Trastevere, salvare l’anima di un quartiere
Dalle botteghe di via dei Vascellari alla monocultura del cibo: la memoria di una comunità e la necessità di una controffensiva culturale.

ANSA
Ci si può domandare, oggi, che cosa significhi far parte di un quartiere? Vale la pena parlarne in un’epoca dominata dall’iperconnessione online, dalla turistificazione e dalla gentrificazione? La domanda non vuole essere una riflessione filosofica, ma può diventare, in talune circostanze, una vera e propria questione di sopravvivenza identitaria ed emotiva.
Sì, far parte di un quartiere significa far parte di una rete di relazioni umane e ha quindi un impatto diretto sulla qualità della nostra vita, perché, quando senti amica una comunità, crei una rete invisibile di protezione reciproca. Trovare questo equilibrio trasforma un semplice indirizzo in un vero e proprio “rifugio” esistenziale.
Ecco, quando io e mio marito siamo venuti ad abitare nel 1967 nel rione Ripa, a Trastevere, abbiamo respirato e vissuto questo senso di comunità protettiva. Naturalmente imparammo a conoscere la straordinaria storia di questo rione e della via in cui abitavamo, via dei Vascellari, una strada il cui nome racchiude secoli di storia e di tradizioni.
Il nome deriva dagli artigiani chiamati vasellari, o boccalari, che modellavano vasi e boccali in terracotta grazie alla vicinanza del Tevere e del porto fluviale di Ripa Grande, che forniva loro un accesso immediato all’acqua e alla terra argillosa delle sue sponde. Artigiani specializzati vi costruivano zattere e scafi attraverso i quali venivano scaricati vino, olio e grano.
Negli anni Sessanta il rione conservava ancora una genuinità e un’identità popolari. La vita sociale si svolgeva prevalentemente per strada, con le sedie fuori dai portoni e tutti i numeri civici dei “bassi” occupati da artigiani e negozietti.
Non voglio cedere alla nostalgica evocazione di una Trastevere che ormai non esiste più, ma nella mia memoria non posso cancellare figure indimenticabili. Come non ricordare la fruttivendola Trieste, con il suo nome patriottico; Fausto, lo storico tappezziere che rimetteva a nuovo gli interni e i sedili delle macchine; Raffaele, il meccanico; e soprattutto Enzo, con la sua osteria romana, che, non avendo il forno, passava per strada esibendo grandi teglie di pomodori col riso per portarle a cuocere dal mitico fornaio Pierino, nella vicina via dei Genovesi.
E, in fondo a via dei Vascellari, devo doverosamente citare la sezione Ripa del PCI, la mia sezione, voluta e inaugurata nel 1972 da una figura anomala: il colonnello dell’Esercito Edgardo Simoni. La storia di questo colonnello, che è stato segretario della sezione fino alla fine degli anni Settanta, è degna di essere raccontata.
Catturato dagli inglesi durante la Seconda guerra mondiale in Libia e trasferito in Australia insieme a migliaia di altri prigionieri di guerra italiani, fu internato in vari campi di concentramento, riuscendo ogni volta a fuggire in maniera rocambolesca. Il ricordo delle sue gesta è rimasto così impresso che in Australia gli hanno dedicato, nel 1980, un documentario intitolato La volpe. Tornato in Italia e ottenuto il congedo, si iscrisse al PCI.
Sicuramente il quartiere di Trastevere è stato vittima del suo stesso mito: il mito del cuore pulsante della romanità autentica, quell’immagine romantica che ha affascinato e generato una domanda turistica così massiccia e violenta da trasformare l’autenticità in un prodotto di puro consumo.
Già a metà degli anni Settanta è cominciato il processo graduale di espulsione degli abitanti, con la vendita e la ristrutturazione di case spesso prive di servizi. Forni storici, barbieri, carbonari, fruttivendoli e piccole mercerie sono stati sfrattati da canoni d’affitto impossibili. Al loro posto sono arrivati minimarket, friggitorie, ristoranti, bar e gelaterie; i vicoli sono stati convertiti in Airbnb e pub, il costo al metro quadrato delle case ha raggiunto cifre inaccessibili e il ciclo di espulsione è diventato irreversibile.
