Una fragile tregua che accontenta tutti nella guerra incomprensibile di Trump
Le due settimane di tregua sono state accolte positivamente da entrambi gli schieramenti. Ma ora Trump deve fare i conti con una guerra più lunga del previsto che nessuno voleva, nemmeno i suoi sostenitori

ANSA
La mediazione condotta nella notte dal Pakistan ha trovato i suoi frutti, con una tregua di due settimane stabilita tra gli Stati Uniti, Israele e la Repubblica Islamica dell’Iran. Tra i punti concordati, una lista programmatica di dieci punti presentata da Teheran, da discutere in vista dei negoziati di pace che avranno inizio questo venerdì ad Islamabad. La notizia di un cessate il fuoco, accolta positivamente dalle cancellerie di tutto il mondo, è stata accompagnata dalla graduale riapertura dello Stretto di Hormuz, di fatto ancora sotto il controllo iraniano. Tra i risultati più tangibili si annovera l’immediata risposta dei mercati, con un crollo del prezzo del petrolio a 93 dollari.
Non si riesce a capire tuttavia l’esito di questa guerra, caratterizzata sin dall’inizio dalle fragili motivazioni da parte americana e scandita dalle dichiarazioni erratiche di Donald Trump. L’annuncio della tregua, infatti, è stato seguito da rivendicazioni di vittoria da ognuna delle parti belligeranti, forse nel tentativo di rafforzare la propria posizione nei tavoli negoziali. Nella nebbia della guerra, tuttavia, alcune cose sono subito apparse evidenti. Tra queste, la scia di distruzione lasciata da un intervento militare osteggiato persino dai più alti vertici militari americani oltre che dai fedelissimi del tycoon, prontamente destituiti da Trump, secondo la logica del “o con me o contro di me”. Una logica tuttavia non applicabile al dissenso dell’opinione pubblica americana, in buona parte contraria all’intervento militare e consapevole della possibilità di una più grande destabilizzazione nel teatro mediorientale.