Trump perde, Netanyahu paga il conto
La vittoria democratica e l’annuncio sugli aiuti a Israele indeboliscono Bibi, mentre si tratta per il nuovo governo e cresce la tensione con l’Iran.

Archivio Rinascita
C’è un uomo a Gerusalemme che ha seguito con crescente apprensione il voto americano. Un uomo che sta lottando per mantenersi al potere: Benjamin “Bibi” Netanyahu. La valanga democratica che ha travolto l’amico Donald è una mazzata per il premier più longevo nella storia di Israele. Lo è non solo perché fa di Trump un’anatra iper-zoppa, ma soprattutto perché nei due rami parlamentari Usa — Senato e Camera dei rappresentanti — i democratici hanno la maggioranza.
E nei democratici, non solo nella componente più radicale e socialista ma anche nei settori più moderati, il rigetto del governo Netanyahu-Smotrich-Ben-Gvir è pressoché unanime. Di questo Netanyahu, che l’America la conosce molto bene, è consapevole. Per questo aveva cercato di giocare di anticipo, provando a convincere l’inquilino della Casa Bianca a scatenare una nuova guerra all’Iran. Ma stavolta non ha sfondato. L’incidenza della “guerra degli Stretti” sul carovita degli americani è stata di molto superiore alle motivazioni pro-israeliane che potessero giustificare l’impegno militare Usa nel Golfo Persico.
Con la sua guerra eterna, Netanyahu ha messo in crisi gli storici legami con una parte significativa della diaspora ebraica statunitense e ha dato motivazioni forti ai giovani della “Generazione Z” per usare il voto di midterm come testimonianza di sostegno ai palestinesi di Gaza e della Cisgiordania. Al Senato come alla Camera dei rappresentanti siederanno molti parlamentari dem che hanno denunciato il genocidio di Gaza e l’apartheid in Cisgiordania e che ritengono che il posto giusto per Benjamin Netanyahu non sia Balfour Street, la dimora ufficiale dei primi ministri d’Israele, ma all’Aia, per essere processato per i crimini di guerra commessi a Gaza.
Emblematico in tal senso è il risultato del democratico Abdul El-Sayed — musulmano, pro-Pal, socialista — che ha vinto la corsa per il Senato in Michigan battendo il repubblicano Mike Rogers.
L’abbraccio tra Donald e Bibi è stato politicamente “mortale” per ambedue. Con la non marginale differenza che Trump ha ancora due anni di presidenza, mentre Netanyahu si gioca le sue ultime carte in poche settimane. E stavolta, al tavolo delle trattative per la formazione del nuovo governo israeliano, non è lui il player assoluto.
Dire che con il voto di midterm l’America ha voltato le spalle a Israele sarebbe una forzatura. Di certo, ha voltato le spalle al governo più di destra — una destra messianica, fondamentalista, razzista — nella storia dello Stato ebraico. Che non a caso ha potuto contare sul sostegno dei fondamentalisti evangelici americani, quelli che credono che il “vero” Stato israeliano sia il “Regno di Giudea e Samaria”.
Trump aveva provato ad anticipare il martedì “nero” per lui e i repubblicani, decidendo di colpire l’Iran. Una dimostrazione limitata di forza che nasconde un’assenza di strategia politica. Gli Stati Uniti hanno attaccato lunedì l’isola iraniana di Qeshm, secondo quanto riferito da funzionari statunitensi. A riportarlo è il Wall Street Journal, confermando quanto riferito dai media di Teheran. Ma Trump sembra non volere spingere sull’acceleratore di una guerra in profondità contro il regime militare-teocratico iraniano. A dissuaderlo sono le petromonarchie del Golfo, a cominciare dall’Arabia Saudita.
A ciò va aggiunto che, secondo fonti ben informate a Washington e Tel Aviv, il presidente Usa punta a un nuovo governo in Israele che escluda le fazioni più estremiste della destra ebraica e non intende mettere bastoni tra le ruote al competitor di Netanyahu nella guida del nuovo governo: Gadi Eisenkot.
Su una massiccia operazione militare contro l’Iran punta decisamente Netanyahu, per dare vita a un esecutivo di emergenza nazionale con lui alla guida ed Eisenkot vicepremier e ministro della Difesa. Una coabitazione che il leader di Yashar esclude anche alla luce di segnali che giungono da Washington. «Gli aiuti a Israele verranno interrotti alla fine dell’anno. Israele è un Paese prospero, non ha bisogno di 4 miliardi in aiuti. Abbiamo già concordato che, entro la fine di quest’anno, non effettueremo più versamenti a favore di Israele. Naturalmente, continueremo ad aiutare Israele qualora ne avesse bisogno», annuncia Trump in un’intervista a Fox.
Una decisione che spiazza Israele e mette in difficoltà Netanyahu. Soprattutto per il momento in cui avviene. «Non ci aspettavamo questo annuncio, certamente non oggi. Abbiamo un dialogo costante con gli americani, quindi possiamo dire di essere rimasti sorpresi. Analizzeremo le implicazioni di questa decisione, che non è ancora pervenuta agli organi competenti», dice un “alto funzionario degli apparati di sicurezza israeliani” a Channel 11.
Colpisce il silenzio di Netanyahu. Ancor più alla luce del fatto che sempre a Fox News Trump ha specificato di aver concordato in tal senso con l’amico “Bibi”.
«Le osservazioni di Zini (capo dello Shin Bet, ndr) di ieri sera, unite ai risultati elettorali in America di questa mattina, hanno portato a una conseguenza imprevista: escludono di fatto qualsiasi possibilità di un governo di unità nazionale guidato da Netanyahu». Così su X Yair Lapid, uno dei leader centristi del “blocco del cambiamento” israeliano. «Israele non può permettersi che lui rimanga primo ministro. Ciò mette a rischio la nostra sicurezza, compromette la nostra democrazia e rovinerà la nostra posizione sulla scena globale».
Ancora più netto il commento di Yair Golan, presidente dei Democratici: i risultati delle elezioni di midterm negli Stati Uniti «mettono a nudo quanto Netanyahu sia diventato una figura tossica sia per i democratici che per i repubblicani». «Avverto che se Netanyahu e Ben-Gvir restassero al potere, Israele potrebbe essere soggetto a sanzioni internazionali, isolamento internazionale e uno scontro con gli Stati Uniti, il nostro amico e alleato più importante», scrive Golan su X, insistendo sul fatto che Israele ha bisogno di un governo che ripristini le relazioni diplomatiche e promuova gli accordi strategici.
Il voto americano è commentato anche da Teheran: «Gli americani hanno detto NO ALLA GUERRA, e noi sosteniamo questo messaggio», ha scritto su X Mohammad Bagher Ghalibaf, presidente del Parlamento iraniano e capo negoziatore nei colloqui tra Iran e Stati Uniti.
Conclusione: se per Trump è stato un martedì nero, per Netanyahu è stato ancora peggio.
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