U2, cinquant’anni di rock e un mondo da cambiare

Dai concerti al Flaminio alle canzoni sui conflitti e sul lavoro: una storia personale intrecciata a quella degli U2 e alla forza politica della musica.

Giuseppe LeottaBattaglia delle IdeeMUSICA
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ANSA

Il mio primo ricordo degli U2 dal vivo risale al 1987, anche se la loro esibizione mi arrivò soltanto attraverso i telegiornali. Il 27 maggio avevano inaugurato allo Stadio Flaminio di Roma la parte europea del Joshua Tree Tour. Le cronache raccontavano di vetri e finestre che tremavano nei quartieri circostanti, di telefonate alla polizia e ai vigili del fuoco; qualcuno aveva addirittura pensato a un terremoto.

Avevo dodici anni e li conoscevo già: a farmeli scoprire era stato proprio The Joshua Tree, l’album che nel 1987 li trasformò definitivamente in un fenomeno mondiale. Vivevo ancora a Reggio Calabria e, qualche anno dopo, al ginnasio, un compagno di classe mi avrebbe aiutato a esplorare il loro repertorio registrandomi su cassetta gli album che non possedevo. Non avevo un impianto stereo: li ascoltavo con il Walkman, andando a scuola a piedi o tornando a casa.

Da allora la storia degli U2 si è intrecciata con la mia: seguirne le trasformazioni ha significato misurare il passare del tempo, ma anche interrogare il rapporto tra musica, politica e desiderio di cambiamento. Era un’epoca in cui approfondire la conoscenza di una band richiedeva tempo. Ogni cassetta apriva una parte nuova del repertorio. Ciò alimentava anche la formazione di nuove amicizie: qualcuno condivideva con te una musica che riteneva importante e contribuiva, così, alla tua formazione sociale e culturale.

Nel 1991 mi trasferii a Roma. Due anni dopo, il 6 luglio 1993, entrai finalmente allo Stadio Flaminio per un loro concerto. Il giorno successivo avrei sostenuto l’orale della maturità, non esattamente il modo più prudente di trascorrere la vigilia dell’esame. Ripensandoci oggi, non avrei potuto scegliere un rito di passaggio migliore: la sera prima la musica, il giorno dopo l’esame che avrebbe chiuso gli anni del liceo.

Gli U2 arrivavano a Roma con lo Zoo TV Tour, una delle invenzioni più radicali mai tentate da una formazione rock. L’immaginario delle distese americane di The Joshua Tree aveva lasciato il posto a schermi, interferenze, slogan, montaggi frenetici, telefonate e parodie del divismo. Il concerto si apriva con Zoo Station, come l’ingresso in un altro mondo, interamente costruito dai media. Per chi, come me, vi entrava a diciott’anni, era uno spaesamento magnifico: sembrava di trovarsi dentro un televisore impazzito, mentre Bono, nei panni di The Fly e MacPhisto, giocava con il potere, la propaganda e la natura artificiale della celebrità.

La maturità mi riservò anche un regalo inatteso: il padre di un mio compagno di classe romano riuscì a procurare due biglietti omaggio per la seconda data, uno per suo figlio e uno per me. Senza quel biglietto non avrei potuto permettermi di tornare allo stadio. Quel secondo concerto realizzò un singolare intreccio con l’attualità politica italiana. Nei panni di MacPhisto, Bono telefonò all’Hotel Raphael chiedendo di Bettino Craxi, mentre dal pubblico si levavano cori contro l’ex segretario del PSI. Non parlò direttamente con lui; dopo il primo interlocutore, la chiamata passò a una donna indicata nelle ricostruzioni come la sua segretaria. MacPhisto le lasciò un avvertimento sarcastico: c’era qualcuno che cercava Craxi, il giudice Antonio Di Pietro!

