Un fisco più giusto per una società meno diseguale
Dal saggio di Gaetano Lamanna una critica al fisco diseguale e alla “Repubblica dei bonus”, tra crisi del welfare, grandi patrimoni e rilancio della progressività.

ANSA
Il tema della giustizia fiscale come antidoto alle crescenti disuguaglianze sociali, da tempo sostenuto dai vari movimenti che si riconoscono nello slogan “tax the rich”, sta acquisendo negli ultimi mesi un’inedita centralità nella politica istituzionale. A questo proposito si possono citare i provvedimenti del sindaco di New York, Mamdani, e la piattaforma elettorale di Zack Polansky, astro nascente della sinistra britannica. In Italia, la questione fiscale sembra ancora un tabù per i partiti politici dello schieramento progressista, nonostante l’esistenza di un ampio dibattito nella società civile sulle distorsioni generate dall’attuale sistema tributario.
A tale dibattito contribuisce il recente volume "Ricchezza privata e miseria pubblica. Questione fiscale e disuguaglianze" di Gaetano Lamanna (Castelvecchi, 2025), che ha il merito di porre la questione fiscale al centro di una più ampia riflessione politica, a partire da una delle contraddizioni più evidenti delle economie avanzate: l’apparente paradosso di società sempre più ricche ma al contempo più fragili, diseguali e impoverite sul piano collettivo. Il titolo stesso del libro richiama esplicitamente la critica dell’autore al principio fondativo della trickle-down economy, ossia l’idea secondo cui la crescita della ricchezza nelle fasce più alte della popolazione abbia ricadute positive sull’intero sistema sociale, grazie a un presunto effetto di “sgocciolamento”.
Il fallimento di tale principio, sottolinea Lamanna, è ormai sotto gli occhi di tutti: negli ultimi quarant’anni si è verificata una crescente divaricazione tra accumulazione privata e impoverimento della sfera pubblica. In questo quadro, la “miseria pubblica” evocata nel titolo assume un significato preciso: non si tratta di una riduzione quantitativa delle risorse disponibili per lo Stato, ma di un indebolimento complessivo della capacità delle istituzioni di garantire servizi, diritti e opportunità.
I pilastri del welfare state, a cominciare da sanità e istruzione, risentono di un cronico sottofinanziamento, direttamente collegato alle politiche fiscali. Non si tratta dell’effetto inevitabile di vincoli economici, bensì del risultato di precise scelte politiche, spesso giustificate da narrazioni di efficienza e modernizzazione. La crescita della ricchezza privata, lungi dal compensare questa carenza, finisce per accentuare le diseguaglianze, alimentando sistemi paralleli di welfare privato in cui l’accesso a servizi di qualità dipende sempre più dalle risorse individuali.
Dal punto di vista teorico, il libro si inserisce nel solco di una tradizione critica ben riconoscibile. Si avvertono l’influenza keynesiana, nella centralità attribuita alla domanda e al ruolo dello Stato, elementi della critica marxiana, soprattutto nella lettura dei rapporti tra capitale e lavoro, e richiami agli studi contemporanei sulle disuguaglianze, come quelli di Piketty. Lamanna, tuttavia, non si limita a sintetizzare schemi preesistenti. Il suo obiettivo è pragmatico: richiamare l’attenzione sull’equità fiscale come strumento di giustizia distributiva nel contesto del capitalismo contemporaneo. Il libro non ha il tono neutrale e distaccato di un trattato accademico, né la coerenza programmatica di un manifesto politico. Il testo si presenta piuttosto come un saggio “impegnato”, rigoroso ma facilmente accessibile al pubblico, in cui la dimensione analitica è funzionale alla rivendicazione di una giustizia sociale perseguibile mediante una maggiore equità fiscale.
L’analisi, pur tenendo conto del contesto globale, si concentra sul caso italiano e si articola su più livelli. Lamanna propone innanzitutto una lettura storica delle politiche fiscali, ricordando che l’applicazione del principio di progressività, enunciato dalla Costituzione, è una conquista relativamente recente, risalente alla riforma tributaria del 1973 che istituì l’Irpef. La progressività dell’imposta, che inizialmente prevedeva ben 32 scaglioni di reddito, è stata ripetutamente ridotta dalle successive riforme, fino all’attuale configurazione che prevede solo 3 aliquote. La graduale neutralizzazione dell’effetto redistributivo dell’imposta sul reddito non è casuale, ma si inserisce perfettamente nel contesto dei “quaranta ingloriosi”, che, a partire dagli anni Ottanta, hanno sancito l’affermazione del paradigma neoliberale a livello globale.
