Russia-Ucraina: dopo il conflitto

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ANSA

Siamo al quarto anno di guerra in Ucraina, un conflitto a cui ci siamo tutti abituati, ma di cui in realtà si sa sempre meno. I media sono oggi alla ricerca degli scoop, hanno bisogno dello spettacolo, di immagini crude. Gli analisti che appaiono sulle televisioni sono alla ricerca di materiale tangibile su cui confrontarsi e anche accapigliarsi per la gioia delle reti che devono fare audience. Tutte le guerre hanno il loro fascino sinistro ed è forse il momento in cui l’animo umano scatena innati istinti violenti e consente polarizzazioni e divisioni tra i simpatizzanti dei diversi contendenti come se si partecipasse dai nostri schermi televisivi ad un grande show, come le battaglie tra i gladiatori negli anfiteatri romani o le corride.

Ma quando la guerra diventa conflitto di posizione, lungo assedio di postazioni difensive da parte degli attaccanti senza rotte, senza disfatte di Caporetto, sequenze di lunghe file di prigionieri o comunque eventi drammatici da riportare con immagini crude sui nostri teleschermi, subentrano abitudine ed una certa noia e tutto si trasferisce sulla guerra delle narrative, patrimonio di analisti ed esperti militari più o meno improvvisati.

Dopo un lungo periodo caratterizzato da una copertura mediatica quasi quotidiana del conflitto in Ucraina, ci siamo chiesti cosa stia succedendo veramente sul campo di battaglia. Le notizie sono così poco precise e dettagliate che, verificando diversi siti web anglosassoni, europei, ucraini e russi si può incorrere in analisi e narrative diametralmente opposte. Sono numerosi gli osservatori, anche militari, che considerano questa guerra di fatto già vinta da Putin e che prevedono possibili ulteriori avanzate dell’armata russa anche per crescenti diserzioni tra i reparti ucraini. Altri, invece, minimizzano le conquiste della Russia in termini territoriali, sottolineando come lo straordinario sforzo economico e militare non abbia ripagato le ambizioni del Presidente russo, mentre scontento, demotivazione e difficoltà logistiche siano problemi sempre più avvertiti nell’esercito attaccante che avanza molto lentamente.

Tutto forse nasce da un equivoco di fondo che non costituisce elemento che meriti particolare attenzione per quei notiziari on line, quotidiani, emittenti TV e radio che inseguono le notizie e si trasferiscono in maniera più o meno massiva sugli scenari mondiali più attrattivi (inizialmente Gaza, poi Siria, Venezuela, Iran, Groenlandia). In Italia c’è poi la campagna per il referendum sulla riforma della Giustizia che nel nostro Paese, come avviene usualmente, assume connotazioni di pura competizione politica tra gli schieramenti con toni che evocano l’“Armageddon” se si vota in un senso o nell’altro, secondo un’abitudine tipicamente “italocentrica” che ci rende apparentemente immuni da qualsiasi crisi di portata mondiale.

L’equivoco di fondo è che forse non abbiamo compreso come la Russia di Putin concepisca oggi la sua “operazione speciale”. Ha detto bene il ministro della difesa Guido Crosetto in un suo intervento alla Camera dei Deputati sul conflitto in Ucraina: si tratta ormai per la Russia di una “guerra di attrito”, un conflitto di lunga durata condotto da un apparato militare che si è molto potenziato in questi anni, sia in termini di produzione dell’industria militare e capacità tecnologica, sia per quanto concerne l’addestramento e la capacità operativa dei reparti: più uomini, più mezzi, più munizioni. Un dato su tutti mi ha molto impressionato: come riferisce Crosetto, nei primi tre mesi del 2025 la Russia ha prodotto più armi di quante ne abbia prodotte l’intera NATO nel corso dell’intero anno. È quindi da sfatare la narrazione di quanti ci hanno finora voluto convincere che questo conflitto abbia in qualche modo indebolito l’apparato militare russo.

