L’illusione del turismo del fresco nelle aree interne

Paesi e montagne si riempiono d’estate e tornano a svuotarsi a settembre: senza servizi, lavoro e nuovi residenti, la fuga dall’afa non produce sviluppo.

Salvatore BimonteIstituzioni dal BassoTURISMO
Il turismo del freddo che affolla le montagne

ANSA

Con la fine di agosto e l’arrivo dei primi giorni di settembre, si assiste puntualmente al medesimo scenario rituale: i piccoli paesi dell’entroterra e della montagna tornano a svuotarsi in fretta, mentre le grandi città riprendono a riempirsi. Le auto cariche di bagagli tornano ad affollare le autostrade e i mezzi pubblici, segnando il rientro di milioni di persone che si preparano a riaprire gli uffici, riprendere le turnazioni di lavoro o riordinare i libri in vista dell’avvio dell’anno scolastico e universitario. Tra i grandi protagonisti di questa estate appena trascorsa ci sono stati senza dubbio i tantissimi cittadini scappati dall’afa soffocante, dalle bolle di calore metropolitane e dal cemento rovente delle coste iper-cementificate, cercando sollievo tra le valli alpine, l’Appennino o i piccoli paesi arroccati nelle aree interne.

Questo fenomeno, ribattezzato “turismo del fresco”, si sta imponendo con sempre maggiore forza a causa di estati caratterizzate da picchi termici estremi e prolungati. Nei servizi televisivi e nelle narrazioni promozionali, questa migrazione estiva viene quasi sempre raccontata come un miracolo per l’economia locale: si parla di paesi che rinascono, di economie montane che respirano e del ritorno in funzione delle tante seconde case rimaste chiuse per il resto dell’anno. L’idea di fondo, tanto suggestiva quanto superficiale, è che il cambiamento climatico e l’afa delle metropoli possano trasformarsi, quasi per incanto, nel migliore strumento di rilancio per i territori afflitti da decenni di spopolamento, declino economico e assenza di servizi.

Ma se si osserva la realtà senza gli occhiali della propaganda turistica, ci si accorge rapidamente che le cose stanno in modo ben diverso. L’apertura stagionale delle seconde case, utilizzate per poche settimane come semplici rifugi anti-caldo e poi sigillate non appena le temperature in città tornano tollerabili, non genera un vero sviluppo per le comunità locali. Al contrario, il consumo mordi-e-fuggi delle risorse ambientali e la speculazione immobiliare legata alle seconde case rischiano di riprodurre, sotto la veste accattivante di una vacanza verde e rigenerante, le stesse identiche dinamiche estrattive che hanno segnato il turismo di massa tradizionale.

Ricollegandomi alla traiettoria di analisi critica tracciata nei miei precedenti contributi pubblicati su questa rivista, appare evidente come il fenomeno del turismo del fresco non possa essere interpretato come l’atto di nascita spontaneo di un nuovo modello di sviluppo sostenibile o di una rinnovata coscienza ecologica collettiva. Ciò a cui assistiamo è, per molti versi, la semplice traslazione spaziale di un bisogno urbano insoddisfatto. L’ambiente montano o il paesino interno non vengono scelti per una vera e profonda adesione culturale alla loro specificità, né per un autentico interesse nei confronti dei delicati equilibri socio-ecologici che li caratterizzano, bensì fruiti quali puri beni rifugio temporanei, la cui attrattività è condizionata in primo luogo dalle variabili meteorologiche e dai valori del termometro.

