Ucraina, l’Europa deve cambiare prospettiva
Dopo quattro anni di guerra, Bruxelles deve costruire un’iniziativa diplomatica autonoma per il cessate il fuoco e una nuova sicurezza euroasiatica.

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Preso atto del fallimento di ogni tentativo di giungere a una soluzione sostenibile e condivisa del conflitto generato dall’invasione russa dell’Ucraina, abbiamo il dovere di domandarci se non sia arrivato il momento, se non vi sia l’urgenza, di avviare un cambiamento di prospettiva. Deve irrompere in campo una nuova volontà politica, capace di guidare l’Europa oltre gli anni nei quali la dimensione diplomatica è rimasta subordinata alla gestione militare del conflitto. Verificare oggi se esistano possibilità reali di avviare un autonomo percorso negoziale, che possa contribuire a fermare o almeno a sospendere la guerra, è un compito ineludibile e prioritario per tutti i democratici europei.
A quattro anni dall’inizio dell’invasione dell’Ucraina
Nel maggio scorso il presidente russo Vladimir Putin ha manifestato una qualche disponibilità a valutare la proposta di dialogo diretto tra Unione europea e Russia avanzata dal presidente del Consiglio europeo Antonio Costa. L’obiettivo era riattivare un canale diplomatico diretto tra Bruxelles e il Cremlino per verificare la fattibilità di futuri negoziati. La mancata individuazione di un’autorevole e condivisa rappresentanza, incaricata almeno di sondare le effettive volontà di dialogo, confermerebbe la sostanziale fragilità europea, oscurandone ulteriormente anche la credibilità come fattore di pace globale, già compromessa dalla gestione della tragedia in corso nel teatro mediorientale.
Oggi siamo costretti a prendere atto che «nessuna potenza singola, nessuna nazione singola, nessuna cultura singola fornisce la leadership politica, etica e intellettuale di cui l’umanità ha bisogno nella sua età planetaria. Possiamo dire che l’umanità è oggi una comunità di destino che può salvarsi solo diventando una comunità di coscienza e di volontà».
Soltanto una salda volontà politica, “armata” di una coraggiosa visione del futuro, potrebbe ancora contribuire a dare vita a questo passaggio epocale, senza il quale il governo dei conflitti continuerà a dipendere dall’antagonismo tra i diversi interessi delle maggiori potenze. Una modalità di gestione antica che, mai come oggi, si dimostra foriera di nuove violenze e instabilità.
I fatti, comunque li si valuti, dimostrano la necessità di abbandonare le “ragioni” della geopolitica del secolo scorso, di isolare i persistenti nazionalismi europei e di impostare nuovi percorsi portatori di una visione condivisa di futura prosperità. Una visione che metta i popoli al centro, non le logiche di potenza, la predazione delle risorse o quelle economie di guerra che rappresentano già, di per sé, una postura di contrapposizione. Qualcosa di diverso anche dalla realizzazione di un’avanzata, ragionevole e articolata architettura europea di difesa.
L’Europa deve abbandonare il capitolo degli oltre 1.700 giorni di mancata autonomia diplomatica
La guerra ai confini europei rappresenta uno dei maggiori rischi per la sicurezza globale. Giungere a una soluzione del conflitto sostenibile per gli attori in campo e condivisa sul piano continentale significherebbe anche dimostrare che, nel terzo millennio, oltre alle vie della forza e del neocolonialismo possono esisterne altre per affrontare i conflitti in corso.
Per diventare un autorevole attore di pace, l’Unione europea dovrebbe ripensare i quattro anni di sostanziale inerzia diplomatica, sapendo andare oltre la sua storica delega della sicurezza agli Stati Uniti. Un’impostazione che ha contribuito a rafforzare quelle dinamiche culturali e geopolitiche di contrapposizione che oggi mostrano tutta la loro inefficacia e pericolosità.
Non si tratta di mettere in discussione i pur differenziati rapporti con gli alleati occidentali, ma di constatare che formule, contenuti e convinzioni appartenenti a un’altra epoca non sono più in grado di promuovere la pacifica convivenza globale, dimostrandosi invece tra le cause principali dei conflitti in corso. Preso atto di ciò, l’Europa, ancora uno dei baluardi della democrazia occidentale, dovrebbe conquistare una nuova autonomia diplomatica europea e riposizionarsi come parte attiva nella coprogettazione di una diversa visione della sicurezza euroasiatica.
Da un lato, questa prospettiva deve essere consapevole che la Russia è una grande potenza nucleare, illiberale e a guida autocratica; dall’altro, deve prefigurare una visione di coesistenza pacifica che coinvolga gli alleati, ma sappia soprattutto parlare ai diretti contendenti, ai loro popoli, ai mondi culturali e politici, alle realtà sociali ed economiche che, pur provenendo da sensibilità, nazioni e contesti diversi, avvertono l’urgenza di aprire un confronto sui temi della pacifica interdipendenza in un mondo irreversibilmente iperglobalizzato.