La guerra di attrito

La guerra di attrito è alla base della nuova strategia militare del Cremlino e si basa sulla convinzione che, alla lunga, l’Ucraina non possa reggere alla pressione e che Zelensky ed il suo governo finiranno col perdere politicamente la partita. La sempre meno concreta attenzione dell’Amministrazione Trump al conflitto e il missile ipersonico russo “Oreshnik” lanciato su Leopoli, ai confini con la Polonia, come monito ai Paesi europei facenti parte del gruppo dei “volenterosi”, costituiscono gli altri due elementi di questo “asfissiante assedio” di Putin all’Ucraina che, nelle sue intenzioni, dovrà accettare le condizioni militari, territoriali, ma anche politiche, imposte dalla Russia per porre fine al conflitto.

La Russia è attualmente nelle condizioni di condurre questa guerra di attrito e di logoramento e ritiene che il tempo sia dalla sua parte: ne ha la forza militare e la determinazione politica. È una “guerra esistenziale” per il regime di Putin che vede le sue truppe lentamente, ma quasi inesorabilmente progredire lungo l’estesa linea del fronte.

Ma in politica estera, come nella vita, tutto si paga. Quattro anni di straordinario sforzo economico, militare e politico in Ucraina, oltre a deteriorare in maniera ormai tangibile la situazione economica, hanno inevitabilmente indebolito la presenza della Russia su altri scenari geo-politici. In Siria è scomparso il regime guidato da Assad, fedele alleato di Mosca, sotto le picconate di miliziani favoriti dalla Turchia di Erdogan. In Venezuela ed Iran — Paesi che da lungo tempo intrattengono consolidati rapporti politici, economici e militari con la Russia — assistiamo a crisi dei rispettivi regimi, favorite in maniera più o meno scoperta dall’Amministrazione Trump. In Asia centrale e nel Caucaso, il cortile di casa della Russia, l’influenza politica di Mosca si è indebolita a vantaggio in particolare della Cina e della Turchia. In Medio Oriente, Hamas ed Hezbollah, gruppi che avevano frequente accesso ad alto livello a Mosca, hanno diminuito la loro influenza politica e militare nell’area.

Dopo

Dopo tante analisi sulle cause e le dinamiche della grave crisi in Ucraina, impantanata in un lungo conflitto di logoramento, tentiamo per una volta di immaginare il dopo. Tentiamo di pensare al continente europeo, alle nostre vite, a quelle dei nostri figli e dei nipoti dopo questo enorme sconvolgimento politico, economico e sociale che il conflitto ha causato e sta causando con tutto il suo colossale potenziale distruttivo. Il Presidente Trump, pochi giorni dopo il voto che lo aveva riportato alla Casa Bianca, veniva visto in Russia quasi come un “uomo della Provvidenza”. Ero stato a Mosca in quei giorni e nei discorsi della gente comune la rottura degli equilibri politici a Washington veniva valutata come elemento nuovo che poteva in qualche modo favorire un capitolo di dialogo con l’Occidente e la fine di una guerra, oggetto ormai di attenzione solo da parte della propaganda ufficiale e dei media televisivi. Una guerra percepita nei disagi del vivere quotidiano, quando, ad esempio, si interrompe il traffico aereo per incursioni di droni ucraini o la borsa della spesa si fa più leggera per la crescente inflazione o i sempre più frequenti lutti si manifestano nelle famiglie per la perdita di congiunti al fronte.

Ma Putin e Trump non potevano trovare facilmente linguaggi comuni. Nella visione del Presidente americano, l’ancoraggio di Kiev all’Occidente e comunque l’aspirazione dell’Ucraina ad entrare nella NATO sono in qualche modo sacrificabili sull’altare di una “nuova partnership globale” con la Russia che possa erodere l’“amicizia storica” con Pechino, andatasi cementando in questi anni di conflitto. Per Putin il rapporto con Washington, un rapporto che ha riscoperto e proposto Trump, è una nemesi storica. Putin, con la sua storia politica, esemplifica la riscossa dei russi dopo “il decennio delle umiliazioni degli anni ’90” subite ad opera dell’Occidente. A partire dal celebre discorso di rottura alla Conferenza sulla Sicurezza di Monaco nel 2007, il Presidente russo ha dato la stura a quel revanscismo che covava da tempo nella società russa: ha interpretato il desiderio di rivalsa dei russi, quel misto di frustrazione ed orgoglio nazionale che finora gli è valso l’appoggio della maggioranza della popolazione.