Quando la motivazione primaria del soggiorno risiede quasi unicamente nel gradiente termico, la montagna e le zone interne finiscono per subire una forma di mercificazione funzionale particolarmente aggressiva. La natura, la pulizia dell’aria e la bellezza del paesaggio si convertono in semplici servizi ecosistemici privatizzati, adibiti a un consumo rapido e stagionale. In questo schema, la comunità locale rischia di trovarsi nuovamente relegata al ruolo passivo di fondale scenografico o di semplice erogatrice di servizi di accoglienza temporanei, vedendo così vanificata sul nascere l’aspirazione a edificare un progetto strategico di rigenerazione di lungo periodo, fondato sulla reale valorizzazione del patrimonio storico, produttivo, agricolo e sociale del territorio. Il paradosso profondo di questa dinamica si manifesta con drammatica chiarezza quando si osservano gli impatti concreti che l’afflusso massiccio e concentrato di visitatori stagionali esercita sull’infrastruttura materiale e sui servizi essenziali dei territori ospitanti.

I piccoli comuni dell’Italia interna, strutturalmente dimensionati per accogliere popolazioni residenti ridotte e numericamente stabili, spesso composte in prevalenza da persone anziane, si trovano improvvisamente a dover sostenere picchi imprevedibili ed enormi di carico antropico. La produzione di rifiuti si moltiplica in poche settimane saturando le capacità di smaltimento dei piccoli comuni, mentre la risorsa idrica, già compromessa dalle siccità estive, viene prosciugata per soddisfare i consumi turistici e l’irrigazione dei giardini delle seconde case. Parallelamente, le strade secondarie e i parcheggi dei centri storici vengono paralizzati dal traffico veicolare privato. Anziché generare valore economico distribuito e duraturo nel tempo, questa pressione turistica temporanea rischia di accelerare pericolosi processi di gentrificazione rurale, dove la grande richiesta di seconde case e di affitti brevi estivi fa lievitare l’inflazione locale, aumentata dai costi della vita e dal prezzo degli immobili a discapito dei residenti permanenti e disincentivando in modo drastico il ritorno o l’insediamento stabile di giovani e nuove imprese. Il territorio finisce per subire una sottile e pericolosa deformazione funzionale, per cui le risorse e gli investimenti pubblici delle amministrazioni locali vengono orientati prioritariamente al soddisfacimento delle esigenze estive del popolamento galleggiante, anziché al rafforzamento permanente dei presidi sanitari, scolastici e dei trasporti pubblici necessari a garantire la dignità della vita quotidiana di chi quei luoghi li abita tutto l’anno.

In assenza di una governance pubblica consapevole, strutturata e lungimirante, capace di superare una volta per tutte la logica dell’estemporaneità e della mera promozione di facciata, la ricerca del fresco si tramuta dunque nell’ennesima illusione ottica, un velo capace soltanto di celare il profondo vuoto politico sul futuro delle aree interne del Paese. È fondamentale comprendere che non sarà l’evasione momentanea e disordinata delle masse urbane accaldate a salvare i paesi dall’abbandono demografico, né a proteggere l’inestimabile patrimonio naturale dall’incuria o dal dissesto idrogeologico. Occorre invertire radicalmente la prospettiva politica ed economica, spostando il baricentro dell’azione strategica dal semplice consumo del territorio alla sua cura integrata, continuativa e partecipata. Questo cambiamento di paradigma richiede il superamento di qualsiasi approccio ancillare o monoculturale orientato esclusivamente al turismo, affinché la presenza temporanea dei visitatori ritorni a essere un mero compendio integrativo e non il pilastro fondamentale su cui si regge l’intera economia locale. Per evitare che i paesi e le montagne si trasformino in riserve ricreative private a uso delle metropoli, è necessario mettere in campo azioni strutturali prioritarie come la restituzione della centralità alla residenzialità reale, incentivando l’acquisto o l’affitto a lungo termine per chi intende vivere e lavorare stabilmente sul territorio, il sostegno alle attività produttive agricolo-pastorali di presidio che tutelano il paesaggio, la promozione della sovranità energetica locale e il finanziamento continuativo dei servizi sociali essenziali quali scuole di montagna, medicina di base e trasporti pubblici efficienti. Soltanto seguendo questa strada si potrà garantire a questi territori straordinari non già una parentesi di vita effimera ed illusoria durante i mesi più caldi dell’anno, ma un futuro autentico, solido, autonomo e dignitoso in tutte le stagioni.

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