Un socialismo della programmazione e della partecipazione

Riflessioni a partire da "Il Capitale contro lo Stato" (Feltrinelli, 2026) di Massimo Florio

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Il Capitale contro lo Stato (Feltrinelli, 2026) è un libro utilissimo. Come contributo scientifico e ancor prima sul terreno politico. La critica che Massimo Florio rivolge a quella che per un ventennio abbiamo chiamato «terza via» può essere assunta come premessa teorica e politica. A partire dalla metà degli anni Novanta, come negli Stati Uniti anche in Europa le forze del centro-sinistra di governo hanno assunto non più come variabili orientabili dalla politica ma come vincoli oggettivi e neutrali il primato del mercato come unico allocatore efficiente delle risorse; la disciplina di bilancio; la depoliticizzazione della moneta affidata a banche centrali indipendenti orientate alla sola stabilità dei prezzi; e la flessibilizzazione del lavoro come strumento di “occupabilità”.

Su queste basi la terza via ha contribuito a ridisegnare — nella cultura politica del centro-sinistra italiano e, nella misura in cui ha governato, anche nel Paese — il ruolo dello Stato, rinunciando all’idea che esso potesse contribuire a trasformare la struttura economica e riducendo l'azione pubblica alla regolazione e a un welfare più selettivo e condizionato, più leggero e più flessibile, aperto a sua volta al privato. Malgrado Florio quantifichi un impatto sulla spesa complessivamente modesto, in Italia questa impostazione ha accompagnato e portato a compimento le grandi privatizzazioni, ha aperto la strada alla flessibilizzazione del mercato del lavoro, ha ispirato la riorganizzazione dei servizi sociali all’interno di un sistema integrato tra pubblico e privato, e ha segnato un lungo percorso fino al Jobs Act e al pareggio di bilancio in Costituzione.

Nel 1999 Blair e Schröder firmarono un documento comune che chiedeva allo Stato di tenere il timone e di lasciare i remi al mercato. È impossibile non rilevare come anche il nascente Pd, nel 2007, ne abbia fatta propria l’impostazione, sancendo nel proprio Manifesto dei valori che il «compito dello Stato non [fosse] interferire nelle attività economiche, ma fissare le regole». Il tempismo è — soprattutto se letto a posteriori — notevole: il Manifesto venne approvato nel febbraio 2008, sei mesi dopo lo scoppio della crisi dei subprime e sette mesi prima del fallimento di Lehman Brothers, nell’anno che ha segnato la vera svolta nella storia economica recente, aprendo la crisi del consenso neoliberale da cui è maturato, nel decennio successivo, il riorientamento del ruolo dello Stato in tutto l'Occidente, con il ritorno delle politiche industriali dopo decenni di oblio e di politiche commerciali più assertive o persino aggressive.

Fare definitivamente i conti con quella stagione e con quell’impostazione di cultura economica è la precondizione per avanzare, nella nuova fase, una diversa proposta politico-economica.

Con quale orizzonte? La politica è l’intersezione tra visione strategica e intervento attivo e protagonistico dei corpi collettivi. Pensiero lungo che, organizzandosi, irrompe nella storia.

Il libro di Florio riparte dalle misure che chiudono la seconda sezione del Manifesto di Marx ed Engels del 1848 e si conclude con un’allusione al socialismo. Un socialismo inteso evidentemente come orizzonte e come processo. In alcuni passaggi del testo Florio chiama in causa la categoria di “transizione”, a indicare un processo, appunto, nel quale convivono e si scontrano elementi di capitalismo ed elementi di socialismo. Lo fa collocandosi in rapporto a una lunga tradizione che attraversa la cultura marxista occidentale (dal dibattito tra Dobb e Sweezy sul passaggio dal feudalesimo al capitalismo alla via italiana al socialismo) e non solo, dalla NEP fino alla Cina che dalle quattro modernizzazioni di Deng arriva sino a oggi.

