Una città sicura non è una città spenta

Roma non può scegliere tra sicurezza e socialità. La notte è lavoro, cultura e vita urbana: va governata con regole, trasporti, controlli e più responsabilità.

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ANSA

La notte viene troppo spesso banalizzata. Quando si parla di nightlife, movida, locali, spazi giovanili, si ha quasi sempre la sensazione che il dibattito pubblico si divida tra due caricature: da una parte chi considera ogni forma di socialità notturna un problema di ordine pubblico; dall’altra chi finge che non esista alcun problema e che basti difendere genericamente il diritto dei giovani a divertirsi.

Sono due letture sbagliate, perché entrambe semplificano una questione molto più complessa. Parlare della notte significa parlare di economia, lavoro, impresa, cultura, turismo, sicurezza, qualità della vita nei quartieri e diritto dei giovani a vivere la città. Significa interrogarsi sul modo in cui una grande capitale europea resta viva dopo una certa ora. Roma, da questo punto di vista, non può permettersi di non avere una visione.

Il settore dell’intrattenimento nella Capitale non è marginale. Secondo un documento di Asso Intrattenimento Lazio, parliamo di circa cento aziende tra discoteche, sale da ballo e night club, circa cinquemila lavoratori diretti e un valore economico diretto stimato in circa 150 milioni di euro l’anno, senza considerare l’indotto. Dunque, quando parliamo di notte non parliamo di un capriccio. Parliamo di una filiera. Di posti di lavoro. Di persone che investono, rischiano, pagano stipendi, pagano tasse, e che troppo spesso vengono raccontate soltanto come un problema.

Il primo errore da evitare è proprio questo: demonizzare chi fa impresa nel mondo della notte. Questo non significa dire che vada tutto bene. Non significa negare che i locali debbano avere responsabilità. Anzi. Chi opera in un settore economicamente importante, che incide sulla vita dei quartieri e sulla sicurezza delle persone, deve essere chiamato a fare la propria parte. Ma bisogna uscire dall’idea per cui il gestore di un locale sia automaticamente il nemico della sicurezza urbana.

Molto spesso è vero il contrario. Un locale autorizzato, controllato, con personale di sicurezza, accessi regolati e rapporti con le forze dell’ordine può essere un presidio. Non sempre, certo. Ma può esserlo. Ed è sicuramente più controllabile un locale legale di una piazza lasciata completamente a se stessa. Quando parliamo di sicurezza dobbiamo essere seri. È stato un errore, anche da parte della sinistra, lasciare questo tema a una sola parte politica. La sicurezza non è di destra o di sinistra. La sicurezza è un diritto. Anzi, è un diritto profondamente popolare.

Se una ragazza ha paura a tornare a casa la sera, quello è un tema sociale. Se un ragazzo rischia una coltellata fuori da un locale o in una piazza, quello è un tema sociale. Se un quartiere ogni weekend viene travolto dal caos, dagli schiamazzi e dal degrado, quello è un tema sociale. Non possiamo liquidarlo con sufficienza, né lasciarlo agli slogan.

Una città più sicura non è una città più spenta. È una città più governata. Governare la notte non significa chiuderla, reprimerla o pensare che basti vietare un evento, abbassare una serranda o spegnere un pezzo di città per risolvere il problema. Spesso, così facendo, il problema lo si sposta soltanto.

Lo abbiamo visto anche negli anni del Covid. I locali erano chiusi, ma il bisogno di socialità dei ragazzi non è scomparso. Si è spostato altrove, spesso in luoghi meno controllati, più esposti, più difficili da gestire. Questo dovrebbe insegnarci una cosa: quando spegni la notte legale, non spegni la notte. Rischi solo di renderla più fragile, più informale, meno sicura.

Per questo serve un patto tra pubblico e privato. Da una parte le istituzioni devono fare la loro parte: meno burocrazia inutile, regole più chiare, interlocuzione stabile, trasporti notturni, illuminazione, pulizia, presidi, collaborazione tra forze dell’ordine, operatori e territori. Dall’altra parte chi fa impresa nella notte deve investire in sicurezza, formazione, steward, prevenzione, gestione degli accessi, gestione dei deflussi, rapporto con i residenti. Non può esserci solo la richiesta di libertà d’impresa. Deve esserci anche responsabilità.

