Ultimo, Tor Vergata e quella domanda popolare che la politica ignora

Il concerto di Tor Vergata mostra una domanda di comunità e riscatto che la politica non può liquidare con snobismo, se vuole capire il Paese reale davvero.

Goffredo BettiniIl Punto
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ANSA

Ultimo a Roma. 250.000 spettatori paganti. Il più grande concerto di musica svolto in Italia. Tutto senza incidenti. L’Amministrazione comunale può essere davvero soddisfatta. L’Assessore ai grandi eventi Alessandro Onorato ancora di più, perché è stato l’inventore e l’esecutore di questo appuntamento. L’insieme delle forze dell'ordine e dei servizi comunali vanno ringraziati. Si sono prodigati in modo esemplare. Certo, tutto si può migliorare. Vanno accolti i rilievi che vanno in questo senso. Ma nel complesso la prova è stata superata con 110 e lode.

Non è questo, tuttavia, l’oggetto di qualche considerazione che ho voglia di proporre. E mi interessa fino ad un certo punto il fatto che Ultimo, come cantante, possa più o meno piacere. A me è simpatico, mi pare vitale, pulito, autentico. Della sua musica mi piacciono alcune canzoni. Alba mi pare la più bella. E mi commuove.

Oggi mi va di ripetere il semplice ragionamento che mi portò a difenderlo, quando gran parte della stampa lo prese di mira al Sanremo di qualche anno fa. Avvertii ingiusto assumere verso di lui un vezzo intellettualistico, un pregiudizio sulla scarsa qualità, un'antipatia inflessibile nei confronti di quella spontaneità, tutta romana, che può apparire arroganza, superbia o menefreghismo. Mentre è solo la corazza esteriore di un amor proprio ferito, di una fragilità nascosta.

Ultimo non si “impiccia” di politica. Ma sono io che intendo “impicciarmi” di lui. La sinistra un tempo tentava di capire i grandi fenomeni di massa e della cultura popolare. Ora appare spesso elitaria e con la puzza sotto al naso.

Che cosa ha significato il grande appuntamento di Tor Vergata? Cose semplici. Voglia di stare insieme a tanti, con idee diverse e di diverse età. Voglia di stare insieme per combattere la solitudine, la cifra della modernità. Voglia di stare insieme per unirsi con gli altri tramite sentimenti basici, ingenui, ma sempre più rari. Prima di tutto il sentimento del riscatto di una speranza.

Per tanti cittadini questo è decisivo. Il loro orizzonte è sempre più basso e soffocante e sognare non è solo attesa di un futuro migliore. Piuttosto un cambiamento già ora e subito, di una condizione esistenziale: che migliora di qualità nel momento in cui è attraversata e mobilitata da passioni che scuotono.

Ma perché l’orizzonte è chiuso? Perché lo sviluppo di oggi tende a trasformare tutti in consumatori, atomizzati, passivi, plasmati da modelli di vita competitivi, cinici e privi di ogni spiritualità.

Dunque, non mi pare poco che il concerto di Ultimo abbia rappresentato qualcosa di diverso. Occorre suonare tutti i tasti del nostro pianoforte politico, umano e culturale: avere nei confronti di ogni testimonianza vitale, di sentimenti semplici, spontanei, avvertiti come autentici, è un nostro dovere. Ci vuole generosità, sensibilità e accoglienza. Ci vuole una politica ricca, che non abbia al centro solo la manovra o la conquista del potere. Perché la partita non è solo sul governo, ma chiama in causa il senso comune, gli orientamenti di massa, la malizia velenosa di una destra che sfasciando si presenta come rassicurante, e a protezione di chi è spaventato dal caos che lo circonda.

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