Una delle ipotesi fondamentali che il libro di Florio vuole verificare è quella secondo cui lo Stato contemporaneo, nelle economie più sviluppate, avrebbe oltrepassato i limiti di una pacifica convivenza con il capitalismo. A partire da questo suggerisce di lavorare per far germogliare, dentro il modo di produzione capitalistico, uno Stato post-capitalista, un «modo di produzione pubblico potenzialmente autonomo dal capitale». Si tratta di una suggestione potente, per una prospettiva alla quale occorre dare sostanza.

Per introdurre elementi di socialismo nel sistema è decisivo a mio giudizio innanzitutto uno strumento: la programmazione. Nel trentennio glorioso l'economia mista europea ha ampiamente dimostrato che il mercato da solo non è in grado di coordinare gli investimenti strategici né di governare le grandi trasformazioni. Esperienze come la pianificazione indicativa francese o il sistema delle partecipazioni statali in Italia hanno rappresentato vertici di capacità direttiva dello Stato: pur muovendosi in una cornice di stabilizzazione e modernizzazione capitalistica, esse hanno provato che la produzione e i grandi flussi di capitale possono essere orientati da decisioni pubbliche e da obiettivi collettivi. Si tratta di compiere un salto di qualità: recuperare la forza tecnica e strategica di quegli strumenti negoziali e programmatori, rovesciandone gradualmente la funzione sociale. Non più una programmazione limitata ad assorbire i fallimenti del mercato, ma un vero e proprio socialismo della programmazione, con un intervento pubblico strutturale che modifichi progressivamente la distribuzione del potere economico, rafforzi il controllo pubblico sulle scelte strategiche e allarghi la partecipazione democratica alle decisioni sulla produzione. In quest’ottica ogni scelta andrebbe concepita come una porzione di riforma di struttura: misure praticabili che spostano i rapporti di forza e aprono la strada a trasformazioni successive.

Florio ci aiuta a individuare alcuni assi di questo processo. Il primo è la difesa e l'estensione dello Stato sociale. Il secondo è un utilizzo intelligente della leva fiscale, restituendo progressività a un sistema che l'ha persa tra flat tax, cedolari e regimi forfettari; combattendo evasione ed elusione; introducendo un'imposta progressiva sui grandi patrimoni e rafforzando quella su donazioni e successioni, nel solco delle proposte di Piketty e Zucman. Il terzo - ed è uno degli elementi più originali del suo lavoro - è l'allargamento della composizione delle entrate dello Stato, con un ruolo maggiore delle entrate extra-tributarie, facendo rendere di più e meglio la ricchezza pubblica. Il quarto, che del terzo è anche una condizione, è un impegno più diretto dello Stato nell'economia produttiva.

Florio insiste con un’argomentazione convincente sul ruolo di quelle che — andando oltre la proprietà in sé e il controllo societario e spostando l’enfasi sulle finalità dell’iniziativa economica — definisce “imprese a missione pubblica”. Condivido l'impostazione, anche se la proprietà pubblica — o quantomeno il controllo di una quota determinante di capitale — rimane a mio avviso in molti casi la condizione materiale necessaria affinché la missione si realizzi.

Per spiegare questa preferenza, ed evitare al contempo un equivoco che una lettura affrettata del testo potrebbe generare, occorre articolare con attenzione il rapporto tra dimensione della spesa e controllo effettivo del patrimonio. Nel sostenere una delle tesi più forti del libro, Florio (all’interno di un filone che a partire dalla "legge dell'attività crescente dello Stato" di Adolph Wagner di fine Ottocento lega studi e interpretazioni pur molto differenti tra loro, da Peacock e Wiseman a Rodrik, fino a Tanzi, Lindert e molti altri) misura la spesa totale delle amministrazioni pubbliche in rapporto al PIL, mostrando come nell’ultimo secolo lo Stato sia costantemente cresciuto.

