Tradizione o progetto politico? Il caso della Fraternità Pio X
Sotto la disputa sulla Messa in latino riaffiora il tentativo dell’estrema destra globale di costruire una religione identitaria, autoritaria e anti-conciliare.

ANSA
A volte ritornano. Ha toni altissimi, tanto da bucare lo schermo della televisione e riempire le pagine dei giornali, inondando anche i social, ma lo scisma fra la Chiesa cattolica e la Fraternità “Pio X” ha una storia antica alle spalle: esso va ben oltre la difesa della tradizione, la Messa in latino e la liturgia tridentina, lo scontro fra progressisti e conservatori, che nella Chiesa c'è sempre stato. A volte ritornano: sono quei cattolici che, volendo archiviare il Concilio Vaticano II, non mettono in discussione il Magistero della Chiesa e l'infallibilità del Sommo Pontefice, ben più antica del Concilio Vaticano I, nel quale, nel 1870, essa fu riconosciuta come dogma.
Che gran parte dei cattolici ne sia consapevole o meno, dietro le istanze e i desiderata dei seguaci di Marcel Lefebvre si nasconde il tentativo dell'estrema destra internazionale di costruirsi una religione a propria immagine e somiglianza. Con lo scopo, mal celato, dell'estrema destra americana trumpiana che, insieme ai nazionalisti di ogni angolo del mondo e ai neofascisti europei, tenta la propria legittimazione con la scusa della difesa della tradizione, per imporre con forza e autorità il proprio punto di vista. Il cristianesimo che piace ai lefebvriani non è quello delle Beatitudini, dell'accoglienza dei profughi o di San Francesco d'Assisi che, invece di farsi crociato, andò disarmato a discutere con il sultano Al-Kamil. Ecco perché, più che una disputa teologica, che in questi tempi dominati dal relativismo e dal pensiero debole potrebbe essere marginale, il problema e la disputa sono di carattere politico. Non è un caso che molti esponenti delle destre europee, anch'essi affascinati dall'ordine politico autoritario, esprimano la propria simpatia verso le istanze della Fraternità “Pio X”. È questa la Chiesa militante che a loro piace e che vorrebbero maggioritaria anche in Vaticano e nell'intero cattolicesimo, pur non essendolo.
In verità, lo scisma, pur nella sua gravità, non è una novità. Era il 1988 quando monsignor Lefebvre consacrò quattro vescovi senza mandato pontificio e la prima scomunica, nonché il primo scisma, identici agli attuali, si verificarono. Era il 1970 quando l'arcivescovo francese Marcel Lefebvre, rifiutando il Concilio Vaticano II, aveva fondato la propria Fraternità Sacerdotale. Da allora non c'è stato un Sommo Pontefice che non abbia tentato di riportare vescovi, sacerdoti e laici nell'alveo cattolico, con numerose concessioni al rito in latino e alla celebrazione con le spalle del celebrante rivolte ai fedeli, come certamente non era avvenuto durante quell'Ultima Cena nella quale Cristo stesso aveva istituito l'Eucaristia. In verità, la Chiesa uscita trasformata dal Concilio Vaticano II aveva progressivamente rinunciato all'idea di essere una potenza politica. In questa direzione va letto l'incontro di Giovanni Paolo II che, pur non essendo un Pontefice progressista, nel 1986 incontrò ad Assisi i rappresentanti di altre religioni, pregando insieme a loro. I membri della Fraternità “Pio X”, invece, sognano un Sommo Pontefice sovrano assoluto e guida di una cristianità dominante. È, in fondo, quella la Chiesa che i lefebvriani sognano, smentendo se stessi quando la Chiesa, il Magistero e i Sommi Pontefici non vanno in quella direzione.
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