Una strategia politica per l'intelligenza artificiale

ANSA
Mi sembra utile tornare sul testo della Pro-human AI Declaration, di cui Rinascita ha deciso di pubblicare il testo completo.
Un vero appello al popolo digitale che pone al centro una questione sulla quale vorrei a mia volta intervenire: come si governa democraticamente una potenza che ambisce a interferire sui nostri comportamenti neurologici?
Siamo infatti a un tornante in cui la progressione tecnologica, che ogni 24 ore ormai raddoppia lo scibile umano, reclama strumenti adeguati per maneggiarne la dimensione, in cui la posta in gioco è proprio l’autonomia del nostro cervello.
Si parla infatti di brain war per indicare il gorgo in cui siamo immersi. Mi limito ad affrontare il tema di che fare come sinistra. Il ruolo dell’umanità lo affronteranno altri spiriti eletti.
E per cominciare vorrei escludere l’ormai immancabile e alluvionale riflessione sul concetto di intelligenza o, peggio ancora, elucubrazioni sulla necessità di mettere l’uomo al centro, formula quanto mai ingannevole e furbesca, che mistifica il fatto che alcuni uomini sono fin troppo al centro di questa vicenda, come ad esempio i proprietari di questi sistemi. Diciamo che non mi importa ora di sapere se le intelligenze artificiali pensino: mi basta constatare che decidono, come terribilmente le cronache di queste guerre ci raccontano. Del resto, pur non essendo ossessionato dal materialismo scientifico, dinanzi al bancomat non mi tormentavo sul dubbio se quella macchina elaborasse una valutazione di merito attorno alla mia richiesta di denaro a notte fonda. Mi limitavo a considerare che comunque aveva cambiato l’idea di banca e la sua organizzazione fisica.
Dunque, in questo nuovo scenario di automatizzazione della nostra vita, credo che chi voglia contribuire a una riflessione politica non possa non affrontare, anche a rischio di deludere i tanti spiriti di buona volontà che hanno sottoscritto la petizione di principio della Pro-Human AI, quello che io ritengo il quesito fondamentale, che riassumo prendendo a prestito l’ingenua domanda che pone Alice appena giunta nel mondo delle meraviglie: ma qui chi comanda?
Chi comanda in questo scenario in cui un pensiero numerico, come lo definì Papa Francesco nel suo messaggio al G7 di Parigi sulle tecnologie generative, sta riclassificando i nostri comportamenti, scannerizzando volontà ed emozioni e ricostruendo profili professionali sulla base di un linguaggio prescrittivo e di un codice etico autoritario?
Preciso che io penso che stiamo vivendo i dieci anni più felici dell’umanità, in cui da decenni sistemi digitali riducono la fatica produttiva e aumentano le opportunità di grandi masse, fino ad oggi mute e invisibili, che possono interloquire con i salotti occidentali che vagamente ne evocavano il destino nei decenni passati. Nulla di quanto sostengo potrebbe essere classificato come neoluddismo.
Proprio perché penso che siamo in un mondo potenzialmente più aperto, nella sua complessità globale. Un mondo dove almeno 5 miliardi di individui oggi possono interloquire, sicuramente in condizioni asimmetriche rispetto ai privilegiati del centro, ma non più ridotti all’assoluto silenzio come accadeva quando solo poche centinaia di milioni di persone, delle terre più ricche del globo, popolavano lo spazio pubblico del ’900. Ebbene, questa scena, che illumina una quota di umanità enormemente maggiore di prima, deve essere civilizzata mediante una capacità negoziale da parte della società civile. Il buco nero in cui dall’89 è caduta la sinistra, in tutte le sue versioni e a tutte le latitudini, è proprio l’assenza di un conflitto sociale contemporaneo che rimoduli e riprogrammi queste potenze computazionali, dando loro un’anima comunitaria.
Nessuna tecnologia è mai stata buona senza l’attrito di un antagonista che ne contesti le modalità applicative del proprietario. L’algoritmo, come recita la legge di Kreuzer, non è di destra né di sinistra, ma sicuramente non è neutro.