Misurata così — attraverso una spesa totale che accorpa erogazione di servizi essenziali (sanità, scuola, sicurezza), trasferimenti sociali, interessi sul debito e investimenti pubblici —, la presenza dello Stato è indubitabilmente e progressivamente cresciuta. Negli ultimi decenni, tuttavia, l'espansione della spesa è stata trainata in misura crescente dalle componenti correnti e dai salvataggi emergenziali, a discapito dell'accumulazione di capitale fisso, che è stata drasticamente compressa. Questa misura ha inoltre un limite strutturale: come ricorda lo stesso Florio, per costruzione lascia fuori le imprese pubbliche, che nei conti nazionali rientrano nel settore delle società, distinto da quello delle amministrazioni. Lo Stato produttore e imprenditore, cioè, resta invisibile.

Se a questa misura di flusso affianchiamo quindi un'analisi degli stock (la ricchezza pubblica netta, cioè il valore di tutto ciò che le amministrazioni pubbliche possiedono, comprese le partecipazioni nelle imprese, al netto del debito), lo Stato proprietario torna visibile ed emerge un quadro complementare e decisivo per la proposta politica. Da questo punto di vista, dagli anni Ottanta in poi la ricchezza pubblica netta ha subito una contrazione drammatica nelle economie occidentali. Come documenta il World Inequality Report, negli USA e nel Regno Unito è diventata negativa, mentre in Germania e Francia è solo leggermente positiva (a fronte di una ricchezza privata salita dal 200-350% al 400-700% del reddito nazionale). Questo impoverimento dello Stato è l'effetto combinato di due fattori distinti: da un lato l'accumulo del debito pubblico, che agisce come passività finanziaria erodendo il saldo netto complessivo; dall'altro le privatizzazioni, spesso a prezzi di realizzo e senza un corrispondente reinvestimento, e un sottoinvestimento cronico (in Italia gli investimenti delle amministrazioni pubbliche in capitale fisso sono scesi dal 3-4% del PIL dei primi anni Novanta a poco più del 2% alla fine degli anni Dieci).

Cosa significa questo? Che lo Stato è cresciuto come spesa (cioè come pagatore, redistributore e assicuratore) ma è arretrato come proprietario e produttore diretto di valore.

Per invertire questa tendenza è necessario ripensare lo Stato come soggetto capace di creare direttamente valore produttivo. Del resto, il dato OCSE citato da Florio — secondo cui 126 delle prime 500 imprese mondiali sono a partecipazione statale — va letto nella sua reale geografia: 86 di queste sono cinesi, mentre le restanti sono per lo più colossi energetici o finanziari di Paesi emergenti (Arabia Saudita, India, Brasile) o grandi imprese europee dell'energia, delle reti e dei trasporti (come EDF o le ferrovie). Se l'Occidente intende programmare la transizione, la sola leva regolatoria e di spesa non basta più: serve ricostruire uno stock di capitale pubblico industriale.

Il caso dell’ex Ilva è un ottimo banco di prova del ragionamento che propongo. Essa va nazionalizzata, perché solo lo Stato può farsi carico di tre obiettivi che nessun privato ha saputo o voluto sin qui conciliare. Il primo è la produzione strategica. L'acciaio primario è la base di tutta la manifattura italiana, dall'automotive alla meccanica, dalla cantieristica alle infrastrutture per la transizione. Senza Taranto, e senza Cornigliano e Novi Ligure che ne lavorano i coils, la seconda manifattura d'Europa dipenderebbe dalle importazioni.

Il secondo è la decarbonizzazione. Passare dall'altoforno ai forni elettrici e al preridotto richiede investimenti di miliardi con ritorni a lunghissimo termine: è capitale paziente e — come è noto — il mercato di capitale paziente ne fornisce poco.

Il terzo è nel rapporto tra salute, lavoro e produzione. A Taranto per anni si è dovuto scegliere tra il diritto alla salute e il diritto al lavoro. Solo un soggetto pubblico che risponda ai cittadini e non agli azionisti può conciliare il risanamento ambientale, i livelli occupazionali di migliaia di lavoratori diretti e dell'indotto e un piano industriale di lungo periodo.