D’altronde, nel suo complesso lo spettacolo funzionava anche così: incorporava la realtà politica del luogo nel quale arrivava e la restituiva al pubblico sotto forma di sarcasmo. Era una delle intuizioni più forti dello Zoo TV; la politica diventava intrattenimento, l’informazione si trasformava in rumore, la realtà si confondeva con la sua rappresentazione. A distanza di oltre trent’anni, nell’epoca dei social network e della comunicazione politica permanente, colpisce quanto quello spettacolo avesse già intuito alcune delle trasformazioni che avremmo attraversato.

Non potevo saperlo, ma quelle serate sarebbero state soltanto l’inizio. Da allora ho visto gli U2 circa trenta volte, viaggiando tra l’Italia e l’Europa: allo Slane Castle nei pressi di Drogheda, al Croke Park di Dublino, allo stadio Twickenham di Londra, all’Olimpico di Roma, al Meazza di Milano e in tanti altri luoghi. Ogni luogo è rimasto legato a una fase della loro storia e della mia vita.

Per comprendere la durata di questo intreccio occorre però tornare all’origine. Gli U2 celebrano ora cinquant’anni da quel 25 settembre 1976 in cui alcuni adolescenti si ritrovarono nella cucina di una casa di Artane, nella periferia nord di Dublino. Larry Mullen Jr. aveva affisso un avviso in una bacheca scolastica: batterista cerca musicisti per formare una band. Si presentarono, tra gli altri, Paul Hewson, David Evans e Adam Clayton. Da quell’incontro sarebbe cominciata la loro storia. Forse il segreto di questi cinquant’anni sta nella loro volontà e capacità di attraversare il tempo insieme. In un mondo musicale segnato da separazioni, sostituzioni e ricomposizioni, la loro continuità ha qualcosa di sorprendente. È una fedeltà non priva di tensioni e crisi, ma sostenuta dalla consapevolezza che si può cambiare senza dissolversi.

Sono partiti dalla Dublino della seconda metà degli anni Settanta, in un’Irlanda segnata dalle difficoltà economiche e dal conflitto al Nord. Nei primi dischi l’urgenza precedeva ancora la piena padronanza dei mezzi. Boy è l’adolescenza che cerca una lingua; October mette in scena la fede e i suoi dubbi; War, nel 1983, trasforma il conflitto in suono. Il drumbeat in stile militare di Sunday Bloody Sunday accompagna la denuncia della violenza e della sua reiterazione. Con The Unforgettable Fire e poi con The Joshua Tree, quella tensione continua a parlare al mondo. In Pride (In the Name of Love) entra Martin Luther King; in Mothers of the Disappeared trovano voce le madri dei desaparecidos delle dittature latinoamericane.

In Bullet the Blue Sky, in assoluto il mio pezzo preferito, prende forma una sferzante critica alla politica estera degli Stati Uniti. Trovo artisticamente straordinario il modo in cui la denuncia diventa suono: le distorsioni della chitarra di The Edge e il ritmo martellante della batteria di Larry Mullen evocano, all’ascolto, il rombo dei caccia e la violenza di un attacco aereo. La loro forza quasi onomatopeica fa percepire la minaccia, il fragore e l’urto, dando una forma fisica alla violenza imperialistica denunciata dal testo.

Nel film Rattle and Hum, che documenta il Joshua Tree Tour, l’esecuzione è preceduta da una dichiarazione di Adam Clayton che considero una chiave per comprendere il rapporto degli U2 con la politica: il bassista liquida come una sciocchezza — letteralmente, «bullshit» — l’idea che la musica debba rimanerne separata. Subito dopo, la versione dissacrante dell’inno americano The Star-Spangled Banner suonata da Jimi Hendrix introduce proprio Bullet the Blue Sky. Le parole di Clayton trovano così una traduzione musicale: le distorsioni di Hendrix e la denuncia degli U2 mettono in tensione le promesse dell’America con la violenza esercitata in suo nome. La musica, e più in generale l’arte, partecipa al mondo, ne attraversa i conflitti e può, anzi deve, prendere posizione.

