Una politica estera di sinistra è possibile

La lettera di Bettini riapre il confronto su Ucraina e autonomia europea. Una difesa comune e un’offensiva diplomatica per costruire la pace.

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ANSA

La lettera di Goffredo Bettini pubblicata sul Corriere della sera del primo ottobre ha il grande merito di riportare il dibattito riguardante la guerra russo-ucraina a una prospettiva più realistica. Il problema principale non è quando sia cominciata la guerra, e per colpa di chi, se nel 2022, nel 2014 o ancora più indietro. Non si stanno scontrando il Bene e il Male, per cui noi di sinistra (i buoni per definizione) dovremmo aderire senza riserve a uno schieramento. Su una questione come questa, letteralmente di vita o di morte, sarebbe bene ragionare lucidamente, evitando posizioni preconcette e moralistiche, perché se si cercano gli innocenti in questa vicenda, si rischia di rimanere molto delusi. Il problema per la sinistra è come contribuire a fermare la strage, uscendo da una situazione che espone l’Europa e l’umanità intera a rischi mortali. Esiste la possibilità di formulare una politica estera di sinistra, che affronti anche i temi – ineludibili per una forza di governo – della pace e della difesa? Sappiamo bene che questo ha sempre spiazzato e diviso la sinistra, al vertice e forse soprattutto alla base.

Dalle dichiarazioni dei dirigenti nazionali del PD e dei Cinque Stelle emerge una inedita concordanza sui principali temi strategici e sulla rappresentanza sociale che le due forze intendono esprimere. A Bologna ho sentito l’on. Ricciardi dei Cinque Stelle dichiarare l’assoluta convinzione che il programma del Campo largo (o come preferiamo chiamarlo) si farà presto, perché c’è una sincera volontà da entrambe le parti di lottare uniti per la difesa dei non privilegiati e per la democrazia. Molto bene, ma c’è una questione dirimente, sulla quale l’accordo sembra lontano, o addirittura impossibile: appunto la politica estera e di difesa. Paradossalmente, proprio perché sulle altre questioni si è abbastanza d’accordo, questo rischia di diventare l’unico tema su cui si possa distinguere platealmente. Se questa tentazione si realizzasse, sarebbe inevitabile condurre una campagna per le primarie pericolosamente sopra le righe, e quindi probabilmente perdere un’altra volta le elezioni.

Al riguardo, la sinistra vive un momento di confusione, anche perché il popolo italiano si è finora interessato molto poco delle questioni internazionali. C’è anche chi pensa davvero che Schlein sia una guerrafondaia, chi giura che Conte sia al soldo di Mosca, chi propone di sciogliere l’esercito italiano (ma ovviamente non quello russo, né quello americano). Però quasi tutti hanno capito due cose: che c’è stata un’aggressione, e che essa è avvenuta in un contesto di guerra civile. Dunque, l’Ucraina resiste ed effettivamente lotta per la libertà: tutto sommato, non si tratta di una “guerra per procura”. Ma è anche vero che in Ucraina si sono sfidati due imperi, per conquistare mercati, materie prime, sfere d’influenza. Perché gli imperi, si sa, sono fatti così: sono imperialisti. Questa sfida ha coinvolto l’Europa, in primo luogo perché a suo tempo abbiamo accettato lo scambio tra la difesa (assicurata dagli USA a un prezzo abbastanza ragionevole) e la perdita di sovranità. Ora però questo scambio è stato rimesso in discussione da Trump.

Noi italiani siamo all’interno di uno degli imperi, e – se pure ne avessimo l’intenzione – non possiamo uscirne con la stessa facilità con cui si scende dall’autobus. E poi cosa potremmo fare? Nessuno degli stati e staterelli europei – nemmeno la Germania o la Francia – è in grado di difendersi da solo, per motivi economici, ma anche culturali e demografici. L’America, da benevolo protettore, sta diventando un sempre più minaccioso avversario. Quello che era anche un confronto tra due imperi rischia ora di trasformarsi in una spartizione dell’Europa tra due superpotenze colluse.

A sinistra siamo – a parte qualche rumorosa ma limitata eccezione – quasi tutti convinti che per gli ucraini, i russi, gli europei, l’unica possibilità ragionevole sia la trattativa, non l’escalation; il cessate il fuoco, non la vittoria finale di uno o dell’altro. È stato giusto aiutare l’Ucraina, e lo è ancora, anche per evitare che l’Europa orientale diventasse terreno di conquista. E ricordiamoci pure che, in quanto stato mediterraneo, di fatto l’Italia confina con la Russia, che si è solidamente impiantata in Libia. Ma l’aiuto all’Ucraina non può essere incondizionato, né slegato dall’obiettivo di raggiungere pace e sicurezza per tutti i popoli europei, compreso quello russo.

Cosa possiamo fare per favorire una prospettiva di pacificazione? La tanto citata diplomazia non va ingenuamente mitizzata: non stiamo parlando di bisticci tra ragazzini, che possono essere risolti con inviti alla calma. I diplomatici sono dei dipendenti pubblici che attuano le direttive del governo, e sono tanto più autorevoli quanto più il loro stato è potente. Perciò la pace va preparata e costruita prima e dopo la trattativa, con i mezzi della politica, dell’economia, e anche della deterrenza militare. Non possiamo rimuovere questo fatto: sarebbe come dire che la polizia non serve, perché il problema dell’ordine pubblico non esiste. Se la sinistra non si ponesse il problema, da chi dovremmo essere difesi, dalla destra? La convinzione che la pace sia un dato di natura si è molto diffusa in Italia, perché per decenni siamo stati protetti dalle truppe e dalle bombe atomiche americane. Ma è un’illusione. Bisognerebbe andarci cauti con certi toni predicatori, e restare aderenti al pacifismo ragionevole della Costituzione italiana, che vieta l’aggressione ma prescrive il dovere della difesa, anche militare se non c’è altro mezzo. È lo stesso principio che fu di Russell, di Pannella e soprattutto di Gandhi, che tutti citano e nessuno legge mai (consiglio Teoria e pratica della non-violenza).

Nessuno stato europeo è in grado da solo di condizionare le due parti in guerra e tenere a bada gli Stati Uniti. È uno dei motivi per cui siamo obbligati a riprendere il progetto del Manifesto di Ventotene: creare progressivamente e con la dovuta cautela qualcosa di simile agli Stati Uniti d’Europa. L’autonomia dell’UE implica necessariamente che essa sia dotata di una difesa comune, comprendente, ad esempio, uno scudo antimissile e un’efficace protezione contro gli attacchi informatici. È cosa profondamente diversa dalla grottesca corsa al riarmo inaugurata dalla Presidente della Commissione Europea. Proseguire su questa strada significherebbe solo fare un gigantesco regalo ai produttori di armamenti americani, riconvertire l’industria automobilistica tedesca alla produzione bellica, e non rendere l’Europa più sicura.

Quindi il tema non è “armi sì, armi no”, ma come indurre le parti in lotta alla trattativa e a reciproche concessioni. Occorre coinvolgerle in un progetto di nuovo equilibrio continentale, che veda l’Ucraina nell’UE, ma non nella NATO, e consenta la ripresa degli scambi commerciali con la Russia. Per ottenere la pace, insomma, è indispensabile un’offensiva diplomatica europea, capace di promettere credibilmente sicurezza e co-sviluppo. Perché l’UE possa assumere questo ruolo di interlocutore influente, ma non imperiale, debbono mobilitarsi tutti i progressisti.

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