E noi siamo ormai da quasi mezzo secolo nel mondo delle meraviglie di Alice, dove, come ci ha spiegato esplicitamente Peter Thiel, con la sfrontatezza di chi si crede vincitore, descrive dettagliatamente nel suo saggio Il momento straussiano come la Silicon Valley sia stata concepita, fin dall’inizio, come presidio della sicurezza nazionale degli USA. I vocabolari, le dinamiche, i contenuti, le metriche di questi linguaggi digitali sono indotto ideologico di quel mondo. Mentre noi celebravamo i fasti della creatività anarchica dei garage californiani, qualcuno rastrellava dati e costruiva quello che Shoshana Zuboff ha chiamato il capitalismo della sorveglianza.
Per cui non credo che si possa procedere con appelli universali agli uomini di buona volontà, invocando la potenza dell’umanesimo, come si legge nella dichiarazione citata.
Bisogna mettere in campo una visione politica di queste tecniche, che sono forme di relazioni sociali, modelli organizzativi di comportamenti.
La chiave per produrre progresso condiviso e non speculazione di potere è la tendenza al decentramento, connaturata nell’informatica, come ci spiegava Adriano Olivetti. Tutto quello che è grande diventa piccolo, tutto quello che è complesso diventa semplice.
Oggi abbiamo una nuova sfida alla sovranità digitale, costituita da una strategia industriale per dotarci di infrastrutture autonome e da progetti culturali e politici per interferire con le macchine. Il punto di attacco non sono, a mio parere, le norme, che arrivano sempre dopo l’ultima release che ha già cambiato la natura del sistema.
Insieme a un comunque necessario quadro legislativo, che imponga una dinamica negoziale, riconoscendo, come pure aveva fatto il presidente americano Biden, che dati e algoritmi sono beni comuni e, come tali, materia di condivisione e non patrimonio aziendale riservato, bisogna innestare processi di contaminazione linguistica e valoriale dei sistemi generativi, intervenendo nel percorso di addestramento e di personalizzazione dei nuovi cosiddetti bot agentici, i dispositivi verticali specializzati nei singoli campi.
L’Italia non è un nano del calcolo: dispone di almeno 4 dei primi 18 supercomputer del mondo. Fragile rimane invece l’applicazione di questa capacità computazionale. Su questo la sinistra dovrebbe costruire una propria strategia di radicamento sociale in questo mercato: ricerca, professioni e lavoro sono i tre laboratori dove riprodurre quel miracolo italiano dei distretti. Una fonte non sospetta di sovietismo, quale l’ex presidente della Banca europea ed ex premier italiano Draghi, più volte ha sollecitato un’orchestrazione pubblica di questa mobilitazione sociale e culturale per far parlare le intelligenze artificiali nelle nostre lingue nazionali.
Un crash test di sistema incombe dinanzi a noi: come gestire il processo di automatizzazione dell’artigianato che preme? Chi decide il rilascio e il dosaggio di abilità e competenze: l’artigiano o il fornitore di tecnologie? Un altro campo operativo riguarda le città, che pure sono nodi centrali del processo di smart city: come creare cittadinanza digitale? Come elaborare dei piani regolatori delle memorie e delle intelligenze che coinvolgano le risorse metropolitane? Un’esperienza non dissimile la sinistra la fece negli anni ’60 con i piani regolatori urbanistici, con cui la democrazia civilizzò la speculazione immobiliare.
Infine ci sono le applicazioni professionali: medici, giornalisti, giuristi, pubblica amministrazione, insegnanti. Come si caratterizzano i sistemi automatici in queste professioni, con quale personalità e ambizione? Come si controllano i dati e si cadenzano i linguaggi?
In questa logica dovremmo affrontare l’emergenza formativa: quali università per una formazione che ormai è sempre intermediata da macchine? Una scuola può non essere titolare della propria intelligenza? E così una redazione o un ospedale?
Sono tre settori, tre pratiche sociali e politiche in cui forse abbiamo meno umanesimo di quanto sollecitato dalla dichiarazione lanciata in un albergo di New Orleans nel gennaio scorso, ma in compenso potremmo trovare lungo questo percorso anche elementi per dare sostanza a una democrazia assediata e spina dorsale a un modo di fare partito.
Ovviamente, in questo percorso bisogna riconoscere che il lavoro, come pure aveva previsto un filosofo tedesco con la barba a metà dell’800, “sarà ben misera cosa nel processo di produzione della ricchezza”.
Un cambio di prospettiva, certo non lineare ma sempre più necessario, che implica architetture e modelli politici non più affini a un passato di cui non abbiamo più tracce concrete.
Ma, come diceva un grande comico americano, se continuiamo ad andare dove stiamo andando, non faremo che arrivare a dove stiamo arrivando.