C’è poi un punto concreto, spesso sottovalutato. Il problema, molte volte, non nasce quando le persone entrano nei locali. Gli ingressi sono distribuiti, avvengono in momenti diversi della serata. Il problema nasce quando escono tutti insieme, alla stessa ora, e centinaia di persone vengono riversate contemporaneamente in strada.

Allora bisogna avere il coraggio di discutere anche di orari più intelligenti. Non per fare deregolamentazione selvaggia, ma per governare meglio i flussi. Se l’obiettivo è ridurre rumore, assembramenti, schiamazzi e conflitti con i residenti, una gestione più razionale degli orari può essere parte della soluzione. I residenti, infatti, non sono nemici della notte. Chi vive in un quartiere ha diritto a dormire, a non trovare la strada devastata, a non vivere ogni fine settimana come un assedio. Ma la risposta non può essere soltanto divieto, ordinanza, chiusura. Può essere insonorizzazione, dialogo con i comitati, controllo, trasporto pubblico notturno, presidio, gestione intelligente degli spazi.

Il tema degli spazi è centrale. Bisogna distinguere tra pubblico e privato. Sul privato esiste un principio di proprietà che va rispettato: se uno ha uno spazio suo, non possiamo pensare che la politica possa semplicemente decidere al posto suo. Questo però non significa che la città debba restare indifferente davanti a pezzi interi di patrimonio urbano lasciati vuoti per pura rendita.

Se qualcuno compra pezzi di città solo per tenerli fermi, aspettare che aumentino di valore e usarli come rendita, è legittimo che la città chieda qualcosa in più. Sarebbe più giusto abbassare le tasse a chi quegli spazi li affitta, li apre, li mette a disposizione, li fa vivere, e far pagare di più chi li tiene chiusi. Ma lasciamo un attimo da parte il privato e guardiamo al pubblico, perché lì la responsabilità è ancora più evidente. Roma è piena di spazi pubblici vuoti, abbandonati, non utilizzati. Spazi dello Stato, degli enti locali, di diversi livelli istituzionali. Luoghi che potrebbero diventare spazi di aggregazione, cultura, sport, musica, formazione, lavoro, socialità, e invece restano chiusi.

Perché restano chiusi? Spesso perché la politica ha paura di decidere. Ha paura degli affidamenti diretti, perché poi arriva il titolo: “li hanno dati agli amici”. Ha paura dei bandi, perché ogni bando richiede tempi, istruttorie, procedure, controlli, ricorsi, complicazioni. E così alla fine non si fa né l’una né l’altra cosa. Non si affida direttamente, non si fa il bando, non si decide. E lo spazio resta vuoto.

Ma uno spazio vuoto non è neutro. Uno spazio vuoto spesso diventa degrado, abbandono, insicurezza, occasione persa. La politica deve tornare ad assumersi la responsabilità delle scelte. Se affidi male uno spazio, ne rispondi davanti ai cittadini. Se fai una scelta sbagliata, gli elettori ti giudicano. Ma non possiamo pensare che la soluzione sia lasciare tutto chiuso, immobile, inutilizzato, per paura di sbagliare.

Le città sicure sono città vissute. Gli spazi vissuti sono più sicuri degli spazi abbandonati. Naturalmente bisogna guardare anche ai modelli internazionali. Londra, Amsterdam, Parigi, Berlino, Madrid: tutte le grandi capitali si sono poste il problema di come governare la notte, di come far convivere intrattenimento, turismo, residenti, sicurezza, impresa e cultura.

Ma bisogna evitare un errore che in Italia facciamo spesso: pensare che tutto quello che viene da fuori sia automaticamente migliore. Non è così. Roma non è Amsterdam, non è Berlino, non è Londra. Roma ha una dimensione, una storia, una geografia urbana e una complessità tutte sue. Prendere ispirazione è giusto. Studiare le esperienze degli altri è necessario. Fare copia e incolla sarebbe sbagliato.