A questa dimensione politica appartiene anche Silver and Gold. Bono la scrisse per Sun City, il progetto discografico contro l’apartheid promosso nel 1985 da Little Steven, Steven Van Zandt, chitarrista della E Street Band di Springsteen. La prima incisione, con Keith Richards e Ronnie Wood, precedette quella degli U2, pubblicata nel 1987 come lato B di Where the Streets Have No Name. Una versione dal vivo sarebbe poi entrata in Rattle and Hum. La denuncia della segregazione razziale in Sudafrica porta nella canzone il rapporto fra oppressione e libertà, collegando la musica a una concreta campagna di solidarietà internazionale.

In Red Hill Mining Town, lo sguardo si rivolge invece alla classe lavoratrice britannica, sullo sfondo dello sciopero dei minatori del 1984-1985. La canzone racconta il costo umano di quel conflitto: la precarietà del futuro, la pressione sulle famiglie, i rapporti affettivi che rischiano di spezzarsi. La profonda e sincera solidarietà verso i minatori, la loro lotta per difendere il lavoro e la sopravvivenza delle proprie comunità vengono rese in una dimensione intima che rende percepibile ciò che è in gioco nello scontro sociale: insieme al salario, la dignità delle persone e la continuità di un mondo costruito attorno al lavoro.

La giustizia e la dignità dei lavoratori trovano un’altra espressione in Van Diemen’s Land, cantata da The Edge in Rattle and Hum. Nel racconto della deportazione e della separazione dagli affetti, la canzone contrappone il potere di chi governa alla fatica dei poveri e affida al futuro la speranza di una retribuzione giusta. In questo caso, è riconoscibile un’idea precisa di emancipazione: chi lavora deve poter vivere dignitosamente del proprio lavoro. La voce raccolta di The Edge dà a questa rivendicazione una forza intima, facendo incontrare il dolore di una persona con un’aspirazione collettiva.

E poi c’è I Still Haven’t Found What I’m Looking For, forse il titolo che meglio riassume la vicenda della band: una ricerca che rifiuta di considerarsi conclusa. Il successo planetario avrebbe potuto cristallizzarli. Invece, all’inizio degli anni Novanta, gli U2 misero in discussione l’immagine che li aveva resi famosi. Dalla crisi interna e dall’esperienza della Berlino della riunificazione nacque Achtung Baby, la svolta musicale che avrebbe reso possibile lo spettacolo al quale assistetti al Flaminio.

A seguire sono arrivati altri dischi, trasformazioni, cadute e ripartenze, ma occuperebbe troppo spazio darne diffuso conto. Non ogni disco ha avuto la stessa forza: cinquant’anni di carriera comprendono album irrisolti, intuizioni non pienamente sviluppate e operazioni promozionali controverse. Anche l’attivismo di Bono ha suscitato critiche: il rapporto con i potenti, i limiti di una politica affidata alle celebrità, la difficoltà di conciliare la denuncia delle disuguaglianze con la dimensione industriale raggiunta. Sono questioni che un anniversario deve lasciare aperte. Rendono più complesso anche il rapporto di chi, come me, ha continuato ad ascoltarli: l’affetto per una musica può convivere con il giudizio critico su alcune scelte di chi la produce.

Seguendoli negli anni ho capito che le canzoni rimangono, ma non significano mai esattamente la stessa cosa. Where the Streets Have No Name conserva la capacità di aprire lo spazio di uno stadio e di suggerire un luogo nel quale le identità non siano già stabilite dal quartiere, dalla religione o dalla classe sociale. One continua a interrogare la difficoltà di restare uniti. Bad cambia insieme all’età di chi l’ascolta: al desiderio di evasione si aggiunge, con il tempo, la memoria di ciò che abbiamo perduto.