È evidente che la credibilità di tale processo dipende in gran parte dalla capacità di compiere passi significativi verso l’unità europea, l’arma più dirompente ed efficace di cui potremmo disporre. In questo contesto, forse persino più forte e dissuasiva degli arsenali nucleari russi.
Iniziativa diplomatica e superamento delle politiche di potenza, ma soprattutto un appello trasversale rivolto a chi non si riconosce più nelle contrapposizioni novecentesche e ritiene pericolosamente inadeguato l’attuale quadro delle relazioni internazionali. Oggi occorre dare vita a una prospettiva capace di coinvolgere milioni di persone, per superare lo smarrimento generato da questa caotica fase globale e ricomporre le tante e diffuse contrapposizioni che distolgono da una concreta lettura dei sommovimenti in atto.
Si tratta di contrapposizioni che, in gran parte, sono il frutto di preconcetti interpretativi storici, da tempo incapaci di misurarsi con l’attuale complessità. Senza interrogarsi sul costo, sulle vittime, sui confini e sulle conseguenze, la volontà di pace, per quanto ampia, rischia di rimanere un appello condivisibile ma incapace di fermare le armi. Senza dimenticare che esiste una differenza profonda tra voler vivere liberi e in pace e sperare di essere “lasciati in pace”.
Per sostenere questo complesso cambiamento abbiamo bisogno di creare una vasta rete partecipativa, capace di unire il variegato mondo democratico superando anche i confini nazionali, perché è ormai evidente che i nazionalismi, comunque dipinti, e ancor più i sovranismi non saranno mai in grado di stabilizzare la convivenza planetaria.
Non è possibile ignorare le responsabilità
Nel considerare il conflitto russo-ucraino, non è possibile ignorare le responsabilità. Sul piano del diritto è chiara la distinzione tra invasore e invaso, con le conseguenti ragioni di quel concreto sostegno all’Ucraina che ha impedito la sua “conquista lampo” da parte della Russia. Né possono essere ignorate le conseguenze umane e materiali prodotte dall’invasione, in particolare per la popolazione ucraina.
Ma oggi la ricerca di un percorso di pace richiede alle parti in causa di saper andare oltre una lettura dei fatti esclusivamente accusatoria, per interrogarsi invece su quali premesse, prospettive e interessi comuni sia possibile mettere in campo allo scopo di avviare un cammino verso una stabile conclusione del conflitto. Proprio perché l’invasione russa è stata una grave violazione del diritto internazionale e causa di una pesante instabilità, una futura architettura di nuova interdipendenza euroasiatica potrebbe rappresentare la strategia capace di impedire che quanto sta accadendo possa ripetersi.
Il riconoscimento del teatro euroasiatico come futura dimensione comune
Fare i conti con la complessità dei fatti, con le reciproche convinzioni, con gli interessi e i rischi in gioco significa anche prendere atto che nessun processo di pace può svilupparsi senza il diretto coinvolgimento degli attori in campo e senza prefigurare una coraggiosa visione del futuro, nella quale l’affermazione del diritto internazionale e gli organismi che lo tutelano tornino a essere gli strumenti essenziali per disarmare le logiche di potenza e moderare le pulsioni dei teorici del cosiddetto “scontro di civiltà”. A est come a ovest.
Ma quale nuova prospettiva può guidarci verso il superamento degli orrori del presente? Non può che essere il reciproco riconoscimento di una sicurezza euroasiatica comune, quindi non unilaterale e non fondata sulla riproposizione di antichi blocchi contrapposti.
La pace è un valore che va declinato con la concretezza
Emerge dunque la centralità dei nessi da costruire tra pacifica collaborazione, investimenti, tecnologie, energia, ambiente, materie prime e stabilità degli scambi, intesi come temi di comune interesse: oggi in ambito euroasiatico e domani in quello globale. Una visione che voglia costruire quella comunità di “coscienza e volontà” essenziale anche per affrontare gli infiniti problemi specifici generati dal conflitto.
Tra questi vi è la drammatica situazione infrastrutturale e civile dell’Ucraina, che richiede alle parti in campo la disponibilità a valutare strategie differenziate. Soluzioni che, nel rispetto delle popolazioni direttamente coinvolte nel conflitto, possano prevedere fasi transitorie e meccanismi di verifica nel lungo periodo, tali da determinare esiti accettabili e condivisi. Un ragionamento che deve essere accompagnato dall’individuazione delle risorse, degli attori, delle politiche e degli strumenti di gestione territoriale, economica e finanziaria necessari alla ricostruzione.
Un primo passo per sedare il conflitto
Basta sofferenze e morte per le popolazioni civili e per le centinaia di migliaia di uomini e donne, militari di entrambe le parti, impiegati nei combattimenti. La conquista di un cessate il fuoco immediato deve essere il primo risultato di un processo in divenire, un segno concreto di umanità e di conveniente buona volontà. Una tregua accompagnata e garantita da un parallelo blocco di ogni attività militare, diretta o indiretta e a qualsiasi titolo.