Ma anche ammesso di riuscire a riportare nella disponibilità dello Stato l'industria siderurgica, come si governano le partecipazioni pubbliche? Da questo punto di vista Florio propone uno strumento su cui è assolutamente decisivo insistere: un'Agenzia per le Partecipazioni che restituisca allo Stato la definizione della linea politica e degli investimenti che andrebbero orientati alla transizione, ai livelli occupazionali e alla ricerca. Pena il proseguire del paradosso a cui stiamo assistendo, con uno Stato che, pur detenendo quote di partecipazione importanti, si rende corresponsabile di scelte che danneggiano il Paese. È capitato con Eni Versalis, che ha deciso di dismettere gli impianti di Priolo, Brindisi e Ragusa e dunque di smantellare la chimica di base, con un danno clamoroso per l'intero sistema produttivo. E accade con l'energia: con prezzi tra i più alti d'Europa, lo Stato, primo azionista di Enel ed Eni, si limita a incassare dividendi, senza usare il proprio peso per orientare prezzi e investimenti. Vale la pena ricordare, per esempio, che durante la crisi del 2022 la Francia obbligò EDF a vendere una quota maggiore della sua produzione nucleare a prezzo regolato e contenne per legge gli aumenti delle bollette; poi, nel 2023, ne completò la nazionalizzazione.

Insomma, un nuovo ruolo dello Stato e del pubblico appare davvero inevitabile per fronteggiare il capitalismo oligopolistico e oligarchico dei nostri tempi. Come ricorda Florio, nei principali Paesi europei, tra il 2000 e il 2019, la quota di mercato delle prime quattro imprese di ciascun settore è passata dal 26 al 32 per cento. Secondo il Fondo monetario, nelle economie avanzate i margini sui prezzi sono cresciuti dal 2000 di quasi l'8 per cento. Emiliano Brancaccio ha mostrato che meno del 2 per cento degli azionisti controlla l'80 per cento del valore delle società quotate nel mondo, e che dopo la crisi del 2007 questa centralizzazione è cresciuta di oltre il 20 per cento. Al vertice di questa rete si collocano pochi grandi gestori, da BlackRock a Vanguard, con una proprietà azionaria amministrata a sua volta fortemente concentrata: negli Stati Uniti il 10 per cento più ricco delle famiglie detiene circa il 90 per cento delle azioni. La concentrazione della ricchezza, che allarga la forbice tra il vertice della distribuzione e il resto della società, procede dunque di pari passo con la concentrazione e la centralizzazione dei capitali, e porta con sé la concentrazione del potere politico nelle mani di pochi multimiliardari: è la saldatura tra oligopolio e oligarchia. Ed è la negazione più radicale della democrazia. Perché rivendicare contro l’oligarchia e l’oligopolio proprio il ruolo e la forza dell’intervento pubblico? Non solo per un’antinomia sostanziale, giacché solo lo Stato e l'economia pubblica possono garantire obiettivi sociali come la piena occupazione, i salari alti, il sostegno della domanda. Ma anche perché nella storia la forza dell’economia pubblica ha quasi sempre accompagnato tassi di crescita più alti, come dimostra ancora una volta il caso dell’Europa occidentale che, tra il 1950 e il 1973, è cresciuta di quasi il 5 per cento l'anno, più del doppio dei decenni successivi.

Quando parliamo di Stato, peraltro, parliamo anche della dimensione europea. È del tutto evidente che il pubblico viva e debba vivere anche a quel livello. E se, per intuitive ragioni di carattere competitivo, serve una scala maggiore, allora occorre lavorare per un'Europa capace di diventare un grande soggetto politico, una grande forza economica. Questo oggi significa tre cose. In primo luogo, un'Europa dotata di una vera capacità fiscale comune. Il bilancio europeo vale oggi intorno all'1 per cento del reddito nazionale lordo. La proposta della Commissione per il quadro 2028-2034 lo porta a circa l'1,26 per cento. Serve almeno un ulteriore punto di PIL di capacità fiscale comune, finanziato da risorse proprie progressive: imposte sui grandi patrimoni, sulle transazioni finanziarie, sui guadagni di capitale e sui servizi digitali. Serve soprattutto — come propongono da tempo gli studi di Massimo Amato — un’Agenzia europea del debito che renda l'emissione comune una componente ordinaria dell'architettura finanziaria europea.

