Una Repubblica fondata su lavoro nero e sfruttamento

Dati e inchieste mostrano uno sfruttamento strutturale. Servono più controlli, responsabilità nelle filiere e una riforma delle politiche migratorie.

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ANSA

Il 6 giugno prossimo ad Amendolara, nel cosentino, nel luogo dell’ultimo tragico eccidio di lavoratori, sfilerà un corteo di braccianti provenienti da tutta italia. Sfilierà sotto le bandiere del sindacato e nel muto silenzio di chi, 80 dopo la nascita della Repubblica fondata sul lavoro vede ancora irrealizzato quel precetto fondamentale di cui all’articolo 3 della nostra Costituzione.

È – quell’articolo 3 – l’obiettivo a cui tutti, ancora oggi, proviamo a tendere. La promessa anche per chi giunge in Italia alla ricerca di un po' di libertà. E’ l’articolo per cui tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali e per cui è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

Un Paese dove l'iniziativa economica privata è libera, ma essa non può svolgersi in contrasto con l'utilità sociale o in modo da recare danno alla salute, all’ambiente, alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana. Tanto che la legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l'attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali e ambientali (articolo 41). Eppure girando per i cantieri milanesi o per le fabbriche venete, per i campi della Calabria o della Basilicata, tra le lussose vetrine di un centro commerciale romano come tra le cantine del Chianti o nei parcheggi dove stazionano i furgoni che ci portano l’ultimo, inutile acquisto su Amazon, vediamo (o meglio “non vediamo”), migliaia, decine di migliaia di donne e uomini che lavorano a nero, spesso sfruttati e privati di qualsivoglia briciolo di libertà. Nei casi peggiori son spesso abbandonati come rifiuti lungo le strade, affogati nei canali, o peggio uccisi e lasciati bruciare.

La nostra, per molti e molte di loro, donne e uomini, migranti o italiani è una Repubblica ancora fondata sullo sfruttamento, incapace di garantire la piena dignità di ogni lavoratore. Come non leggere, infatti, non solo gli ultimi drammatici fatti di cronaca, ma soprattutto l’arroganza e la furbizia criminogena di imprenditori che distaccano lavoratori, costruiscono scatole cinesi, allungano ad arte le catene di appalti, subappalti e forniture con ditte fasulle – magari costituite all’estero, in paesi con molte minori tutele sociali e con milioni di disperati – o alimentano “cartiere“ infinite di evasione fiscale o che, ancora, organizzano manovalanza agricola per “imprese senza terra” (vero ossimoro), con l’unico obiettivo di garantirsi profitti astronomici sulla pelle e sulla vità di migliaia di uomini e donne. In una spirale dove poi, tra intermediazione, trasformazione e grande distribuzione, i prezzi decuplicano e strozzano agricolatori e piccoli coltivatori. O dove il grande marchio spinge fuori mercato l’onesto artigiano, in una permanente competizione per cui “il modello cinese” lo si combatte alle frontiere ma lo si importa e pratica nei nostri distretti.

Le fonti statistiche al riguardo sono brutali: l’ultimo rapporto presentato dall’Ispettorato Nazionale del Lavoro (aprile 2026) segnala 18.397 lavoratori trovati totalmente irregolari di cui 1.725 sprovvisti di regolare permesso di soggiorno (+ 26% rispetto al 2024), i lavoratori irregolari censiti e riferiti a fattispecie di interposizione fittizia di manodopera sono stati 14.570 (+ 8,3% rispetto al 2024). Il dato relativo alle vittime di caporalato ai sensi dell’art. 603-bis c.p. registra un numero di 895 lavoratori ma può considerarsi provvisorio in ragione delle diverse tempistiche richieste dalle indagini e dai procedimenti penali. L’Osservatorio legalità che cura il rapporto annuale per la FLAI CGIL ci indica in oltre 1200 le inchieste in corso. Ancora più significati i dati forniti dalla Guardia di Finanza a fine maggio per cui, nel corso del 2025, sono stati individuati 16.000 lavoratori irregolari. Con un’emissione di fatture per operazioni inesistenti, con riferimento a fenomeni di illecita esternalizzazione di manodopera, per circa 980 milioni di euro. I lavoratori vittime di sfruttamento lavorativo coinvolti dall’azione delle fiamme gialle sono stati 1224, con 128 persone indagate per il reato di "caporalato". ​Secondo l'Istat, infine, l'equivalente del 12,5% dei posti di lavoro totali sono irregolari, con punte attorno al 20% in alcune regioni del Mezzogiorno. Circa 3 milioni di lavoratori, di cui la metà italianissimi.

​In sintesi: lavoro nero e sfruttamento sono parte strutturale della nostra economia e società e valgono circa 200 miliardi di euro l’anno. Risorse sottratte prima di tutti in termini di diritti e dignità, ma anche di salari, contributi, tasse, risorse per il welfare pubblico. Una leva strutturale di concorrenza sleale che affossa imprese serie e tiene sistematicamente bassi i salari di tutti, italiani in primis, oltre che la stessa qualità e produttività di beni e servizi. Eppure con il PNRR ci eravamo impegnati come Paese a mettere in campo una strategia complessiva per un'inversione netta della situazione: alla fine è stata una sola sequela di provvedimenti legislativi inadeguati, come ad esempio la patente a punti per le imprese. O molto parziali come gli ISAC (gli Indicatori Sintetici di Affidabilità Contributiva), secondo una visione meramente premiale verso chi rispetta la legge, molto originale per uno “stato di diritti” (come se andassero premiate tutte le persone che non uccidono…).