Con il consolidarsi degli accordi e delle reciproche garanzie, potrebbe allora avviarsi una progressiva normalizzazione delle relazioni. Agli organismi che sovrintendono alla tutela del diritto umanitario e internazionale spetterebbe il compito di valutare gli eventi passati e di svolgere un monitoraggio “attivo” degli accordi progressivamente sanciti.
Considerare “un sogno” le soluzioni complesse e dirompenti è il modo dei conservatori per giustificare l’immobilismo, sfruttare l’esistente o mascherare le proprie corresponsabilità
Considerare un “sogno” le soluzioni complesse e dirompenti è il modo con cui tutti i conservatori giustificano l’immobilismo, sfruttano l’esistente o mascherano le proprie corresponsabilità. Ma la pace non è un sogno: è un’assoluta necessità da realizzare.
L’Europa può continuare a essere prevalentemente il luogo nel quale si consumano le conseguenze delle decisioni altrui, oppure deve diventare un soggetto politico capace di proporre un futuro? Il tema di fondo non è soltanto la Russia, ma quale Europa vogliamo, quale unità e quale autonomia, e per fare cosa. Anche perché la democrazia nel terzo millennio non può più difendere soltanto l’esistente: deve saper progettare ciò che ancora non esiste. Il futuro, per poter prendere forma, va anche narrato e condiviso.
Negli anni di guerra trascorsi abbiamo assistito al fallimento della “diplomazia di potenza”, prevalentemente militare e disastrosa eredità del Novecento. Abbiamo letto i punti della bozza del piano cinese, più formali che sostanziali, in sostanza un paravento per un “pasto gratis”. Abbiamo seguito gli intrighi delle “potenze regionali”, finalizzati più ai propri equilibri che a una vera pace. Abbiamo assistito all’indecoroso spettacolo del tappeto rosso srotolato da Trump per Putin. Abbiamo certificato la fallace prepotenza russa, la fragilità diplomatica dell’Europa e la debolezza dell’ONU, colpevolmente isolata e resa imbelle per lasciare campo libero ai disegni delle maggiori potenze.
Oggi non possiamo che riconoscere che tutto ciò non ha risolto nulla per nessuno. Urge quella svolta politica che, probabilmente, soltanto l’Europa e un’ONU più assertiva potrebbero ancora tentare di promuovere. Una svolta audace che, in prospettiva, sarebbe vissuta negativamente sia dalla Cina sia dagli Stati Uniti e risulterebbe quindi molto complessa da gestire, ma esistenzialmente essenziale per un’Europa unita, ancora presidio di democrazia.
Tutto ciò carica l’esito delle prossime elezioni politiche italiane di un’immensa rilevanza. Il risultato sarà determinante sia per l’Italia sia per delineare il futuro dell’Europa.
Quasi mai la complessità può essere descritta con argomentazioni semplici, ma qualche volta ci si può provare abbandonando momentaneamente i molti “particolari” per evidenziare il cuore delle questioni. Allora la proposta, brutalmente, potrebbe suonare così:
«Egregio presidente Putin, con l’Ucraina hai fatto un enorme, drammatico casino; hai generato morte e distruzione; stai pagando un prezzo altissimo in termini economici, di uomini e di immagine. Hai interessi concreti a non rimanere troppo avvinghiato a Xi; noi a non dipendere troppo da Trump. Hai materie prime ed energia e dirigi il Paese più grande del mondo; noi abbiamo tecnologie e capitali, siamo il secondo tra i mercati più ricchi del mondo e non aspiriamo a visioni imperiali. Sei disposto a ragionare?»
Se non altro, così si farebbe definitivamente chiarezza. Un’eventuale, non auspicabile indisponibilità russa, evidente dimostrazione di altri, atavici e inconfessabili obiettivi della sua dirigenza, diventerebbe un parametro oggettivo e chiaro per valutare l’urgenza, lo spessore e il senso dei progetti per la difesa europea e per il sostegno all’Ucraina.
Due ultime considerazioni. La prima, probabilmente decisiva, è che Europa e pace sono interconnesse. Se non saranno gli europei a costruire una nuova Europa per il terzo millennio, saranno gli eventi e soprattutto le grandi potenze a farlo secondo le proprie visioni, oppure a sbriciolarla definitivamente in un mosaico di passivi vassalli, forse persino contrapposti.
La seconda è che bisogna avere ben chiaro come, bruciando ogni pur flebile possibilità di dialogo — e questo vale per tutti gli attori —, vi sia il rischio concreto che il conflitto si aggravi e si saldi con gli altri conflitti in corso; che la Russia, messa alle strette dalle proprie contraddizioni, superi ogni limite; e che l’Europa, suo malgrado, venga coinvolta sempre di più.
Così, passo dopo passo, le conseguenze potrebbero diventare davvero non più negoziabili e, quindi, incontrollabili. Per tutti.
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