Uno sguardo alle città contemporanee tra tecnologia, diritti e giustizia sociale

Una “Legge sulla Terra” per governare la trasformazione delle città, redistribuire la ricchezza urbana, tutelare il suolo e costruire un nuovo equilibrio tra sviluppo, ambiente e giustizia sociale.

Roberto MorassutIl Punto
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ANSA

Provo a chiudere gli occhi e ad immaginare il possibile panorama, non troppo lontano, della “città del futuro”.

Vedo alti edifici filiformi quasi a forma di fungo, con i tetti più ampi delle impronte a terra, le tracce delle vecchie strade trasformate in gran parte in spazi verdi o in percorsi pedonali o per mezzi leggeri sospinti da motori ad idrogeno o a energia nucleare.

Vedo un forte traffico aereo urbano, governato dall’IA, e droni di varia potenza e dimensione che si posano sui tetti degli edifici quasi tutti rivestiti di cristalli ad energia solare.

Quasi tutti i quartieri realizzati in cemento armato sono scomparsi, demoliti o sostituiti.

Quasi tutti i quartieri realizzati in cemento armato, con metodologie costruttive fordiste, tra la fine della Seconda Guerra Mondiale e gli anni Trenta del XXI secolo, sono scomparsi, demoliti o sostituiti dalle nuove architetture ecosostenibili ed ergonomiche; resistono solo i tessuti edilizi o gli edifici vincolati e tutelati dalle leggi successive agli anni ’60 del ’900 e tutte le testimonianze storiche dall’antichità fino agli episodi urbani più recenti e ritenuti intoccabili per una certa qualità architettonica.

Tutto il resto è sottoposto ad una incessante trasformazione, la mobilità abitativa è alta, si è persa nella memoria la tradizione di vivere per decenni nella stessa casa.

I nuovi edifici sono tutti multitasking, il costo delle case è relativamente basso e al 90% in affitto, la proprietà è quasi totalmente cancellata.

La forma delle città assomiglia ai tessuti porosi di una spugna, ha perso massa e compattezza e si estende quasi senza soluzione di continuità per tutto il territorio, fino alle vecchie “aree interne” di un tempo dove gli antichi borghi risanati e ristrutturati sono tornati ad essere molto ambiti per la residenza, dove si concentra la proprietà, dove la digitalizzazione ha riportato valore e comunità, dove si vive meglio circondati dalle identità dei luoghi e dalla salubrità di un’aria che nonostante tutto resta migliore che in città.

Finito il mio viaggio nel futuro torno a guardare alla città di oggi.

Finito il mio viaggio nel futuro torno a guardare alla città di oggi, la media città italiana, le nostre metropoli capitali e le vedo arrancare verso questo futuro, schiacciate dal retaggio delle rendite, dall’emergenza abitativa, dalla violenza dell’espulsione della popolazione di media condizione, dall’attrazione di immigrazione irregolare e sottopagata, concentrata nei quartieri di periferia o in quelli semicentrali dove è venuto meno il collante del ceto medio.

Vedo una città inquinata, soffocata dai motori termici e dalle emissioni dei materiali di ferro e pietra che costituiscono mediamente il 70% dello stock edilizio, con una larga prevalenza di suolo impermeabilizzato, dispersione di acqua, isole di calore, con un processo di rinnovamento edilizio puntuale – palazzina per palazzina – dentro quartieri che sembrano fungaie, grappoli di case senza servizi e dove i centri storici – salvati dalle miracolose norme dei primi governi di centrosinistra degli anni Sessanta – sono assediati dal turismo mordi e fuggi.

La ricchezza del “Bel Paese” è passata dallo sfruttamento estremo del suolo – che ha aggravato il rischio idrogeologico e sismico già impostoci dalla Natura – che è stata la leva arretrata per creare la nostra accumulazione capitalistica, in assenza di risorse naturali e minerarie del sottosuolo, allo sfruttamento a fini turistici delle nostre bellezze storiche e culturali: le città antiche, i centri storici che solo in Italia si sono conservati così integralmente.

Del resto l’Italia è la nazione considerata la Regina del capitale naturale europeo per il primato di varietà vegetali e animali viventi, per la varietà dei climi e delle colture; è la nazione leader indiscussa per il numero dei riconoscimenti legati ai beni culturali.

Abbiamo creato ricchezza con ciò che avevamo e abbiamo: la Natura e la Storia.

Ma in modo distorto e speculativo.

Ma cosa occorre e che cosa dovrebbe fare la Sinistra se andasse al governo per passare dalla attuale situazione all’ipotetica e immaginifica condizione di un futuro non troppo lontano e forse non troppo diverso da quello descritto in apertura?

Serve una grande “Legge sulla Terra”, qualcosa di molto più ampio di una classica legge urbanistica che ormai non raccoglie più l’ampio spettro delle interconnessioni e delle relazioni tra i vari aspetti del governo del territorio.