Le cosiddette night zone, ad esempio, possono avere un senso in alcuni contesti. Ma se immaginassimo di concentrare tutta la notte romana in una sola area periferica, rischieremmo di creare più problemi di quanti ne risolviamo. Sarebbe come dire a un ragazzo di Ponte Milvio, di Monteverde, di San Giovanni o del centro: se vuoi uscire, devi andare sempre dall’altra parte della città. Non è una politica urbana, è una rimozione del problema.

Roma deve costruire un suo modello. Non un modello ideologico. Un modello pragmatico. Un modello in cui la notte venga riconosciuta come parte della città, non come una deviazione da tollerare finché non dà fastidio. Un modello in cui gli operatori non siano trattati come nemici, ma come soggetti da responsabilizzare. Un modello in cui i residenti non siano trattati come ostacoli, ma come cittadini da tutelare. Un modello in cui i giovani non siano raccontati sempre come problema, ma nemmeno deresponsabilizzati.

Qui si arriva a un punto decisivo: la responsabilità. Abbiamo parlato della responsabilità della politica, che deve decidere e non può lasciare gli spazi vuoti per paura. Abbiamo parlato della responsabilità dei locali, che devono essere messi nelle condizioni di lavorare, ma devono anche investire in sicurezza e prevenzione.

Bisogna parlare anche della responsabilità della nostra generazione. Ho una grandissima considerazione dei giovani. Talmente grande che sarei favorevole ad abbassare la maggiore età a sedici anni. A sedici anni, per me, una persona può votare, partecipare pienamente alla vita pubblica, essere protagonista della città, avere diritti, voce, spazio, fiducia. Però proprio perché ho questa considerazione, penso che ai diritti debba corrispondere anche una responsabilità piena.

Se diciamo che a sedici anni una persona è abbastanza matura per votare, scegliere e incidere nella vita democratica, allora dobbiamo anche dire che a sedici anni non può essere trattata sempre come se non fosse responsabile delle proprie azioni. Se un ragazzo esce con un coltello, va in una piazza, litiga con un coetaneo e lo colpisce al petto, quella non è una ragazzata. Non è un incidente di percorso. Non è una bravata. È un fatto gravissimo. Su fatti così gravi la società deve dare un messaggio molto chiaro: più diritti, più fiducia, più spazi, sì. Ma anche più responsabilità.

Questa non è una posizione contro i giovani. È l’esatto contrario. È una posizione che prende i giovani sul serio. Perché il modo peggiore di trattare i giovani è considerarli eternamente bambini quando sbagliano e adulti solo quando ci fa comodo.

Alla fine, tutto si tiene. La notte non va demonizzata, ma non va nemmeno idealizzata. La sicurezza non va usata come clava ideologica, ma non va nemmeno negata. Gli imprenditori non vanno criminalizzati, ma devono fare la loro parte. I giovani non vanno trattati come un problema, ma devono essere responsabilizzati. I residenti non vanno messi contro la città viva, ma devono essere tutelati.

La sfida è costruire una città che non abbia paura della propria notte. Una città sicura non è una città che spegne le luci. È una città che sa tenerle accese nel modo giusto. Che distingue chi lavora da chi delinque, chi crea valore da chi crea degrado, chi investe da chi devasta. Una città che non lascia soli né i ragazzi, né gli imprenditori, né i residenti, né le forze dell’ordine.

Per questo la politica deve occuparsi molto di più della notte. Non solo dopo un fatto di cronaca, non solo quando esplode una polemica, non solo quando c’è da firmare un’ordinanza. Deve farlo prima, con una visione, con strumenti, con coraggio.

I partiti dovrebbero misurarsi di più su questo terreno. Perché la notte non è un tema minore, non è una parentesi folkloristica, non è solo movida. È una parte essenziale della città contemporanea. Roma ha bisogno di meno ideologia e di più governo della complessità. E la notte, se presa sul serio, può diventare non un problema da rimuovere, ma una parte della soluzione: più spazi, più lavoro, più cultura, più sicurezza, più città.

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