Un'alleanza più larga per l'Italia

ANSA
Si sta definendo un campo di destra estrema, non solo in Italia, ma nel mondo. La linea di demarcazione l’ha tracciata Trump: le iniziative unilaterali e violente, sostenute dalla forza; la politica come orpello marginale e piegata alle esigenze del momento e agli interessi economici e finanziari degli Stati Uniti d’America.
Trump si erge a gendarme imprevedibile e solitario in tutto il mondo. Dal Sud America alla Groenlandia, dall’Africa al Medio Oriente. Determina un’incertezza che spaventa ogni parte del mondo e che svela un volto oscuro degli Stati Uniti, sempre presente nella storia di quel Paese, ma in precedenza meno spudoratamente esposto. La destra di Trump è apertamente repressiva, provocatoria, padronale verso i suoi stessi alleati.
Gli interessi delle grandi imprese americane che producono software, dati e microchip, condizionano e guidano le scelte. Sono insediati pienamente nei processi decisionali della politica. Si affidano all'esponenziale crescita dell’intelligenza artificiale. La guerra stessa è nelle mani dell’intelligenza artificiale. Le probabilità di colpire nel modo più efficiente e preciso da essa sono calcolate e programmate. Si è varcata la soglia che fino ad ora aveva permesso agli esseri umani di governare la tecnica. Oggi è la tecnica la sostanza dell’agire. Spazza via riferimenti morali, culturali e storici. Stiamo camminando verso il destino peggiore dell’Occidente. Il nichilismo. Il cambiamento biologico e antropologico degli esseri umani, destinato, se non fermato, a concludersi con una catastrofe. La scomparsa del ruolo dell’Europa (con i suoi orrori ma anche con le sue vette di civiltà e di pensiero) conclama un’arresa ampia dell’Occidente alla deriva in corso. L’Occidente ha dichiarato di voler esportare la democrazia, che un tempo era valori e anelito di libertà e di giustizia. Il nichilismo l’ha resa un albero spoglio, privo di fascino e di egemonia.
Gli occhi degli altri, vale a dire del mondo che ci guarda e ancora non è contagiato pienamente o ostile al nostro racconto, non ci giudicano per la nostra tradizione liberale e democratica, ma per la cruda realtà dell’oggi. Non mi riferisco alle parti più intolleranti, aggressive o apertamente terroristiche di una parte dell’islamismo. Piuttosto alla Cina, all’India, al Brasile e ai tanti altri grandi Paesi con dimensioni “imperiali”. Solidarizzano tra loro non perché vi siano particolari affinità, ma per il timore comune della voracità e della violenza e la prepotenza del cosiddetto mondo ricco e civile.
Gli Stati Uniti hanno rapito Maduro, hanno ucciso Khamenei, il leader politico e spirituale dell’Iran. Nel passato, similmente, hanno decapitato altri dittatori. Qualcuno si dice soddisfatto che il mondo abbia fatto scomparire definitivamente persone malvagie. E chi può esserne dispiaciuto? Ma al di fuori di ogni regola e diritto internazionale, di ogni coinvolgimento degli organismi deputati a confrontarsi e poi decidere su tali questioni, chi seleziona i buoni e i cattivi? Quanti cattivi sono ancora in vita? E quanti sono amici o sono protetti da chi si fa giustizia da solo? E come si può impedire ad alcuni Stati la corsa verso il nucleare, se alla fine è solo il nucleare a preservare l’incolumità? E come mai i cattivi sono sempre un ostacolo agli interessi specifici degli Stati Uniti d’America? E, infine, cosa lasciano dietro di sé tali interventi, se non macerie, lutti, divisioni e caos?
Per questa via non c’è scampo. La forza senza la politica porta inevitabilmente a una terza guerra mondiale. Questo è l’allarme da profetare. Nella crisi delle relazioni e nell’impazzimento delle dinamiche tra gli Stati, l’Europa pare un asino in mezzo ai suoni. A questo si aggiunge un cambio sostanziale di indirizzo di politica estera dell’Italia.
Nel passato abbiamo garantito una certa nostra autonomia; grazie a Berlinguer, Craxi, Moro, Andreotti e potrei continuare. Ognuno di loro ha pagato per le proprie scelte nella politica internazionale. Oggi Giorgia Meloni sta rovesciando la nostra ispirazione storica mantenuta dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, in modi diversi, ma comune a tutti gli esecutivi che si sono susseguiti. Ha messo l’Italia al servizio e a supporto del nuovo “disordine” mondiale. Fanno persino sorridere i suoi pelosi appelli alla sicurezza, per piegare in senso trumpiano anche la politica interna.