Un “Land Act”, un patto civile e costituzionale sul nostro comune nido di vita, che stabilisca alcuni solidi e invalicabili principi per governare e indirizzare la vera e propria mutazione delle città e per non lasciare che la immensa ricchezza e produzione di valore che la globalizzazione dei mercati, l’irruzione di grandi e strutturati player immobiliari e finanziari – Fondi in prevalenza ma anche Banche – rafforzi la tendenza inerziale a dividere la società tra ricchi e poveri, tra coloro che possono e coloro che non possono, a sviluppare e sfruttare le opportunità di crescita solo dove il valore trova migliori condizioni, a inquinare o disinquinare in base al censo.

Il primo punto deve essere l’applicazione dell’articolo 42 della Costituzione.

Il primo punto deve essere l’applicazione dell’articolo 42 della Costituzione, quello sul valore “sociale” della proprietà privata.

Laddove il mercato tende a determinare non il libero dispiegamento dell’iniziativa privata ma il dominio dittatoriale del bene privato sul bene comune, debbono intervenire meccanismi e norme di riequilibrio e redistribuzione delle opportunità e delle ricchezze.

Deve instaurarsi una socialdemocrazia ecologica e degli elementi naturali.

Oggi le nostre città, i territori del nostro Paese, navigano senza rotta e come sparsi vascelli tra le onde potenti della globalizzazione finanziaria e immobiliare.

Le istituzioni pubbliche, fragili e male organizzate, subiscono la forza dei grandi player internazionalizzati e strutturati, che dettano legge, si presentano come dittature urbane.

Il “caso Milano” vale come esempio.

Il profitto delle trasformazioni urbane va equamente diviso tra privati e amministrazioni pubbliche.

Occorre stabilire norme vincolanti, attuando e migliorando quelle che già esistono ma sono clamorosamente ignorate, per una giusta fiscalità urbana: il profitto delle trasformazioni urbane, grandi o piccole, va equamente diviso tra i promotori privati e le amministrazioni pubbliche.

Il calcolo di questi valori deve essere stabilito da apposite agenzie pubbliche aperte ai privati in grado di fare le stime e stabilire i valori. Oggi tutta la materia dei patti convenzionati o concessori nel campo immobiliare e delle opere pubbliche è sostanzialmente fuori del controllo pubblico e, come ha recentemente ricordato l’Anac in audizione parlamentare, la collettività perde una montagna di risorse.

I valori incamerati dalle amministrazioni pubbliche vanno indirizzati verso investimenti destinati ai servizi e, in questa fase storica, alla realizzazione e incentivazione dell’edilizia pubblica.

L’articolo 16 comma d-ter del testo unico per l’edilizia 380/2001 chiarisce molto bene il senso di questa scelta.

Si tratta però di una norma ancora fragile e largamente inevasa che meriterebbe una maggiore attenzione e vigilanza da parte della Corte dei Conti.

Solo così, le istituzioni pubbliche, i Comuni, possono ottenere dai privati che realizzano profitti ben superiori alla media, quei giusti ristorni finanziari o quei beni immobili a costo zero utili per realizzare senza consumo di suolo nuovi interventi di edilizia pubblica.

Occorre costruire le condizioni di un “patto” con l’impresa privata e con i grandi fondi.

Occorre costruire le condizioni di un “patto” con l’impresa privata e con i grandi fondi che in cambio di procedure veloci di attuazione degli interventi ceda ricchezza alle istituzioni e agli enti locali, che incentivi lo sviluppo nelle aree depresse dell’interno o nelle periferie dove il mercato non va e da dove fugge; come fece Petroselli col suo famoso “Protocollo” degli anni ’80 e che oggi si può rilanciare in forme totalmente diverse.

A Roma – ad esempio – va considerata ormai conclusa la stagione dei patti compensativi per la tutela delle aree irrinunciabili dal punto di vista ambientale.

La lotta per fermare l’espansione si è chiusa ed è stata vinta nel 2008 con la cancellazione di 65 milioni di vecchi metri cubi e la tutela di 2/3 del territorio di Roma.

Da allora serviva e serve ancora un’altra strategia.

Adesso occorre fare un diverso patto con la rendita: sviluppo e rigenerazione in cambio di consistente fiscalità, edilizia pubblica a costo accessibile per annullare l’emergenza abitativa nell’arco massimo di un decennio e giungere a centrare l’indirizzo europeo che calcola in 1/3 del reddito il valore massimo che una famiglia può impegnare per la casa.

In questo patto i promotori possono progressivamente trasformarsi da venditori della piena proprietà degli alloggi a gestori di affitti; un mercato diverso della casa che incontri la progressiva mobilità di un lavoro più flessibile e più tutelato.

Un secondo principio di una “Legge sulla Terra” deve essere la tutela del suolo libero.

Un secondo principio di una “Legge sulla Terra” deve essere la tutela del suolo libero.

Non basta contenere i perimetri dell’espansione edilizia, non bastano i numeri dei km² salvi dal cemento.