Entrambi hanno per ora fallito i loro obiettivi. Il rapporto di Putin con Xi è sempre molto saldo e le dichiarazioni del Ministro degli esteri cinese Wang Yi, che ha escluso la possibilità che la Russia possa perdere la guerra perché “ciò andrebbe contro gli interessi strategici della Cina”, dimostra come Pechino continui a godere di una rendita di posizione dal conflitto in Ucraina. Aumentano dipendenza e sudditanza dell’economia russa dal grande spazio economico cinese e gli USA si mantengono in qualche modo impegnati su scenari geopolitici (Ucraina, Medio Oriente e Golfo Persico) senza essere in grado di aumentare la pressione sulla regione del Pacifico. Trump ha ondeggiato tra impegno e disimpegno a fianco di Zelensky e non ha allontanato Putin dall’alleato e grande sponsor Xi, lasciando peraltro al Cremlino ampio spazio di manovra in Ucraina.

Putin non è, però, riuscito ad ottenere finora una “Caporetto” dell’armata ucraina in una delle tante aree del vastissimo campo di battaglia, né l’auspicato ricambio dell’attuale dirigenza ucraina compattamente ostile a Mosca. Segnali di stanchezza anche dei russi (oltreché degli ucraini), per uno sforzo bellico che, ormai, comincia a non essere più compreso, sono evidenti e la stessa propaganda del Cremlino è meno insistente quasi a fare dimenticare, almeno nelle grandi città, il conflitto. L’operazione speciale di liberazione delle popolazioni di lingua russa del Donbass da un regime nazista, secondo la definizione degli strateghi di Putin, si è gradualmente trasformata in una guerra di aggressione della Russia all’Ucraina e ora in un lungo conflitto di logoramento senza delle finalità precise e senza la possibilità per il Presidente russo di ricorrere alla coscrizione obbligatoria che, inevitabilmente, creerebbe ampio malcontento nella popolazione.

Putin tenterà nei mesi a venire la spallata finale; tenterà di conseguire la vittoria sul campo, di dettare le condizioni della resa. Cercherà di fare collassare il governo di Kiev dopo la lunga guerra di attrito condotta in questo gelido inverno. Questa, però, è l’opzione “A” per il regime di Putin. Se il gioco non funzionasse, se non si raggiungesse l’opzione “A”, a Mosca già si sta pensando al dopo, ad un’opzione “B”. Perché c’è chi, anche al Cremlino, si rende conto che realisticamente questo conflitto deve essere portato in qualche modo a conclusione. Mosca dovrebbe quindi riprendere a un certo punto il complesso negoziato tripartito con Washington e Kiev, però questa volta con un impulso non solo tecnico ma anche politico ed il ruolo dell’anziano e scaltro ministro Lavrov diventerebbe essenziale. Se questa guerra inutile, devastante e dissennata continuerà senza esiti certi, anche al Cremlino verrà il momento in cui si capirà finalmente che è arrivato il momento della trattativa.

Putin ha gettato il Paese in una pericolosa avventura che sta tentando di gestire e paradossalmente è l’elemento più moderato dello spettro politico a Mosca. I numerosi falchi presenti al Cremlino e una parte della popolazione, che in questi anni è stata bersagliata dalla propaganda bellicista, reclamano maggiore vigore distruttivo nei confronti dell’Ucraina. È la pancia del Paese che non accetta soluzioni di compromesso dopo anni di sacrifici economici, lutti nelle famiglie per i numerosi soldati morti al fronte e proclami del regime per una vittoria imminente. Se verrà trascinata dagli eventi al tavolo della trattativa, Mosca si inventerà una sua narrativa vincente che inevitabilmente si contrapporrà a quella dell’Ucraina e dell’Occidente e questo certamente non aiuterà una transizione facile al dopoguerra.