In secondo luogo l'Europa ha bisogno di una capacità industriale propria: campioni europei pubblici e grandi infrastrutture pubbliche europee. In questa direzione alcune proposte di Florio sono fondamentali, a partire da Biomed Europa, un'agenzia pubblica sovranazionale alternativa a Big Pharma, che faccia ricerca e produca farmaci e vaccini secondo finalità pubbliche. Lo stesso vale per il digitale, dove occorre costruire — come ho già scritto altrove — un consorzio, un soggetto pubblico europeo capace di sviluppare dati, capacità di calcolo, infrastrutture e piattaforme alternative a quelle delle Big Tech.

Infine, un'Europa che vuole essere soggetto politico ed economico all'altezza delle sfide del presente e del futuro ha bisogno di autonomia in politica estera, cioè della capacità di anteporre la diplomazia alle armi, invertendo la direzione di marcia della Commissione von der Leyen, che ha sin qui consentito l'attivazione della clausola di salvaguardia nazionale del Patto di stabilità per la spesa militare e creato uno strumento di prestiti da 150 miliardi per il riarmo.

Quest'ultimo terreno mostra ancora meglio come le grandi scelte di politica economica (a quale spesa concedere flessibilità, dove orientare il debito comune) dipendano dai rapporti di forza e dagli interessi che riescono a farsi valere. Diventa allora decisiva un'ultima questione, su cui Florio non rinuncia a interrogarsi: come mobilitare la società verso un programma di politica economica di ispirazione socialista. La sua risposta è un'alleanza politica tra lo Stato e l'intelligenza collettiva delle comunità di lavoro e dei territori. Ed è una risposta coerente con un’evidenza: quello che lui definisce lo Stato post-capitalista, il socialismo della programmazione per come lo intendo, non può funzionare senza partecipazione. Se non contiene cioè un programma di democrazia economica.

Anche un'impresa pubblica che risponde soltanto al ministero rischia infatti di diventare un'altra forma di potere separato dalla società in assenza di istituti interni, come i consigli del lavoro e della cittadinanza proposti dal Forum Disuguaglianze e Diversità, che diano a lavoratori e comunità locali voce sulle scelte strategiche delle grandi imprese, a partire dagli effetti su occupazione, ambiente e territorio. Ma la democrazia economica passa anche dai partiti, perché un’alleanza di quella natura ha bisogno di qualcuno che la organizzi: senza corpi intermedi il rapporto tra Stato e comunità si riduce a una consultazione dall’alto, magari operata attraverso la disintermediazione affidata al leader carismatico di turno.

Anche su questo il libro di Florio è illuminante, perché insiste esattamente sul lavoro politico che i partiti dovrebbero svolgere nei luoghi della società e della comunità, per mappare i bisogni e rispondervi.

Con un’avvertenza che è necessario aggiungere: la sinistra che tra gli anni Ottanta e i Duemila si è innamorata dello Stato minimo e del pensiero debole, rinunciando a un progetto forte di trasformazione, è la stessa che ha teorizzato e praticato il partito liquido e il partito leggero: se non c'è più una società da cambiare, basta un comitato elettorale intorno a un leader. Per reinsediare la sinistra, un progetto, un programma e ancora prima una nuova pedagogia della politica e della cultura nelle casematte della società, occorrono invece partiti radicati, presenti, capaci di organizzare. Partiti che pensino meno ai destini individuali e alle carriere dei singoli dirigenti e più alla costruzione di un progetto, meno al potere inteso come privilegio e più al governo come mezzo per cambiare la vita di milioni di donne e uomini, meno al governo come ossessione di comandare e più al potere come grande questione politico-filosofica della modernità. Come conquistare lo Stato, come cambiarlo.

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