Per citare soltanto il rione Ripa, il mio rione, prima degli anni Ottanta contava circa 5.000 abitanti; oggi è sceso a 2.595. Il flusso continuo di turisti spinge i gestori a moltiplicare i tavolini all’aperto e ad allargare gli spazi consentiti, con un’espansione ormai aggressiva e sostanzialmente priva di controlli. Ormai vige la percezione dell’impunità e cresce l’arroganza di chi viola le regole.
Tutto questo disordine è favorito dall’ottavo rinvio della disciplina emergenziale introdotta dal Governo nel 2020, durante la pandemia di Covid, che consente a bar e ristoranti di mantenere tavolini, pedane e strutture all’aperto senza la necessità di richiedere le ordinarie autorizzazioni, limitando così il potere dei Comuni di gestire la pianificazione urbana e gli spazi cittadini.
La tensione sociale è ormai sfociata in una vera e propria guerra di trincea urbana. La disperazione spinge i residenti a forme di protesta esasperate, come il lancio di secchi d’acqua dalle finestre. Tutto questo si traduce, per gli abitanti, in un costante stress psicofisico, nella perdita del diritto al riposo, nell’insicurezza provocata da aggressioni e risse notturne, nelle rapine mirate, nel lancio di sampietrini divelti e nel consumo di alcol fuori orario.
Quando i controlli diventano rari o le sanzioni economiche irrilevanti rispetto ai guadagni, l’illegalità diventa soltanto un rischio calcolato o, peggio, una norma tollerata. Il personale della Polizia locale è sempre sotto organico, per cui le verifiche sono sporadiche e le multe per l’occupazione abusiva di suolo pubblico equivalgono all’incasso di poche ore di lavoro. È considerato ormai un “rischio d’impresa”.
Il Comune non rilascia nuove licenze perché in tutta la zona UNESCO sono bloccate, ma quelle esistenti si muovono continuamente come pedine su una scacchiera. La compravendita delle licenze varia a seconda delle peculiarità delle strade e della grandezza del locale. L’imprenditore compra una licenza da un piccolo bar o da una vecchia trattoria in difficoltà e la trasferisce attraverso agenzie specializzate, che conoscono dati precisi sui flussi pedonali strategici, o attraverso gruppi di investitori stranieri. Le cifre del mercato, escluso l’affitto delle mura, sono notevolissime.
Come può il Comune di una città affrontare o scoprire i flussi di capitale che stravolgono i quartieri più appetibili? Naturalmente lo può fare attraverso la Guardia di finanza, che approfondisce la provenienza del denaro e può stanare le connivenze, anche mafiose, che circolano in questo mercato.
Ultimamente, grazie anche alla pressione incessante dei residenti e dei comitati di quartiere, il Comune di Roma ha approvato un nuovo regolamento OSP, relativo all’occupazione di suolo pubblico, che mira a eliminare le pedane e i dehors più invasivi nati durante il periodo del Covid e ha indetto un bando per le nuove autorizzazioni.
Ma il Comune potrebbe fare qualcosa di più? Potrebbe porsi il problema di far prevalere il concetto che le strade e i vicoli di Trastevere appartengono anche alla collettività e non soltanto alla monocultura del cibo e al fatturato di turno? Potrebbe aiutare a riconvertire il senso comune attraverso una visione diversa di come può essere vissuto un quartiere splendido come Trastevere?