Vediamo in che cornice si inserisce questa trattativa che, inevitabilmente, non si limiterà solamente ad affrontare e tentare di regolare i gravi nodi aperti della crisi ucraina. L’Europa è alle prese con una grave crisi di identità e con il pericoloso deterioramento dei rapporti con l’America di Trump, amplificato anche dal delicato dossier Groenlandia. In questa situazione le capitali europee — arrivate in grande ritardo diplomatico sullo scenario ucraino — possono fare ben poco. Ogni sforzo per tenere unito l’Occidente e non interrompere il dialogo con l’amministrazione Trump è però essenziale sia per assicurare supporto politico e militare all’Ucraina, sia per evitare il definitivo fallimento del difficile negoziato con Putin. È infatti ormai evidente che le trattative tra Russia ed Occidente non riguardano più solo la conclusione del conflitto e l’avvio di una trattativa di pace, ma anche i nuovi assetti politici e di sicurezza dell’intero continente europeo, con conseguenze anche in Medio Oriente e in Africa.

In Ucraina si arriverà prima o poi ad una cessazione delle ostilità. Forse l’esito potrebbe portare ad un equilibrio precario: una soluzione coreana con gli eserciti attestati lungo una linea provvisoria di demarcazione che manterrebbe un latente stato di tensione nel continente. Questa è una possibilità concreta perché sfiducia, livore e pregiudizi tra le classi dirigenti sembrano essere le caratteristiche prevalenti degli attuali scenari internazionali. Vladimir Putin ha certamente peggiorato l’immagine della Russia in Occidente: pare remota la possibilità che con gli attuali assetti della Commissione UE — saldamente controllati dai Paesi dell’area Nord Orientale — possa riprendere un dialogo a tutto campo con Mosca come avveniva solo pochi anni fa. La Russia è tornata a far paura, ma nell’epoca della Cortina di ferro c’erano strumenti politici e diplomatici di dialogo e controllo tra i due blocchi stabiliti con gli accordi di Helsinki del 1975 e l’Europa occidentale poteva contare sul solido ombrello americano. Trump ha messo le classi dirigenti europee bruscamente di fronte alle loro responsabilità e gli automatismi nella difesa dei Paesi NATO previsti dall’articolo 5 del Trattato Transatlantico non sembrano più pienamente garantiti. In queste circostanze per l’Europa rimangono tre strade obbligate per il dopo conflitto. Tre strategie che dovrebbero essere adottate simultaneamente con decisione e autorevolezza:

• Forte impulso ad una riforma istituzionale dei meccanismi decisionali europei per cancellare gli anacronistici unanimismi nell’iter di approvazione di indifferibili politiche comuni. • Coordinamento e crescita della necessaria deterrenza militare europea che metta al riparo i cittadini e tuteli le conquiste in ambito politico, economico e sociale maturate in decenni nel nostro continente. • Apertura di un negoziato multilaterale con la Russia per la creazione di un nuovo sistema di sicurezza in Europa.

Quando le circostanze politiche lo permetteranno, si dovrà negoziare con Mosca, forse con questa stessa dirigenza che governa oggi dal Cremlino. Non è più sufficiente voltarsi dall’altra parte limitandosi all’introduzione di sanzioni alla Russia e all’approvazione di pacchetti di forniture militari all’Ucraina, facendo così in modo che i soldati di Kiev continuino ad assicurare con i loro sangue la difesa dell’Europa. Infatti, finora abbiamo tentato di riportare Putin al tavolo delle trattative con le sanzioni: non ha funzionato.

I principali leader europei devono assumere una forte iniziativa politica e diplomatica nei confronti di Mosca, perché è ormai evidente che questa guerra non riguarda più solamente la sopravvivenza politica dell’Ucraina e la sua appartenenza alla famiglia delle democrazie occidentali, ma riguarda l’Europa intera, la sua sicurezza, la credibilità in ambito internazionale, il futuro dei suoi cittadini.