Nell’analizzare le ragioni del graduale smantellamento delle conquiste sociali del secondo dopoguerra, Lamanna non lesina critiche alla propria parte politica. Giustificare l’impasse della sinistra con la forza dirompente del pensiero liberista, che ha conquistato circoli accademici e leader politici di ogni tendenza, non è sufficiente. L’impatto del neoliberal turn sui rapporti sociali e di potere, secondo l’autore, sarebbe stato meno devastante se gli epigoni del PCI non avessero operato un taglio netto con il proprio passato. La sostituzione della “via italiana al socialismo” con un generico “riformismo” ha aperto la strada alla creazione di un partito “leggero”, privo della capacità politica e culturale di definire obiettivi chiari, realizzabili e in grado di mobilitare l’azione collettiva.
La perdita di radicamento nella società e la debolezza dei movimenti di sinistra sono state abilmente sfruttate dalle forze conservatrici e di destra. Il nuovo modello di relazioni tra economia e politica vede quest’ultima nel ruolo di parte debole, mera esecutrice dei desiderata espressi dai mercati finanziari, dalle società multinazionali e dai colossi dell’economia digitale. I ceti subalterni, privi di rappresentanza, hanno perso ogni possibilità di incidere sui processi decisionali. In campo tributario, questa subordinazione della politica si traduce in un fisco à la carte, sempre più parcellizzato in un groviglio di sgravi e detrazioni, espressione della capacità di influenza politica esercitata da lobbies e gruppi di interesse.
Combattere l’evasione e tassare i grandi patrimoni, ossia le ricette rivendicate a livello globale dai movimenti “tax the rich”, sono solo i primi passi verso una maggiore equità fiscale. L’abbandono della progressività ha comportato una pressione fiscale asimmetrica tra profitti, rendite e salari, determinando una sottrazione sistematica di quote di reddito al lavoro dipendente, accentuando le diseguaglianze e aggravando la crisi dello stato sociale. Solo ripartendo il carico fiscale in misura più equa è possibile attuare una vera politica redistributiva, per la quale è necessario ripristinare una più decisa stratificazione degli scaglioni di reddito ai fini delle imposte dirette.
Una vera riforma fiscale in Italia non può prescindere dal contesto europeo, in cui la concorrenza tra i sistemi fiscali per attirare capitali e investimenti con tassazioni favorevoli sta minando alle fondamenta la già fragile costruzione sovranazionale. Secondo Lamanna, non è necessaria soltanto un’armonizzazione fiscale per contenere gli effetti della libera circolazione dei capitali, ma è arrivato il momento in cui l’Unione europea possa disporre di propri strumenti fiscali. La costruzione di un fisco unitario consentirebbe di colmare, almeno in parte, il cronico deficit democratico che affligge le istituzioni europee: senza il “rapporto d’imposta” tra cittadini e istituzioni, manca infatti il presupposto per la partecipazione e il controllo delle scelte attuate dagli organismi sovranazionali, a cominciare da quelle relative alle spese per gli armamenti.
Un ulteriore elemento del libro di Lamanna è la critica all’idea, spesso condivisa anche dalla sinistra contemporanea, secondo cui l’aumento della spesa pubblica, perlopiù alimentata dal debito, abbia a priori un effetto positivo sull’economia e sulla redistribuzione del reddito. Negli anni del neoliberismo, in realtà, la spesa pubblica in Italia non è affatto diminuita, ma ha piuttosto cambiato destinazione. Invece di finanziare le politiche sociali e il welfare state, si è dispersa in mille rivoli, alimentando con regalie e agevolazioni quella che Lamanna definisce efficacemente la “Repubblica dei bonus”, un sistema che favorisce inevitabilmente le categorie in grado di esercitare una maggiore pressione politica.
Il dibattito contemporaneo sul cosiddetto “ritorno” dello Stato, alla luce della crescente mole di spesa pubblica, risulta dunque fuorviante e parziale. Assodato che esiste una forte correlazione tra Stato fiscale e Stato sociale, è necessario agire, da un lato, spostando il peso del prelievo fiscale dal lavoro ai profitti e alle rendite, e dall’altro, riorientando i flussi di spesa pubblica per rafforzare i servizi essenziali e il reddito di lavoratori, pensionati e disoccupati.
Le ricette proposte da Lamanna sono ambiziose e richiedono una notevole dose di coraggio per essere sostenute da uno schieramento politico. In tempi recenti, le timide ipotesi di una tassazione sui grandi patrimoni sono state fermamente respinte da buona parte del mondo politico, inclusi molti esponenti di quello che dovrebbe diventare il campo largo progressista. Tuttavia, l’aumento delle disuguaglianze e le difficoltà economiche di ampi strati della popolazione richiedono misure urgenti. La prossima competizione elettorale ci dirà se i tempi sono maturi per includere la giustizia fiscale tra gli obiettivi della sinistra italiana.
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