insegna che le culture nazionaliste, xenofobe e neofasciste non avanzano soltanto quando conquistano rappresentanza istituzionale. Avanzano quando vengono progressivamente legittimate, quando smettono di essere considerate un problema e diventano un interlocutore politico come un altro.
Per questa ragione non condivido l'atteggiamento di chi guarda a Vannacci esclusivamente in funzione delle difficoltà che potrebbe creare a Meloni. La politica non può limitarsi al tatticismo. Ha il dovere di interrogarsi anche sulle conseguenze culturali e sociali dei fenomeni che attraversano la società.
Le parole hanno conseguenze. Le campagne costruite contro le minoranze hanno conseguenze. La continua delegittimazione delle differenze, dei diritti civili e delle conquiste democratiche produce effetti che nessuna democrazia responsabile dovrebbe sottovalutare. La posta in gioco è un'idea di società fondata sull'uguaglianza, sul pluralismo, sulla dignità della persona e sul rispetto delle differenze. Per questo serve chiarezza. Senza ambiguità e senza indulgenze. Le culture politiche che alimentano divisioni, discriminazioni e pulsioni autoritarie non vanno inseguite per convenienza né utilizzate contro l'avversario di turno. Vanno contrastate sul piano culturale e isolate sul piano politico.
È una responsabilità che riguarda tutte le forze democratiche. Perché la tutela della democrazia non consiste soltanto nel difendere le istituzioni, ma anche nel preservare i valori che le rendono vive e credibili agli occhi dei cittadini.
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