Sono questioni non più delegabili: né agli alleati americani né agli ucraini che resistono ad una guerra di aggressione. Le iniziative per la ricostruzione dell’Ucraina efficacemente guidate dall’Italia nella scorsa conferenza internazionale svoltasi a Roma, costituiscono importanti segnali di unanime compattezza dell’Occidente al fianco di Kiev, ma rischiano sul piano concreto di non avere seguiti di apprezzabile rilevanza fino a quando questo disastroso conflitto sarà in corso.

Che si arrivi ad una conclusione fragile e provvisoria secondo il modello coreano o che si affronti un negoziato globale che definisca criteri di sicurezza in Europa, rispondendo così alle esigenze di Kiev ma anche di Mosca, le principali capitali europee dovranno prendere atto del grande mutamento in corso che dovrà essere gestito. Parlo delle principali capitali europee perché è illusorio che l’Europa a 27 — fortemente condizionata dalle posizioni intransigenti del nucleo di Paesi di cultura protestante — possa trovare una piattaforma comune per presentarsi unita ad una trattativa. Bisognerà ricorrere una volta di più allo strumento delle cooperazioni rafforzate: un esercizio che ritengo inevitabile, ma complesso anche perché deve anche evitare pericolose fratture nel precario edificio comunitario.

Trump e la sua linea di politica estera nei confronti dell’Europa costituiscono i segnali concreti di un rapporto nuovo che le capitali europee dovranno definire e gestire con Washington. Da tempo non condividiamo le stesse priorità in ambito economico con gli USA e la guerra dei dazi inaugurata dalla nuova amministrazione americana ne è una dimostrazione evidente. Questo vale anche in ambito politico: non è più un segreto che gli USA attribuiscano da anni la massima priorità agli assetti di sicurezza ed alle opportunità di crescita economica quasi esclusivamente all’area del Pacifico.

Sul piano economico globale, ma anche politico, l’Europa si dovrà quindi muovere senza timidezze o complessi, giocando di rinnovata partnership a tutto campo, sia nei confronti dei Paesi del Mercosur, che in Africa, che in Medio Oriente. È anche il dialogo Euro-Asiatico, che passa necessariamente da Mosca, che bisognerà recuperare, perché è pericoloso, artificioso e controproducente sul piano sia politico che economico, riprodurre una cortina di ferro tra la Russia e l’Europa. Lo avevano capito Willy Brandt, Helmut Schmidt, Helmut Kohl, Angela Merkel, Romano Prodi, Silvio Berlusconi, Massimo D’Alema e Jaques Chirac. Lo devono capire le classi dirigenti europee e lanciare — quando sarà possibile— messaggi di rinnovata attenzione a Mosca, dove il dibattito tra liberali, favorevoli ad un approccio tecnocratico e di nuova apertura all’Occidente, e i conservatori, fedeli ad un’anti-storica linea filo cinese, non si è ancora esaurito. Washington, tra mille difficoltà, si sta muovendo nella direzione di una pur complessa riapertura di un dialogo con Mosca. Le principali capitali europee dovranno trovare una loro linea comune.

Nervi saldi e sano realismo: è quello che ci vuole in questa fase così difficile e confusa dell’agenda internazionale. L’Italia si potrà ritagliare un ruolo importante, sia per la tradizione della sua diplomazia vocata al dialogo ed al raggiungimento di compromessi ed accordi che garantiscano pace e sicurezza nel continente europeo, sia per la grande credibilità che il nostro Paese ha sempre goduto in Russia, frutto di decenni di contatti e collaborazioni a diversi livelli ed in molteplici settori. Tutto questo, però, senza sottovalutare che il cosiddetto “Mediterraneo allargato”, il Medio Oriente, l’Africa e i Balcani occidentali rimangono le aree di importanza prioritaria per il nostro Paese e, quindi, quelle dove dovranno concentrarsi in particolare le nostre energie e dove dobbiamo pretendere ed ottenere dai nostri partner europei ed americani, la stessa lealtà e collaborazione che stiamo garantendo sullo scenario ucraino.