Sarebbe davvero impossibile riuscire a coniugare turismo e cultura e riscoprire la bellezza di Trastevere accumulata in secoli di storia? Basterebbe cominciare a valorizzare lo splendore delle sue chiese: la Basilica di Santa Cecilia, Santa Maria in Trastevere, San Crisogono, Santa Maria dell’Orto, Santa Francesca Romana, San Francesco a Ripa, Santa Maria in Cappella e San Benedetto in Piscinula. E, inoltre, il Complesso monumentale di San Michele, il Pitigliani, centro culturale ebraico, e Villa Farnesina. Ogni piazza o piazzetta, ogni vicolo di Trastevere racconta storie affascinanti e particolari.
Anche il rione Ripa, il mio rione, che per alcuni anni ha goduto di una certa tranquillità e del privilegio di non essere invaso dalle orde turistiche, sta ormai subendo la stessa sorte dell’altra parte di Trastevere. È vero che qui non si è riversato il turismo mordi e fuggi e non si è verificato l’arrivo di orde giovanili provenienti da tutti i quartieri di Roma, attirate dalla movida e dal consumo facile di alcol. Qui la clientela è più curata e modaiola, ma l’esondazione di bar, ristoranti e case vacanze è inarrestabile, con gestori sempre più agguerriti.
Tutta la piccola via dei Vascellari è diventata una sfilata di tavolini e dehors. L’esempio più eclatante è la trattoria Da Enzo al civico 29 che, con una precisa scelta strategica ed economica, non accetta prenotazioni ma, attraverso il collegamento con vari food tour e food influencer, genera ogni giorno file chilometriche di persone che aspettano il proprio turno in mezzo alla strada.
Naturalmente questo flusso di persone funge da potente moltiplicatore pubblicitario. Altri ristoratori, compreso il potenziale, hanno aperto a pochi metri di distanza altri tre ristoranti che, vivendo di luce riflessa, intercettano i rinunciatari alla fila di Enzo, una fila che comincia già a formarsi alle 18.
Senza dimenticare altri quattro ristoranti con i rispettivi dehors, che si snodano nel resto della strada, nonché la Casa di Santa Francesca Romana, una struttura alberghiera di 63 stanze e delizia i residenti con clienti muniti di trolley producendo sui sampietrini un rumore lancinante. Dulcis in fundo, sono nati quattro B&B, con bidoni dei rifiuti distribuiti lungo la strada.
Recentemente l’amministrazione comunale ha varato il piano “Roma notte”, che vuole sicuramente rappresentare un argine più drastico alla malamovida. Ma devo dare atto che, se ho avuto la volontà e l’ardire di fare questa puntigliosa disamina della situazione di Trastevere, ciò è dovuto anche alla reazione suscitata in me dalla lettura dell’articolo pubblicato dall’assessore alla Cultura Smeriglio, intitolato Lunga vita a Nicolini.
È uno scritto che mi ha colpito per il suo contenuto e per la qualità del suo progetto culturale per la città di Roma. Una visione che certamente corrisponde e si adegua allo straordinario lavoro che vede impegnata la Giunta Gualtieri e che Smeriglio interpreta al meglio.
L’assessore analizza perfettamente le difficoltà e le enormi diversità del mondo di oggi, che Nicolini non ha dovuto certo affrontare, e parla proprio del concetto di «riappropriazione della città attraverso lo strumento della cultura per rafforzare la coscienza dei luoghi e delle identità locali». Quindi, di «riconnettersi con una parte profonda di noi stessi e della nostra storia».
Una visione, quella di Smeriglio, che dà speranza e fa intravedere una consapevolezza: occorre scuotere il conformismo culturale nel quale spesso vive la politica. È questa visione che andrebbe sostenuta anche dai comitati di quartiere, che dovrebbero elaborare la controffensiva culturale come un’arma di riscatto e di trasformazione, per non essere costretti a soffermarsi soltanto sulle proteste e sulle sacrosante battaglie contro il degrado del quartiere.
Solo scuotendo l’immaginario collettivo il nostro quartiere tanto amato può tornare a essere rassicurante, una comunità amica e protettiva, ritrovando la sua antica bellezza romana.
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