Occorre un suolo sano e preventivamente governato dal rischio dei disastri e delle calamità naturali e dalle conseguenze dell’emergenza climatica.

Per questo occorre fare delle Autorità di bacino distrettuali il nucleo unitario della pianificazione e della realizzazione delle opere di adattamento e mitigazione, in accordo con le Regioni.

Oggi non è così ed è grave.

Le Autorità fanno piani e le Regioni realizzano le opere con immense dispersioni di danaro e di tempo.

Va accorciata la filiera produttiva e burocratica con una rivoluzione ordinamentale che abbia alla base strumenti tecnici aggiornati e georeferenziati di lettura del territorio e delle sue continue modificazioni.

L’Autorità del Tevere e del Centro Italia rappresenta, da questo punto di vista, il modello da seguire.

Un terzo principio riguarda progettazione architettonica, materiali e sistemi energetici dei nuovi edifici.

Un terzo principio è costituito dalla definizione di un protocollo di indirizzo sulla progettazione architettonica, l’uso dei materiali e dei sistemi energetici degli edifici di nuova costruzione sulla base di grandi scelte strategiche di fondo e di civiltà.

Ed occorre consegnare il disegno e la creatività del costruire e del progettare ai giovani stabilendo che almeno il 30% delle nuove costruzioni, delle demolizioni e ricostruzioni, dei piani urbanistici sia realizzata coinvolgendo i giovani fin dagli anni della loro formazione presso le Università pubbliche, le quali oggi sono delle miniere di studi e di progetti sulle città di cui, purtroppo, le amministrazioni locali sanno poco o nulla perché affidano il progetto totalmente al privato che molto spesso trascura la qualità.

Occorre un nuovo regime di governance delle città, delle metropoli e delle aree metropolitane.

Le tre grandi Capitali italiane a vocazione internazionale – Roma, Milano e Napoli – debbono avere un ordinamento che consenta loro di approvare delle leggi adatte per il loro territorio, leggi che siano coerenti con i principi della Costituzione, nell’ottica di un sano federalismo democratico rispettoso dell’unità nazionale.

Non si possono governare grandi processi globali con poteri locali fragili e inadeguati.

Non si possono, infatti, governare efficacemente i grandi processi e le grandi forze che si liberano da un mercato immobiliare internazionalizzato e dalla forza economica del crimine organizzato se queste città vengono lasciate arrancare con poteri fragili e inadeguati.

Esse devono avere le spalle e la forza per reggere l’urto delle reti finanziarie e criminali che hanno scala globale e sono radicate nel territorio, tutelando l’ordine democratico e l’interesse pubblico.

Per questo la recente discussione sui poteri di Roma Capitale aveva ed ha un valore nazionale ed europeo ed è stato un errore assumere da sinistra una condotta dubbiosa e troppo prudente.

Infine occorre, nell’ambito di un grande “Land Act”, una politica per le infrastrutture che guardi alla rivoluzione in atto nel trasporto aereo, alla nuova dimensione mondiale della politica portuale in rapporto con gli entroterra e le connessioni intermodali, allo sviluppo della rete ferroviaria con una programmazione certa degli investimenti, dei piani industriali e delle risorse, alle innovazioni necessarie nel settore del trasporto pubblico locale e mirante ad un aumento di qualità, quantità e diversificazione dell’offerta.

Uno dei maggiori fallimenti di questo governo è stato quello della politica delle infrastrutture.

Uno dei maggiori fallimenti di questo governo è stato quello della politica delle infrastrutture: cancellati tutti gli strumenti di programmazione fissati nell’ordinamento e previsti sia dal Codice degli Appalti che dal PNRR, abbandono della rete ferroviaria e della rete elettrica con conseguenti disservizi e rischi per la sicurezza, destrutturazione del sistema portuale pubblico e della sua articolazione plurale dentro la camicia di forza di una società nazionale aperta ai privati, invecchiamento del Piano per gli aeroporti, abbandono delle regioni meridionali e in particolare della Sicilia e della Calabria.

Unico totem: il ponte sullo Stretto, irrealizzabile e irrealizzato e che ha fermato investimenti per 1,3 miliardi all’anno.

L’Italia si è allungata diventando una lingua lunga e sottile nel Mar Mediterraneo dove è sempre più difficile spostarsi e collegarsi al resto del mondo.

Ecco, dunque, che per guardare al futuro ormai prossimo di una nuova epoca delle città e dei territori, l’epoca degli insediamenti molecolari, dell’intelligenza artificiale, della velocità dei cambiamenti fisici e spaziali occorre creare le basi di una nuova sperimentazione legislativa che abbia come obiettivo quello della giustizia sociale e delle pari opportunità.

Occorre creare le basi di una nuova sperimentazione legislativa fondata sulla giustizia sociale.

Per non rischiare di finire vittime di un terribile meccanismo dittatoriale che somma alla tecnologia la potenza di una ricchezza immensa che da essa si produce.

Questa è una grande scommessa.

La scommessa della Terra del futuro.

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