O ancora vere e proprie scelte sbagliate (esempio il taglio dei finanziamenti per il superamento degli insediamenti abusivi cui sono costretti a vivere i braccianti agricoli) senza considerare – come messaggio più in generale dato in termini di attenzione alla legalità - la vera e propria cancellazioe di reati come l’abuso di ufficio o come il depotenziamento di tutti i controlli sulla spesa pubblica negli appalti attaverso la c.d. “legge Foti”, ovvero la riforma (in peius) della magistratura contabile, con tanto di impunità di fatto per chi è corrotto e di silenzio-assenso che sa tanto di deresponabilizzazione.

​Particolarmente grave è poi che dopo quattro anni gli ispettori del lavoro in campo non siano aumentati, con piena responsabilità politica dell'attuale Ministra del Lavoro che parla di sicurezza e legalità senza minimamente rafforzare il presidio dei territori, sia a carattere preventivo che sanzionatorio. Alla fine dobbiamo dare atto che l'unica politica sociale a cui il governo Meloni è davvero riuscito a tener fede è l'annunciata politica del "laissez-faire" alle imprese, comprese però quelle irregolari, a danno dei lavoratori, delle casse dello Stato e della capacità competitiva del nostro sistema economico.

​Senza controlli adeguati non ci può essere nessun avanzamento e senza responsabilità di chi non rispetta le regole e la dignità dei lavoratori non ci può essere una economia e società sostenibili. Dobbiamo dirlo con chiarezza, questa è la necessaria linea di confine che dovrebbe essere condivisa anche dalle parti datoriali.

E allora colpisce, come fatto recentamente anche dal Presidente di Confindustria Orsini, l’ennesima chiamata alla deresponsabilizzazione dei committenti e delle grandi imprese. A partire da quella norma di civiltà che è il d.lgs. 231/01 sulla responsabilità organizzativa delle aziende che semmai – come ci insegnano le inchieste milanesi o pratesi – andrebbe si aggiornata, ma nel senso di rafforzarne cogenze e strumenti innovativi, scommettere su più coinvolgimento degli stake holder, sindacati e enti locali in primis, secondo lo spirito della stessa proposta Fidelbo (dal nome Presidente della commissione insediata proprio per indicare possibili riforme della norma). Altro che scudo per i committenti o depotenziamento della legge, come richiesto da Confindustria per cui il problema non sono tanto i reati compiuti dai committenti, ma il fatto che essi non siano chiamati a risponderne per omessa vigilanza. Responsabilità non significa eccesso di burocrazia, ma assumersi i rischi e i doveri di fare impresa (e anche importanti profitti), garantendo filiere di qualità e valorizzando le tante piccole aziende, artigiane e non, che giustamente vogliono che la qualità sia pagata il giusto.

Quello che serve è allora un vero e proprio “patto per la legalità” nelle filiere italiane, che vada dal rafforzamento delle responsabilità di impresa (nella direzione per esempio indicata dalla proposta di legge di iniziativa popolare della Cgil in materia di appalti e subappalti) alla piena attuazione della nuova Direttiva europea contro la corruzione, da un sistema generalizzato di condizionalità ex ante per poter operare sul mercato (partendo dalla congruità in edilizia potremmo estendere gli indici di conformità in agricoltura, l’indicatore di costo medio nel tessile, ecc.) ad una generalizzazione degli ISAC in funzione di verifica e accertamento dell’evasione contributiva, ecc. Assumendo anche, una volta per tutte, quella vera scelta strategica volta a rompere uno dei principali meccanismi che genera sistematicamente un “bacino” permanente e strutturale di lavoratori e lavoratrici ricatabili e che tengono bassi i salari di tutti, compresi i lavoratori regolari. Mi riferico alla Bossi-Fini che, piaccia o no, è oggi la principale “madre” di ogni ricatto.

Il caso di sfruttamento di lavoratori indiani distaccati in Italia presso un grande colosso dell’edilizia statunitense così come il caso del lavoratore in nero abbandonato gravemente ferito davanti un ospedale nel vicentino, mettono in luce che la questione dei lavoratori migranti deve essere affrontata una volta per tutte con responsabilità e non lasciata a slogan populisti e spesso razzisti. Non c’è del resto nessuna relazione delle parti datoriali italiane che non lanci l’allarme sul carenza di manodopera che in pochi anni sarà insostenibile, senza un costante e aumento flusso di migranti. Di questo, forse, avrebbe dovuto parlare il Presidente Orsini all’ultima assemblea di Confindustria di fronte a Meloni e a tutto il Governo.

Dobbiamo cambiare radicalmente la politica dei decreti flussi che hanno dimostrato di ampliare le irregolarità in modo esponenziale. Serve una regolarizzazione generalizzata di tutti coloro che possono provare di essere occupati, con un permesso di soggiorno rilasciato in automatico ed emersione di chi oggi è costretto a lavorare in nero, con un beneficio per tutto il sistema ed entrate pubbliche di molti miliardi all’anno. Servono politiche non repressive ma di investimento per chi viene nel nostro Paese con alloggi adeguati e integrazione sociale vera ed accogliente, a partire dalla formazione alla lingua italiana, perché chi lavora è potenzialmente (questo dovrebbe essere il nostro auspicio) anche un cittadino o una cittadina futura del nostro paese.

Serve insomma attuare pienamente quanto previsto dalla Costituzione, nel mondo globale e affamato di oggi: questo sarebbe già un bel programma elettorale e una base di lavoro concreta per le forze sane del Paese. Andando a spiegare, casa per casa, periferia per periferia, ufficio per ufficio, che è nell’immigrazione tenuta volutamente irregolare che si cela la più grande bugia della destra, la più grande leva che alimenta bassi salari, pochi contributi per le pensioni di tutti, miliardi sistematicamente sottratti alla nostra sanità per permettere invece, al furbetto di turno, l’acquisto dell’ennesima Bmw.

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