Trump sconfitto, la guerra presenta il conto
Il voto di midterm punisce la guerra all’Iran e riporta la politica estera al centro delle urne. Intanto, la Cina allarga la propria influenza.

ANSA
Il commander in chief, quello che doveva essere il liberatore dell’oppresso popolo iraniano; il presidente che doveva ridisegnare il volto del Medio Oriente, tra bombe e riviere (di Gaza), si è arreso. Non ai pasdaran iraniani, che pure la scellerata guerra condotta con il suo sodale israeliano, pure lui messo maluccio, Benjamin Netanyahu, ha rafforzato negli equilibri di potere interni al regime militare-teocratico di Teheran.
A sconfiggere Donald Trump è stato l’elettorato americano. Un “esercito” trasversale, che ha “arruolato” anche una parte importante dell’elettorato conservatore-repubblicano, che ha trasformato il voto di midterm anche in una sorta di referendum pro o contro la guerra all’Iran (e, per quanto concerne i Democratici, anche a sostegno delle posizioni più dure verso la politica genocidiale a Gaza di Netanyahu e della destra fasciomessianica di Israele).
«Abbiamo pagato la guerra», ammette Trump, pur aggiungendo — ma questo è un autotributo al suo ego ipertrofico —: «Comunque lo rifarei». «Ecco il risultato della guerra», gli fa eco, critico, il suo vice JD Vance, già pensando alle primarie repubblicane per il dopo-Trump.
Le bombe non esportano la democrazia. L’Iran non è il Venezuela. Il Medio Oriente è uno scenario complesso, dalle tante sfaccettature, che non si lascia comprimere nel manicheismo trumpiano dei Buoni contro i Cattivi, in una visione tragicomica da film western. La lezione irachena non è servita a niente.
Chiamare in ballo l’isolazionismo che alberga nel cuore dell’americano medio è una lettura troppo facile e semplicistica. Lo è soprattutto perché in queste elezioni — ma importanti think tank di politica estera concordano nel sostenere che ciò vale anche per le elezioni in programma in vari e importanti Paesi europei, tra cui l’Italia — la politica estera ha ripreso a contare, e molto, sugli orientamenti elettorali, soprattutto su quelli della “generazione Z”.
L’esibizione muscolare alla fine non paga. Soprattutto non paga in un sistema democratico, quello aborrito dal tycoon, che per questo trova tante affinità “elettive” con l’autocrate del Cremlino. In tutto questo, a gioire di più è il Gigante cinese, che col suo pervasivo soft power sta progressivamente conquistando l’Africa e stringendo rapporti con le petromonarchie mediorientali. Davvero un bel lavoro, Mr. President.
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