Una nuova prospettiva per capire i diritti nell’Atene classica

Ripensare i diritti oltre i miti moderni: dall’Atene classica emerge una storia più complessa, critica e viva, capace di interrogare il presente e rafforzare la coscienza democratica

Paolo RandazzoBattaglia delle Idee
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Riflettere sul senso, l’origine e la storia dei diritti è un’attività intellettuale che si rivela sempre necessaria e oggi lo è certamente più che mai; riflettere sui diritti a partire dalla loro presenza o assenza nell’Atene del periodo classico è un’operazione ancor più interessante, ma densa di insidie culturali che si trovano al di qua e al di là del contenuto storico-scientifico di un lavoro di ricerca. Aver messo bene a fuoco queste insidie, averle affrontate con intelligente lucidità è un merito che va riconosciuto al saggio “L’Atene dei diritti”, recentemente pubblicato da Mirko Canevaro per i tipi di Laterza. Il focus di questo lavoro riguarda la presenza di istituti culturali e normativi (tra tutti il concetto di axia, intesa come valore, e quello delle tymai, ovvero onori, poteri, tutele, ruoli) che delineano delle realtà molto simili a quelli che sono per noi i diritti politici.

Il nodo concettuale più profondo di questo studio non consiste però in questa identificazione più o meno parziale, ma nell’aver smontato un concetto/mito della modernità occidentale, ovvero la convinzione che il concetto stesso di diritti non può che esser connesso, in qualche modo persino consustanziale, al liberalismo moderno. «Gli antichi non avevano alcuna nozione dei diritti individuali – afferma lapidario Benjamin Constant nel discorso De la liberté des Anciens comparée a celle des Modernes del 1819 -. Gli uomini erano, per così dire, mere macchine, di cui la legge regolava le molle e dirigeva gli ingranaggi». Canevaro, che insegna storia greca nell’Università di Edimburgo, a partire da un’importante conoscenza delle fonti greche classiche, da un altrettanto importante apparato di conoscenze in campo filosofico e politologico (tra i moltissimi teorici ricordiamo quello che sembra un importante punto di riferimento per l’autore, ovvero l’americano Wesley Newcomb Hohfeld con la sua tassonomia dei diritti), e ponendosi nel solco di una impostazione postcolonialista e non etnocentrica dello studio della grecità, dimostra che già nel contesto della democrazia ateniese e limitatamente ai soli cittadini liberi è possibile parlare di diritti.

Una dimostrazione che procede anche e contrario, ovvero guardando alla tremenda condizione servile che, totalmente e rigorosamente esclusa dal godimento di qualsiasi forma di diritto, è resa partecipe paradossalmente del diritto di non essere oggetto di hybris. In una recensione giornalistica forse non è possibile - e forse nemmeno così importante - dire molto di più relativamente al contenuto scientifico di un saggio di tal fatta, ma c’è un altro aspetto che invece val la pena di evidenziare, ovvero il significato politico della sua presenza nella realtà culturale del nostro paese. Un significato che potrebbe - e dovrebbe - essere connesso al contesto di un buon uso della storia e della ricerca storiografica. Un uso che non si sottomette a semplificazioni e a strumentalizzazioni tese a confermare una qualunque, rassicurante dimensione identitaria della storia e della sua narrazione, ma attraversa e usa criticamente le fonti e, da una chiara posizione d’intellettuale contemporaneo, le interroga, le discute e scava in esse per attingere a dimensioni della storia problematiche, aperte, mai definite e feconde per il lettore. E se questo è vero sempre quando si studia e si racconta la storia, lo è ancora di più – soprattutto nel nostro paese - quando è la storia antica a esser fatta oggetto di analisi.

È intuitivo infatti quanto possa essere facilmente ridotto a dispositivo mitico, e di conseguenza influente, manipolatorio e manipolabile, il racconto del V/IV a.C. secolo ateniese: la natura della democrazia, la libertà di parola, la partecipazione al governo della polis, l’assegnazione per sorteggio delle magistrature, la demagogia imperante, l’imperialismo violento, l’ostilità e la lotta contro le oligarchie, l’amministrazione della giustizia e i processi, la diffidenza per gli stranieri e tanti altri aspetti di quella facies culturale che risuonano inevitabilmente in ciò che accade oggi. Ecco, di fronte a questo approccio identitario e ideologico alla ricerca storica e al racconto della storia (nella comunicazione, nella saggistica, nelle scuole), il saggio di Canevaro si eleva per l’attitudine a non accettare passivamente alcun racconto che (per quanto autorevole) non attraversi una rigorosa analisi delle fonti. Un’attitudine che si rivela magistrale (letteralmente), interessante, nutriente anche per il lettore non specialista, perché volta a comunicare una presenza intellettuale politicamente avvertita, aperta al dubbio, critica, che non si acquieta davanti ad alcun dispositivo mitico e che è esattamente ciò che serve a tenere in vita le nostre fragili democrazie e un sempre più osteggiato universalismo dei diritti.