Fra i pezzi pubblicati nell’ultimo decennio merita una menzione Red Flag Day, contenuta in Songs of Experience del 2017. Il brano richiama il dramma dei rifugiati e delle loro traversate del Mediterraneo, dove il desiderio di raggiungere un luogo sicuro si scontra con il rischio di perdere la vita. Un viaggio, dunque, che rappresenta la speranza di una condizione più giusta e dignitosa: poter vivere al sicuro, lavorare, costruire un futuro per sé e per i propri figli. Speranza che interroga anche chi sta al sicuro sull’altra riva, e la sua disponibilità a condividere diritti e opportunità.

Una nota affermazione di Bono sposta però il mio sguardo dalle storie raccontate dalle canzoni a ciò che deve ancora venire: «sogna il mondo in cui vuoi vivere, sognalo ad alta voce». La pronunciò al Point Depot di Dublino, nella notte di capodanno fra il 1989 e il 1990. Mi viene da accostarla alle parole di Joe Strummer: «the future is unwritten», il futuro non è ancora scritto. Leggo in questi due pensieri un invito all’azione politica, alla costruzione della società.

Per dare una direzione a quell’invito rimanendo in ambito artistico, il mio pensiero va alla tradizione di Woody Guthrie e Pete Seeger, raccolta e riportata nel nostro tempo da Bruce Springsteen: una musica che dà voce ai conflitti sociali e trasforma la speranza in uno stimolo all’azione collettiva. In questa tradizione, la speranza non si esaurisce in un sentimento astratto, ma acquista un radicamento sociale preciso: quello della working class, la classe lavoratrice. Le canzoni ne raccontano la fatica, lo sfruttamento e le migrazioni, ma anche la solidarietà e la capacità di organizzarsi. Appartengono così alla cultura attraverso cui donne e uomini hanno riconosciuto una condizione comune e imparato ad agire insieme per cambiarla.

La classe lavoratrice moderna, formatasi con la rivoluzione industriale e l’espansione del capitalismo, ha costruito tra Ottocento e Novecento una delle grandi esperienze collettive di emancipazione della storia contemporanea. Questa civiltà ha preso forma nelle associazioni di mutuo soccorso, nei sindacati, nelle cooperative, nelle organizzazioni politiche e nei luoghi dell’istruzione e della cultura popolare. Attraverso tali esperienze, chi viveva del proprio lavoro ha rivendicato dignità, conoscenza e potere sulle proprie condizioni di vita.

Al centro di questa spinta emancipatrice è riconoscibile il principio di uguaglianza: la possibilità concreta, per ogni persona, di sviluppare le proprie capacità e partecipare alle decisioni che riguardano la vita comune. In Italia questo orizzonte ha trovato una formulazione esplicita nella Costituzione: alla Repubblica è affidato il compito di rimuovere gli ostacoli economici e sociali che limitano di fatto la libertà e l’uguaglianza, impediscono il pieno sviluppo della persona e ostacolano la partecipazione dei lavoratori alla vita del Paese.

Questa civiltà della classe lavoratrice merita di essere difesa e rinnovata. Le sue conquiste sono esposte ai tentativi di ridurre i diritti, indebolire l’organizzazione collettiva e mettere in concorrenza persone che condividono gli stessi bisogni. La frammentazione del lavoro rischia di disperderne anche la memoria; mantenerla viva significa far incontrare quel patrimonio con le condizioni di chi lavora, continuando a lottare perché l’uguaglianza diventi un’esperienza concreta. È con questa convinzione che torno all’invito di Bono. Sognare ad alta voce significa trovare altre voci e costruire insieme il coro necessario per dare seguito a quel sogno. Il concerto può farci provare un sentimento di appartenenza; la solidarietà e l’impegno organizzato possono dargli continuità nella vita quotidiana.

Alla domanda sul mondo in cui vorrei vivere, la risposta non può quindi che arrivare da Guthrie: «questa terra è fatta per te e per me». Dunque, se il futuro non è ancora scritto, la storia che in tantissimi abbiamo attraversato insieme alla musica degli U2 ci consegna una precisa responsabilità: contribuire — ciascuno secondo le proprie possibilità — a costruire un mondo che sia di tutti, non di pochi.

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