Quale sicurezza? La prima sicurezza per tutti, e la prima condizione per poter fare qualcosa, è la pace. Se questo è lo scenario, dobbiamo avere fiducia in un potenziale e grandissimo campo di insofferenza e di disagio, che va ben oltre la somma dei partiti di opposizione. C'è un rifiuto al rotolare verso la guerra che è molto forte anche negli Stati Uniti. C’è una preoccupazione circa il profilo minaccioso di Trump. Se all’inizio il presidente americano ha goduto di una simpatia dell’elettorato di destra, oggi la maggioranza di esso non lo voterebbe.
Insomma, per noi, è l’ora dell’alternativa a fronte di un’energia distruttiva che potrebbe prevalere: non solo di programmi; piuttosto di visione del mondo, di valori in campo, di difesa dell’umano, della ragione, della solidarietà e della fraternità. L’alternativa dovrebbe avere al centro un nuovo “impero” del bene. L’Europa. Ora la riscoprono in tanti, ma essa è stata via via asservita a un atlantismo subalterno, malata di nuovi sovranismi, tragicamente lenta nell’integrare le sue politiche a partire da quelle per una difesa comune, contraddittoria nel sostegno al suo modello sociale, il più avanzato che si possa immaginare nell’Occidente.
Dunque, dell’Europa c'è bisogno. Ma di un’Europa diversa che avrebbe uno spazio enorme e un ruolo vitale. Potrebbe diventare il faro del dialogo, della cultura, degli scambi commerciali in un mondo che tende ad esplodere e che non trova alcuna regia autorevole per ritornare a un accettabile equilibrio. È assurdo che, di fronte a tale occasione, le classi dirigenti europee appaiano così labili, divise e silenti. Tanto più è assurda la mancata iniziativa italiana. Per questo, deve essere chiaro a tanti democratici che battere Meloni significa non solo dare un futuro al nostro Paese, ma determinare un ruolo dell’Italia rilevantissimo per riportare l’Europa sulla strada giusta. Quando mi si chiede che cosa unisce le così diverse forze del campo progressista, rispondo innanzitutto questo: nella linea di confine voluta da Trump, stare noi dall’altra parte, per costruire tenacemente e rapidamente un campo di ricostruzione materiale e spirituale.
Certamente occorre muoversi, allo stesso tempo, sui temi urgenti della decadenza italiana. Non è utile, in questa sede, ripetere le cose non fatte o mal fatte dal governo di destra. Avremmo la propaganda per poterle ricordare una per una. Eppure, su alcune questioni particolarmente significative e urgenti, le forze del centrosinistra si sono già mosse insieme nel Paese e nel Parlamento e lo dovranno fare ancora di più. Molto di più.
I salari miseri, il dramma dei giovani senza prospettive e che se ne vanno all’estero, il lavoro precario, la necessità di dare a tutti gli Italiani i beni essenziali come la casa, la sanità, le scuole; politiche industriali adeguate ai tempi, indirizzate e sostenute verso gli spazi di mercato, l’innovazione e la competitività, la media e piccola impresa che ancora esporta, un carico fiscale ingiusto che mortifica chi intende intraprendere. Insomma, occorre svolgere un'opposizione, in grado di dare una speranza positiva al Paese.
Oggi vedo lo spazio per uno slancio nuovo. È giusto che ogni forza politica che intende contribuire al campo progressista svolga un suo confronto interno per approfondire i temi e le proposte, arrivando con un suo profilo chiaro all’incontro con gli altri alleati. Ciascuno deve poter portare qualcosa di importante di se stesso. A condizione che non rimanga statico e sia, piuttosto, capace di muoversi verso l’altro. Una coalizione è interscambio, complicità, intimità, generosità.
Questi mesi debbono dunque prevedere un’azione comune, ovunque possibile. Tutto deve essere accompagnato dall'esercizio difficile della politica, di quella “tecnica regia” di cui parlava Aristotele. “Regia” ma pur sempre tecnica. Cioè quell’accortezza e professionalità che sanno scegliere il momento della decisione, della spinta in avanti senza mai superare il confine oltre il quale tutto si disperde. Se conquistiamo questo spirito comune, e qualora non si dovesse giungere a un’intesa prima del voto sulla scelta del premier, potremmo affidarci alle primarie. Forse sono un illuso: a certe condizioni, sarebbero una grande festa di popolo, di partecipazione e di unità, piuttosto che una competizione interna malamente gestita.